“Tutto quello che noi definiamo folk music altro non è che una serie di racconti sulle condizioni umane” Norma Waterson
Toton è una piccola cittadina dalle parti di Nottingham, della cui storia si sa veramente poco. Tra le certezze c’è che esiste almeno dalla conquista normanna dell’Inghilterra da parte di Guglielmo il Conquistatore. Un’altra certezza, molto più recente, è che ha dato i natali ad Anne Briggs – anche di lei, come di Toton, si sa veramente poco, ma quel poco che si sa è talmente lucente che spinge a scavare per saperne di più. Seguire le sue tracce nelle campagne britanniche di Inghilterra, Scozia o Irlanda non è cosa semplice, perché quello che per molti significa scomparire per Anne è soltanto vivere più intensamente la propria libertà, all’aria aperta, nella natura, senza troppi vincoli, spesso in giro con un cane o a raccogliere olive e altri frutti stagionali della terra. Lo farà per tutta la sua vita. Ma mentre lei si dilegua, restano dei segni, forti e chiari, uno in particolare: la sua voce. Chi si imbatte in un suo canto, registrato (ce ne sono pochi) o dal vivo, ne resta incantato, trafitto. In tanti, e alcuni molto importanti, provano, e pochissime volte ci riescono, a portare Anne in sala di incisione, affinchè anche il resto del mondo possa venire a conoscenza di quella voce. Anne è indomabile, selvaggia, ribelle, per stile di vita e per scelte. È punk anni prima del punk, è hippy prima degli hippy, o più probabilmente, è solo sé stessa. È una ragazza che non prende minimamente in considerazione la possibilità di essere gestita, meno che mai dal music business, e se per un attimo, a un certo punto, ci pensa, avendo i figli da crescere, immediatamente ritorna sui suoi passi per sparire nei boschi. Siamo agli albori della seconda ondata del folk revival britannico, nei primissimi anni Sessanta, ancora non c’è la psichedelia, e c’è invece un sotterraneo circuito di folk club che comincia a raccogliere anche dal vivo, tutto questo lavoro di ricerca e nuova vita del folk. In quegli anni c’è addirittura il ricercatore Alan Loomax in giro tra Inghilterra e Scozia a raccogliere canti popolari.

Anne nasce nel 1944, negli ultimi mesi dell’inferno della seconda guerra mondiale, che lascerà profondi segni che si rivelano poi mortali su suo padre, mentre la tubercolosi si porterà via la mamma, consegnando la piccola Anne alla zia. A quindici anni comincia a viaggiare in autostop e per la prima volta entra in contatto con il giovane Bert Jansch, che diventerà un musicista importante qualche anno dopo fondando i Pentangle (gruppo anche di un altro grande chitarrista come John Renbourn) e che sarà riconosciuto come uno dei più influenti chitarristi, grazie alle sue accordature aperte sull’acustica, soprattutto verso la nuova generazione di cantautori che si sta formando, e parliamo di Nick Drake che nelle sue prime esibizioni eseguiva cover di Jansch, ma anche di John Martyn fino a Jimmy Page.
“…a quel tempo tutte le cantanti tradizionali erano anziane, tranne lei, era impossibile interromperle per farsi spiegare cosa stessero facendo, con Anne era diverso…” Bert Jansch
Bert e Anne sono molto giovani quando si conoscono, spesso vengono addirittura scambiati per fratello e sorella per una certa somiglianza (si somigliano anche nello stile di vita nomade e vagabondo), e in questo periodo è Anne che fa conoscere alcuni canti tradizionali a Bert, come per esempio la ballata Blackwater Side, che il chitarrista inciderà nel 1966 nel suo disco Jack Orion. Anne riconosce nel modo di suonare di Bert una certa affinità e iniziano addirittura a collaborare, cosa per niente scontata perché alla base dell’idea artistica di Anne, il canto, per come lo intende lei, non ha bisogno neanche più di tanto di strumenti, basta la voce. E se consideriamo la sua di voce probabilmente ha anche ragione.
