Gli artisti vanno conosciuti nei loro anni di formazione e voglia di affermarsi. L’ho sempre pensato. È lì che secondo me danno tutto, nonostante le contraddizioni che possano vivere da esseri umani in formazione. E quindi capisco e condivido la scelta del regista Nicola Prosatore di puntare la telecamera su quel periodo della vita di Pino Daniele. D’altra parte un biopic non è un documentario, ma un racconto visivo in cui si direziona la telecamera su ciò che si vuole mettere in rilievo.
Il grosso della storia si concentra nel periodo che va dalla prima band Batracomiomachia, con Rosario Jermano, alla preparazione dell’esordio discografico con Terra Mia, per concludersi il 19 di settembre del 1981, data dello storico e incredibile concerto a Napoli a piazza del Plebiscito nel tour di Vai Mo’ con la superband, quando Pino aveva ventisei anni e mezzo. Ogni tanto qualche flashback di Pino bambino o ragazzino ricostruisce la sua infanzia complicata, dalla povertà che lo porta a vivere dalle “zie” Lia e Bianca, al rapporto con il padre ludopatico. È quella fase in cui ancora non è il Pino “di tutti”, ma quello “di pochi”, quello di amici, familiari e conoscenti.
Non essendo io tra i fortunati ad averlo conosciuto di persona devo prendere per fondati anche quelli che a me sembrano eccessi (quasi una bulimia mostrata in qualche scena nel rapporto con il cibo e un carattere ruvido ai limiti del cinismo in qualche caso). Tuttavia il giudizio sul film è proporzionale al tipo di aspettative che si hanno entrando al cinema, considerando però che quello sullo schermo non è Pino (o Pinotto per gli amici), ma una sua interpretazione del regista e dell’attore (Massimiliano Caiazzo in questo caso) che lo rappresenta, altrimenti saremmo di fronte a un documentario. Questa premessa crea uno spazio in cui tutte le opinioni (anche opposte) hanno cittadinanza, perché ognuno ha il suo di Pino Daniele e cerca di capire, sovrapponendolo al film che scorre, quante sfasature ci sono, di quanto si va fuori margine.

È un criterio sentimentale ed emotivo che all’uscita della sala porta a schierarsi a favore o contro la pellicola, a secondo del margine di aderenza con quello che ci portiamo dentro. Questo criterio, per quanto legittimo, rischia però di togliere al film i suoi pregi, ingigantendo al contempo alcune mancanze. Il film va giudicato anche su tanti altri piani, non solo quello emotivo. Di assolutamente apprezzabile ci sono senza dubbio le scenografie, la ricostruzione accattivante degli ambienti, le sale prove, gli studi di registrazione, gli strumenti musicali, gli interni delle case e dei bassi e una colonna sonora abbarbicata allo scorrere della storia che ci fa sentire al sicuro, che ci riporta ai luoghi e ai momenti in cui certe meravigliose canzoni nascono o prendono forma. È un Pino Daniele raccontato nei rapporti personali, intimi, con il padre, il fratello o la moglie Dorina, ma anche con i suoi primi compagni di band, tra fragilità e ricerca di un equilibrio in cui la musica (e la chitarra) diventi il perno centrale della sua esistenza.
In questo zumare e stringere su di lui resta probabilmente fuori tanto altro, forse troppo. La Napoli di quegli anni vive un fermento artistico, e musicale in modo particolare, di cui Pino Daniele non ne è solo uno dei protagonisti, ma probabilmente anche il frutto più lucente, è lui stesso un prodotto di quegli incroci sonori e culturali, e non parliamo del nascente “Neapolitan Power”, che in verità nel film viene accennato tramite la figura di James Senese e i Napoli Centrale e la superband di Vai Mò, ma di tutto quell’universo di musiche, dal jazz, al funk, alla popolare, al progressive, fino al cantautorato che si fanno strada anche oltre Napoli e destinate a rimanere nel tempo, un mondo avviato dagli Showmen di Musella e Senese fino agli Osanna, a Jenny e Alan Sorrenti, a Roberto De Simone, fino ai Bennato, Teresa De Sio e tanto altro.
Se quella Napoli è un po’ latente nel racconto è certamente presente nelle sonorità dei primi dischi di Pino Daniele: in Terra Mia in modo viscerale, a tinte maggiormente indignate nell’omonimo Pino Daniele, con maggiore poesia in Nero a Metà e con una incredibile carica blues rock in Vai Mò. Je so’ Pazzo è un film che va sicuramente visto perché racconta una storia che va conosciuta, senza porsi di fronte allo schermo come esperti di Pino Daniele, ma come appassionati di un artista che ha lottato con tutto se stesso per diventare un chitarrista blues e facendo questo è diventato probabilmente il cantautore che meglio ha saputo raccontare Napoli nei suoi chiaroscuri. E allora Pino guardatelo pure al cinema, soffrite e gioite con lui in quel pezzo di strada che viene raccontato, ma poi andate a cercarlo nei dischi, perché e lì che è custodito quello vero e inimitabile.