In “Liberami dal nulla”, il film di Scott Cooper sul Bruce Springsteen di Nebraska, ci vuole qualche minuto per abituarsi all’accento di Jeremy Allen White e al suo aspetto con gli occhi nuovi di zecca che nascondono il blu originario. Si impiega qualche altro minuto ancora per rendersi conto che in quel volto già noto, nelle movenze e nella postura studiata a lungo e modificata in occasione del film, emergono molte tracce del Boss poco più che trentenne, reduce dal successo assoluto di “The River” e pronto al salto nel nulla che sarà la pubblicazione di “Nebraska”. Allo straniamento iniziale pone rimedio un film che nel complesso sorprende per la sua onestà, dedicato all’esperienza umana piuttosto che alla leggenda del rock.
“Liberami dal nulla” è tratto dall’omonimo libro di Warren Zanes, in Italia edito da Jimenez nella traduzione di Alessandro Besselva Averame, un testo imperdibile per chi è fan del boss, una valida lettura anche per chi esplora la narrazione della musica e della composizione. Jeremy Allen White è altrettanto autentico e ispirato in questo ruolo, pure scivolando qua e là nella sua identità e quella di Carmy, il protagonista del fortunatissimo “The Bear” che l’ha consacrato; assieme a lui un altrettanto ispirato Jeremy Strong nei panni del manager Jon Landau che è un po’ amico fraterno, un po’ custode del talento del Boss, colui che lo aspetta, lo tranquillizza e che coltiva le sue intuizioni artistiche.
Ci vuole ulteriore tempo, però, va ammesso, per assorbire l’impatto del live di “Born to run” al Riverfront coliseum di Cincinnati nel 1981, quasi in apertura del film, cantata dall’attore americano. Il timore è quello dell’effetto caricatura, nessuno può interpretarla al di fuori del Boss, ma la paura passa con una buona prova da cantante per l’attore nelle altre performance, e con i primi piani d’effetto, il production design impeccabile, la New York dolente dei primissimi anni ’80, ma soprattutto le strade del New Jersey in cui Jeremy/Bruce vaga alla ricerca di sé e del proprio passato. Anche la Faye di Odessa Young merita un accenno, amore fittizio che nel film funge da chiave interpretativa dell’incapacità del giovane Bruce di costruire relazioni durature mentre insegue i suoi demoni. Tra questi demoni il passato del padre, uno Stephen Graham calato nella parte, a caccia di una redenzione all’apparenza impossibile da raggiungere. Ed è la redenzione uno dei temi chiave del primo Bruce Springsteen almeno fino a “Nebraska”, in cui è la totale assenza di salvezza a invadere le canzoni. Un disco austero per stessa volontà del suo autore, che attinge dalle storie oscure che lo affascinano in quei mesi a cavallo tra ’81 e ’82, interessato com’è alla complessità umana, ma non ai giudizi morali; è inevitabile che sia la redenzione a farne le spese.
In “Nebraska” emerge la narrativa breve di Flannery O’Connor, scrittrice americana illuminata e controversa, che Landau/Strong cita a fine film in una conversazione con Bruce/Jeremy che suona tanto macchinosa quanto significativa per il messaggio finale del film. Cooper, regista ma anche autore della sceneggiatura, risolve tutto con una stretta di mano tra Landau e Springsteen: il baratro davanti al rocker, la speranza nel futuro per il manager.

Nei titoli di lancio delle recensioni del film, spesso severi nei confronti dell’intera operazione, capita di vedere citata la presunta “rabbia giovane” del Boss, che fa riferimento all’altra grande ispirazione del disco, “Badlands” di Terrence Malick (in italiano tradotto proprio in “La rabbia giovane”), film del 1973 liberamente ispirato alle vicende del serial killer Starkweather, il protagonista della title track di Nebraska. La verità, però, è che non c’è rabbia in questo Springsteen, ma solitudine e smarrimento che presagiscono al crollo depressivo che arriverà nel 1982, nel pieno senso di vuoto dopo la fine del tour di “The River”. Il film è capace di illustrare quel vuoto e restituisce le crepe di un uomo che nel presente non farà più mistero delle cure per la sua salute mentale.
Un Boss smarrito e solitario, si diceva, di cui emergono ancora tracce; in un’intervista per la BBC2, una delle tante rilasciate durante il press tour per il film che ha affrontato in tandem con l’attore protagonista, ammette di amare il personaggio che lui stesso rappresenta, di divertirsi a interpretarlo per tre ore sul palco, ma che il mistero della ricerca di sé per lui non si è mai risolto. «Non è facile capire chi sono per le restanti ventuno ore».
La genesi di Nebraska
Il libro di Warren Zanes da cui è tratto il film racconta in maniera impeccabile la genesi di “Nebraska”. Nel gennaio del 1982 Springsteen inizia a registrare i demo delle canzoni; ci impiegherà tre giorni, novità assoluta per lui, usando un Teac Tascam 144 nella camera da letto dell’appartamento affittato in Colts Neck, tra pochi mobili e una straniante moquette arancione. Il suono finale del disco è unico nella produzione springsteeniana: un leggero rallentamento frutto di un Echoplex rovinato che ne altera il mixaggio e una sorta di «eco secca» di musica e voce, come scrive Dave Marsh in “Glory Days”, biografia del Boss del 1987. La cassetta verrà consegnata a Landau assieme a una lettera di accompagnamento in cui Bruce esprime le sue perplessità, ancora convinto che le canzoni vadano rilavorate con la band. La lettera è riportata integralmente sia nel libro di Zanes sia nel film, compreso il disegno buffo di Springsteen a lato della pagina: un omino stilizzato con la sua chitarra.
Con quella cassetta Landau entra in contatto con l’abisso verso cui si sta muovendo l’artista, che nel demo canta
[…] there’s just a meanness in this world
una convinzione comune a tutte le voci narranti di questo album e che appartiene allo stesso Bruce trentenne dell’epoca, consumato dal passato che riemerge e che visita regolarmente con lunghi giri in macchina notturni per i luoghi della sua infanzia. Rivive in un loop emotivo il padre alcolista, violento e bipolare e sente i semi di quello stesso tormento farsi largo nella sua testa.
At night, my daddy’d take me and we’d ride
Through the streets of a town so silent and still
Park on a back road along the highway side
Look up at that mansion on the hill
“Mansion on the hill”

