“Non lo fai per i soldi, né per la gloria o per i lettori. Scrivi perché non puoi farne a meno”. Nel suo libro di memorie e fantasmi, Siri Hustvedt cita questa vecchia frase di Paul Auster. La scrittura non è una questione di soldi o di fama, è una chiamata, una vocazione; se arrivano i soldi è meglio, ma Paul Auster non ha scritto per questo. Per molti anni lo scrittore era rimasto ai margini. L’improvvisa notorietà che gli era toccata dopo l’uscita della Trilogia di New York era stata sorprendente. Di scrittori così noti ce ne sono pochi, per alcuni il riconoscimento arriva solo a posteriori. Il mestiere dello scrittore è fatto di solitudine, carta, penna; ticchettii veloci che battono su una macchina da scrivere o sui tasti di un computer. Tenere una penna in una tasca del jeans, sempre a portata di mano, capitava così ad Auster, come racconta Siri Hustvedt.
Storie di fantasmi (Einaudi) è un libro che nasce dall’assenza. La morte di Paul Auster (per cancro, il 30 aprile 2024) ha creato uno spazio vuoto in casa, assordante. La moglie, Siri Hustvedt, si è trovata improvvisamente sola e ha scritto, per non andare in fiamme, perché dopo quarantatré anni di sintonia comune non riesci a comprendere la lacerante assenza dei giorni che verranno. La scrittrice ha dovuto aggrapparsi alle parole per provare a salvarsi – fuoriuscita dalla Città del Cancro per entrare direttamente in quella del Lutto: la morte incomprensibile, con le sue illusioni e i suoi trucchi da quattro soldi, come l’odore di sigaro che invade improvvisamente la stanza, il fantasma dell’altro che torna di tanto in tanto, per tramite di un vecchio montone comprato in Argentina o di un biglietto lasciato in un cassetto.

Siri Hustvedt lascia spazio a una manciata di lettere che Auster ha scritto al nipote Miles prima di morire, così che sia effettivamente presente anche una traccia dello scrittore morto, perché in fondo Siri sta tentando di parlare un’ultima volta con Paul. E dopotutto quel marito scomparso di nome Paul Auster potrebbe essere un personaggio di Paul Auster – in un gioco di specchi infinito tra letteratura e vita.
Non è il primo e non sarà l’ultimo memoir che riflette sulla perdita, la morte, il silenzio turbato da una folla di ricordi: un amore lungo quarantatré anni, con tutte le micro-abitudini della convivenza, non si cancella; Hustvedt lo riafferra nella sua quotidianità – tra libri messi a posto fin tarda notte, frammenti di conversazioni, lampi di memorie, biglietti appassionati e dispiaceri profondi (come la morte per overdose di Daniel, il figlio di Paul Auster).
Il tempo è un materiale inafferrabile, è chiaro sin dalle prime pagine. Da quando Paul è morto il tempo si è fatto irriconoscibile, scrive Hustvedt. Sono i passaggi più emozionanti del libro, quando riaffiora pure quella sindrome dell’arto fantasma che Auster aveva evocato nel suo ultimo romanzo, Baumgartner. Il protagonista di Baumgartner è amputato dalla presenza della moglie morta, ma questo non gli impedisce di continuare a percepirla. È un’illusione, la stessa che tocca Hustvedt nei giorni successivi alla scomparsa del marito. O forse no, magari è tutto vero, i fantasmi ci sono – dopotutto le storie di fantasmi non si narrano da secoli? Chi lo ha detto che sono invenzioni?
Siri Hustvedt è razionale, non crede al Paradiso, si sfama di letture scientifiche: accetta però la possibilità dell’inconosciuto. Se Paul Auster è il figlio del caso che crede nel caso, lei si addentra nella fisica quantistica, le sue imprevedibili particelle, per mettere in questione la realtà. C’è una dose di irrazionale nella scrittura e se l’hai sentita non puoi che mettere in gioco l’irrazionale anche nella realtà. Per questo siamo disposti a credere che Siri abbia visto il fantasma di Paul quando lo racconta.

“Scrivere non ha a che fare con quello che già sai ma con quello che sai dopo aver scritto” – una frase di Hustvedt rende chiaro lo spirito del libro e di quello che è il processo di scrittura. Si appoggia la penna al foglio con una frase in mente e poi corrono via le altre; se scrivi di quello che già sai finisci per annoiarti, ma se stai scrivendo immerso nel processo è un’altra cosa. Appaiono fantasmi e interferenze di voci. In questo senso Storie di fantasmi è un libro aperto.
I frammenti diaristici degli ultimi giorni di vita di Paul Auster – la malattia, le medicine, le visite di DeLillo e Rushdie – si sovrappongono a meditazioni sul nostro tempo, tra la pandemia e la rielezione del numero 45 (così lo chiamava Auster, che non voleva nominarlo; si nomina già abbastanza da solo, lo troviamo già dappertutto, urlato, incensato). La lettura scorre meglio quando le pagine sono intime e svincolate – nella parte finale Hustvedt si lascia andare a riflessioni politiche, considerazioni su Gaza, gli States, osservazioni sul nazismo, frasi di Victor Klemperer, restando però in superficie, senza entrare in profondità, con un effetto di frammentazione. Ma questo libro è scritto soprattutto per restituire una traccia e la sua assenza, e là colpisce.

Dentro Storie di fantasmi c’è il ritratto di Paul Auster, l’innocente, il romantico, l’emarginato, lo scrittore cool di New York, innamorato del baseball e delle parole dei poeti – “entrambi vivevamo tra le pagine dei libri”, scrive Siri Hustvedt, che non ha mai voluto essere la donna scialle, la moglie che si prende cura del marito e basta. Siri Hustvedt è poeta, scrittrice, complice. Nel libro non ha rimpianti; semmai rimpiange il tempo, la sua scorrevolezza, l’istante che non può essere fermato. La musica di Tom Waits da ballare insieme. Le infinite conversazioni sulla letteratura e il mondo.
Sullo sfondo i romanzi e i libri di Auster – 4 3 2 1, Diario d’inverno, Ragazzo in fiamme – che naturalmente sono una delle ragioni per cui siamo qua a leggere. Ma stiamo leggendo anche perché siamo umani, consapevoli che non c’è scampo alla fine. Siamo qui per l’ultima conversazione di Siri Hustvedt con il fantasma di Paul Auster, o chissà. Dalle notti dell’anno senza estate a quelle delle estati eterne, le storie di fantasmi non finiscono mai.