“avevo sempre cantato senza accompagnamento, vedendo il canto così libero dagli accordi, realizzai la loro completa inutilità.” Anne Briggs
Sono anni decisivi per le sorti del folk revival britannico e qualche compilation riesce a carpire la voce di Anne, ma resteranno per ora eventi sporadici, anche le composizioni con Jansch saranno per lei solo un “piacevole passatempo”, molte sono andate perse, soltanto alcune verranno recuperate più tardi, (i due si rivedranno insieme in un documentario a inizio anni Novanta). Dopo aver frequentato i folk club, in cui si esibiva spesso ubriaca, ma nonostante questo in modo incantevole, e il periodo di simbiosi con Bert, Anne, decide di andare a vivere girovagando nei boschi della Scozia, con un certo Gary l’arciere (che anni dopo Jansch definirà un sosia incredibile di Jimi Hendrix), procacciandosi il cibo con arco e frecce, assecondando lo scorrere delle stagioni, cibandosi dei frutti che ciclicamente maturavano.

Ma la musica tornerà a bussare alla vita di Anne, quasi a non poter perdere lei e il suo talento. Questa volta sotto le sembianze di Hamish Henderson, non solo cantautore e poeta ma anche animatore della folta scena folk irlandese, incontrato casualmente a Edimburgo. Da questo momento in poi una serie di felici circostanze porteranno Anne finalmente a pubblicare la sua prima canzone The Hazards Of Love con l’etichetta Topic Records e ciò avviene dopo che Ronnie Drew dei Dubliners la presenta a Johnny Moynihan, degli Sweeney’s Men. Per Anne però niente è mai scontato e anche in questa manciata di anni tra la fine dei Sessanta e l’inizio dei Settanta, che la vedranno cantare e registrare, non rinuncerà mai alla sua indole solitaria, tanto che insieme alla sua compagna a quattro zampe, la levriera Clea (che la seguirà fin sopra le copertine dei primi dischi), vivrà ancora tra spiagge e boschi irlandesi, spezzandosi la schiena a raccogliere frutti di stagione per sopravvivere. Nonostante la lontananza dal circuito musicale le sue interpretazioni e le sue canzoni cominciano a influenzare tanti musicisti importanti dell’epoca, tanto da finire in dischi di band come i Pentangle e i Fairport Covention (con la voce di Sandy Denny). Bert Jansch, consapevole della bellezza delle canzoni di Anne le incide, per un pubblico più vasto, in vari momenti, è il caso di The Time Has Come in “Bert And John” nel 1966 con Renbourn e poi “Sweet Child” nel 1968 con i Pentangle, e di Go Your Way in “Nicola” del 1967 e ancora di Wishing Well in “Birthday Blues” del 1969.

Tra il 1969 e il 1972 Anne registra dal vivo in presa diretta, alcuni brani nel format della BBC “Peel Session”. Ma siamo all’anno decisivo, infatti sarà il 1971 quello della pubblicazione di ben 2 Ep, l’omonimo Anne Briggs per l’etichetta Topic, e The Time Has Come per la CBS. Anne è in un momento decisivo, è certamente l’astro nascente del folk britannico e potrebbe mantenere un lauto contratto che le permetterebbe di vivere in un altro modo, e per un po’ ci pensa anche, per i suoi figli soprattutto. Ma non ce la fa, si sente in colpa e disonesta con sé stessa, non è quella la vita che vuole e d’altra parte con la musica e quel mondo non ha mai legato profondamente. E così dopo poco più di trenta canzoni sparse qua e là, a soli ventisette anni decide di voltare pagina, di cantare da sola all’aria aperta e di fare una vita lontano dai riflettori. I suoi amici intanto, Bert Jansch con i Pentangle e non solo, e Sandy Denny con i Fairport Convention, giravano il mondo con la musica, mentre lei si era sistemata in una roulotte parcheggiata a Little Bealings, nel Suffolk, vicino Ipswich, in Inghilterra, senza nessun rimpianto, affrontando questa nuova parte della sua vita con il suo compagno guardaboschi Pat Delap e i suoi figli. Prima di eclissarsi registra un ultimo disco di cui però non è soddisfatta, Sing A Song For You, che vedrà la luce solo a metà anni Novanta. Dopo undici anni di carriera, per quanto anomala nelle forme, Anne ci lascia in totale circa tre ore di sua musica divisa in un ep e due album completi, oltre a una serie di registrazioni per compilation e dischi collettivi. Per quanto riguarda l’attività live non c’era verso di tenerla su un palco o comunque al cospetto di un pubblico, non reggeva la tensione, (un po’ come Nick Drake), quando capitava cantava a occhi chiusi (come in campagna da sola) e non vedeva l’ora di abbandonare la ribalta come lei stesso confessa: “Odiavo stare di fronte a un pubblico. Ero nervosa. Ero così fottutamente nervosa. Non mi piaceva essere osservata. Non mi piaceva farmi fotografare. Forse sentivo di non aver mai avuto il potere di essere importante.”