L’album sarà una medicina temporanea: solo nella sua stanza, seduto con la chitarra in mano su una sedia che scricchiola; Bruce dichiara di sentirla ancora, appena accennata, in “Highway Patrolman”. Nella cassetta ci sono anche una versione demo di “Born to run” e “Working on the highway”, entrambe appaiono nella nuova edizione di “Nebraska ’82: expanded edition” pubblicata nell’ottobre 2025 che contiene anche “Electric Nebraska”, ovvero la registrazioni dell’album con la E-street band. Sono tutte canzoni sull’isolamento e l’impossibilità di comunicare, esattamente ciò che stava succedendo in un periodo storico statunitense di crisi politica e nuova depressione. Il parallelo con i «personaggi vivi nella quiete americana» della già citata Flannery O’Connor è inevitabile, ma non mancano i riferimenti musicali: Bob Dylan e Woody Guthrie su tutti. A questi, Warren Zanes aggiunge “La morte corre sul fiume”, unico film di Charles Laughton e il libro fotografico di Robert Frank “Gli americani”.
«Nebraska nacque come meditazione inconsapevole sulla mia infanzia e i suoi misteri», scrive Bruce nella sua autobiografia del 2016 (Mondadori, traduzione di Michele Piumini), ma definire “Liberami dal nulla” un film sul rapporto tra padre e figlio sarebbe riduttivo. In “Nebraska” c’è molto di più: c’è l’ineluttabilità del male, ci sono le persone comuni e le loro debolezze, c’è la difficoltà della vita nella provincia statunitense.
Well, Your Honor, I do believe I’d be better off dead
And if you can take a man’s life for the thoughts that’s in his head
Then won’t you sit back in that chair
And think it over, judge, one more time?
And let ‘em shave off my hair
And put me on that execution line
“Johnny 99”
My dad, he sweats the same job from mornin’ to mornin’
Me, I walk home on the same dirty streets where I was born
Up the block, I can hear my little sister in the front seat blowin’ that horn
The sounds echoin’ all down Michigan Avenue
“Used cars”
Struck me kinda funny
Seemed kinda funny, sir, to me
Still at the end of every hard day
People find some reason to believe
“Reason to believe”

Ma c’è anche l’oscurità di un uomo, Springsteen, dilaniato dal dualismo tra fama e radici.
In una conversazione con Zanes, Bruce dichiara: «Per l’artista che si esibisce al centro di un’attenzione così pressante, la minaccia è palpabile: ritirarsi dalla luce del riflettore significa ritornare nell’anonimato, ma tener duro significa rischiare di essere travolti dalla folla e dalle sue pretese». E ancora: «Volevo costruire dei tenebrosi racconti della buona notte». «Nebraska parlava di isolamento e per raccontare l’isolamento altrui doveva addentrarsi nel proprio», conclude Zanes. Con questo spirito Springsteen si riprende, con dolore, lo spazio per ritrovare la sua interiorità, dettaglio che Jeremy Allen White e la sceneggiatura riescono a riprodurre senza particolari manierismi, ma con una sorta di ingenuità che, in fondo, non fa male.
“Liberami dal nulla” è un film sull’identità di un’icona rock e dell’uomo che c’è dietro, il tentativo riuscito di rappresentare l’esperienza umana del giovane Bruce Springsteen, un omaggio sincero e imperfetto, ma efficace sul piano emotivo. Del resto l’entusiasmo del Boss sul set e durante la promozione dovevano pur voler dire qualcosa, Bruce non sbaglia quasi mai.
Atlantic City è il primo video musicale di Bruce Springsteen. Di “Nebraska” non ci sono stati né un tour promozionale né concerti per scelta dell’artista.