Curiosando all´edizione 2026 del festival di Vinicio Capossela
Il bosco fa paura. È lontano, scuro, carico di segreti. Come sottolinea Vinicio Capossela, nel bosco si fugge per combattere e resistere, o per diventare briganti, o perché si é amanti. Ma anche, aggiungiamo, per conoscere il mistero e l´innocenza, per scoprire la diversitá, l´alteritá, sia biologica che culturale. Mai come quest´anno la filosofia dello Sponz è utile, preziosa: la XIV edizione della rassegna, ribattezzata SPONZ IM-BOSCK e gemmata dal rifacimento del Bosco di latte di Dylan Thomas da parte del direttore artistico, ruota proprio intorno alla metafora del bosco. Grazie a questo concept si allarga ancora una volta a evento comunitario, piú che a festival. Forse ancora troppo poco per diventare un modello di convivenza da estendere, ma di sicuro Sponz è qualcosa di altro – un bosco della musica? – rispetto agli appuntamenti della incessante festificazione italiana, soprattutto estiva.

Un esempio concreto è stato la seconda giornata (giovedí 27 agosto), dalla quale proviamo a lanciarvi alcuni flash. Penso a Mauro Ermanno Giovanardi che si aggirava nell´area del Ballodromo spaesato e incuriosito dopo la presentazione del radiodramma di Thomas nel Bosco della Neviera, mentre il grosso del pubblico cenava con le cannazze di Calitri e beveva rosso irpino poco dopo aver ascoltato Paola Caridi che raccontava la storia del Mediterraneo del punto di vista degli alberi. O Krano dal lato opposto, sul palco del Vallone Cupo. Il palco principale. Tanti non conoscevano Krano, pur essendo attivo da solista da una decina d´anni ha guadagnato una discreta notorietá solo di recente grazie alla colonna sonora delle Cittá di pianura (con tanto di David di Donatello per la colonna sonora). Il songwriter trevigiano è una figura curiosa, una sorta di sfatto e anomalo folkbluesman vernacolare, con un´immagine e soprattutto un suono desolante e urbano, quasi una risposta limacciosa e periferica a Vasco Brondi. “The Great Mysterious Guy”, cosí lo presenta Capossela per sottolineare l´alone di mistero, come se fosse spuntato da un bosco. O da una nebbia di provincia, quella del crepuscolo di un nordest ormai diverso da quello cantato trent´anni fa dagli Estra.

Tutt´altra luce, tutt´altre geografie, tutt´altro tipo di incroci, con i Cruzando Fronteras. Incrociando le frontiere, dice il nome stesso. Un nome che potrebbe risuonare banale e prevedibile – da quanti decenni in musica si parla di abbattere le frontiere, di superare gli steccati? – ma che, per la storia e la personalitá dei tre musicisti coinvolti, va ben oltre il compitino buonista e ipocrita alla Jovanotti, tanto per citare uno dei tanti pseudo guru del dialogo musicale. Anche parlare di supergruppo, nel loro caso, si rivela retorico. A parlare sono le storie: quella di John Convertino è nota grazie a Giant Sand e Calexico, ma un batterista che viene dal rock e scopre l´America Latina, che vive a El Paso e ha le orecchie immerse nei passaggi tra inglese e spagnolo, ha tanto da dire in musica. O la stessa Carrie Rodriguez, bandleader spanglish per estrazione, territorio e cultura, o il marito Luke Jacobs, armato di Gibson d´epoca e di una magica lap steel che evocano altre destinazioni elettriche. Il risultato di Cruzando Fronteras, in una serata con la luna piena che illumina palco e bosco, ha stupito tutti: il trio passa con naturalezza, espressivitá e malía ispanica dal rock-blues alla cumbia – se non ci sono frontiere non c´è bisogno di sconfinare, é tutto lí, pronto per il sogno reale di una musica prismatica. Gran finale con Vinicio, che ha recuperato insieme al trio il visionario blues biblico dylaniano di La faccia della terra (da Da solo del 2008), registrata a Tucson proprio con i Calexico.

A fine serata – o inizio nottata, o preludio mattinata – i Sancto Ianne hanno sfoderato il loro effervescente folk d´autore sannita, perfetto per un Ballodromo ancora desideroso di energia. E al mattino vero e proprio del venerdí, tra le varie lezioni della Libera Università per Ripetenti nel Borgo Castello del Centro Storico di Calitri, mi piace menzionare quella del prof. Bernardinello: il punto di vista sul bosco e la letteratura, sulla paura dell´altro in tempi di altri terrori, di un giovane ma giá autorevole medievista. Uno dei numerosi tasselli di una festa-puzzle, che una volta composto restituisce il senso e il futuro delle operose comunitá dell´entroterra. Fuori dall´imboscamento.
Foto di Rosaria Aragiusto



