Sanpa e il racconto di un’Italia controversa

Bombe, pistole, consumismo, tv. È un’Italia violenta e sfinita quella in cui fece capolino l’eroina, uscita dalle canzoni di Mick Jagger e Lou Reed a regalare una nuova affiliazione, glam, a chi nella metà degli anni Settanta aveva l’età giusta per stare in giro. Bisogna capire che noi che siamo venuti dopo: non possiamo capire. La fascinazione, il maledettismo resta intero, ma oggi perlopiù ci teniamo la nozione di abisso e ce la facciamo bastare. Capire cosa volesse dire il dilagare rapido dell’eroina, paradiso e inferno per direttissima, città invase da zombie, da ragazzi in piedi piegati a metà come alberelli sul punto di crollare, e famiglie gettate nel panico totale: non si può. È in questo scenario, tutto sommato disposto alla sorpresa e bisognoso di eroi che Vincenzo Muccioli apre le porte della cascina di proprietà della famiglia di sua moglie, e assieme a un’associazione fonda la comunità di recupero per tossicodipendenti di San Patrignano, dal nome della frazione di Coriano (Rimini) dove, in cima a una collina, sorge il podere.

La storia della comunità è al centro della docuserie di Netflix Sanpa, con la regia di Cosima Spender, il montaggio di Valerio Bonelli, nato da un’ idea di Gianluca Neri sviluppata insieme a Carlo Gabardini e Paolo Bernardelli. Tra i trending topic degli ultimi giorni, Sanpa è decisamente forte. Al centro della narrazione l’interrogativo: Fin dove è possibile spingersi per fare del bene? Nata come comunità hippie con un centinaio di ospiti, San Patrignano ben presto attira l’attenzione dei media, i finanziamenti dei Moratti e i suoi ospiti crescono esponenzialmente. Vincenzo Muccioli si trasforma nel padre autoritario e condizionatamente amorevole di centinaia di giovani smarriti e fiaccati dalla dipendenza. Il suo metodo non prevede l’utilizzo di calmanti: alle pesantissime crisi di astinenza e alle fughe tipiche dei suoi ospiti risponde con un sistema infallibile che proprio in quegli anni Basaglia era riuscito a fare abolire nel trattamento dei malati psichiatrici: la contenzione, isolamento e catene.

Nel 1980 le prime denunce, Muccioli viene arrestato ma la sua comunità si stringe nell’attesa del ritorno del padre-padrone. L’opinione pubblica è (poco) divisa: le famiglie lo idolatrano, lo Stato vede in lui la ghiottissima occasione per continuare a lavarsene le mani. Tutto sommato, in quello che viene percepito come un deserto di proposte per il trattamento della tossicodipendenza, i metodi di Muccioli vengono parificati al “classico” schiaffo, tratto dal noto e illuminato sistema educativo clava e panella fanno i figli belli. Tra i grandi sostenitori di Muccioli figurano Red Ronnie, Paolo Villaggio e un iconico Indro Montanelli, che sulla vicenda così all’epoca si espresse: «L’educazione è crudeltà».

È un ex ospite, che oggi fa l’educatore, a spiegare che invece a Sanpa ha imparato tutto quello che non è essere educatori.

A ricostruire le alterne vicende di Sanpa, tra gli altri, ci sono gli ex ospiti: Antonio Boschini, oggi responsabile terapeutico di San Patrignano; Walter Delogu, ex autista e guardia del corpo di Muccioli; Fabio Cantelli, ospite e poi capo ufficio stampa della comunità. La testimonianza di quest’ultimo, forse tra i più tormentati sopravvissuti a un’epoca e a metodi decisamente criminali, inquadra l’annichilimento dell’Io cui erano sottoposti gli ospiti di San Patrignano, proprio come accade nelle peggiori sette. E i metodi di Muccioli, non estraneo a pratiche esoteriche e spiritismo, sono in tutto simili a quelli di un santone carismatico e megalomane, in grado di rianimare gli ospiti di Sanpa grazie a un fuoco sacro di cui non cede la scintilla primigenia. Di fatto: recupera casi disperati, finisce di demolirli e poi ecco una nuova vita e identità, utili e funzionali alla sua causa. Molti si sono salvati: ci sarebbero riusciti lo stesso? E che ne sarebbe stato senza Sanpa dei suicidi misteriosi o dell’omicidio di Roberto Maranzano? Senza quegli spiantati di San Patrignano Muccioli avrebbe ugualmente popolato le sue scuderie di costosi purosangue, intessuto relazioni utili con personaggi prestigiosi e avviato giri notevoli – e poco chiari – di soldi?

Anche a distanza di anni e delle sofferenze patite Fabio Cantelli dirà: «Ci sono regioni della vita in cui vita e morte sono così intrecciate che concetti come libertà, volontà, male, bene vanno rivisti e bisogna avere il coraggio di non usarli come assoluti».

E forse sta tutta qui la chiave di lettura del documentario, ma anche del nostro retroterra storico e socio-culturale, che questa serie dolorosamente ci ricorda. Un’Italia che da contadina si è ritrovata operaia nelle fabbriche e poi consumista con il boom economico. Dove la famiglia: chiusa, mafiosa, amorale resta inscindibile unità di misura. Dove famiglie incolpevolmente inadeguate ripropongono paradigmi di violenza patriarcale o pura assenza per rincorrere il profitto. Un Paese malato, una grossa famiglia disfunzionale, nella quale la soluzione è sempre il padre autoritario. Non è quello che abbiamo visto accadere anche durante la pandemia? Sanpa ci ricorda che in quanto italiani veniamo da questo impasto folle: radici e sangue, ignoranza e violenza. Come se la droga non fosse prima di tutto un incidente -una tappa dolorosa, con i suoi abissi di dipendenza e autolesionismo, nel cammino di crescita dell’individuo- ma semplicemente il nemico da estirpare a suon di botte e altre sopraffazioni.

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