“Con quella vocalità malinconica dalle evocative sospensioni armoniche, Anne Briggs ha incarnato tutti i misteri femminili tra terra e leggenda. Improbo è trovare un enigma femminile pari nel mondo della canzone folk d’oltremanica, la quasi totalità della gente che ne scrive (sottoscritto compreso) non l’ha mai vista esibirsi dal vivo e dalle poche testimonianze si possono intuire solo frammenti di verità. Il resto giace tutto nel candore bucolico delle melodie, nel canto rurale della voce, nel carattere onirico delle liriche e nella sua presunta affinità con l’acqua. La storia di Anne così ricca di paradossi e mestizia è del tutto priva di inutili abbellimenti, la sua mitologia minimalista contempla appena trentacinque canzoni, per lo più eseguite a cappella, nel corso di undici anni o, come precisa lei, di…“4000.000.000 di battiti del cuore”. Il resto rimane tutta una intricata foresta di assenze e silenzi.” Flavio Poltronieri (Blogfolk)
Molto probabilmente la percezione che aveva di sé stessa era molto diversa da tutto quello che invece la sua voce trasmetteva (e che a lei non piaceva risentire registrata) e continua a trasmettere nel tempo per chi ha la fortuna di ascoltarla ancora. Quella magia ce la ricorda una coetanea e collega della Briggs, la cantante folk Frankie Armstrong: “Questa figura piuttosto minuta si alzò e cantò come un uccello, con quel senso di libertà e purezza. Ero assolutamente sbalordita. Per quanto riguarda il tipo di canzoni che cantava all’epoca, non pensavo ci fosse nessuno che potesse eguagliarla“.
D’altra parte anche band proiettate verso altri orizzonti sonori ne rimasero incantati, come accennato infatti anche i Led Zeppelin furono colpiti da Annie Briggs tanto che la loro Black Mountain Side è molto debitrice alla versione di Blackwater Side di Anne e Bert, che Jimmy Page sostiene di aver ascoltato live in un club. Più recentemente, nel 2021 è la volta ancora di Robert Plant che insieme alla cantante americana Alison Krauss ripropone Go Your Way. E col passare del tempo, nonostante l’assenza dalle scene, la voce folk di Briggs continua a essere ascoltata e ricordata nei dischi degli altri, nel 2009 sono The Decemberists, la band indie rock di Portland, che intitola un proprio disco The Hazards of Love, proprio per omaggiarla. Nel 2021 il musicista americano Devin Hoff, bassista e compositore, rilegge le canzoni della Briggs in modo assolutamente originale nel disco Voices From The Empty Moor, in cui usa il suo contrabbasso e si avvale di voci femminili del calibro di Sharon Van Etten, Julia Holter, Shannon Lay, Emmett Kelly, oltre una serie di pregevoli strumentisti, per raggiungere un risultato davvero prezioso. Difficile ipotizzare se Anne Briggs abbia avuto la possibilità di ascoltare quanto ancora le viene ancora tributato, magari le sarà arrivata voce negli spazi all’aria aperta in cui ancora vive, non come Dean Moriarty il personaggio di Kerouac in “Sulla strada” come l’aveva definita il critico folk Jerry Gilbert “una Kerouac al femminile”, ma più come Mowgli, il personaggio di Kipling nel Libro della Giungla come spesso lei stessa si immaginava: “Ho imparato a leggere quando avevo circa cinque anni e tutto ciò che volevo era Mowgli“.
Tutta questa storia, questo mucchio di parole che provano a restituire il senso della vita di una ragazza che sapeva cantare, ma che non voleva il peso di questo talento, non avrebbero nessun senso se non fosse un percorso verso l’ascolto di una voce magnifica che non voleva strumenti intorno, figuriamoci parole che ne narrassero le gesta.
“Sentiva di non avere proprio niente a che fare con il rock’n’roll, i suoi eroi erano gli sconosciuti che cantavano nei campi senza pubblico o applausi, uniche protagoniste risultavano le canzoni, non i nomi degli interpreti, non sapeva neppure che quella venisse chiamata folk music.” Flavio Poltronieri – Blogfolk