Kathryn Bigelow e Annie Jacobsen raccontano lo stesso incubo: il paradosso della deterrenza e la disumanizzazione dell’algoritmo
19 minuti prima che un missile nucleare cada su Chicago. 19 minuti per decidere cosa fare. Il film è A house of dynamite (ora disponibile su Netflix), di Kathryn Bigelow, unico Premio Oscar alla regia donna.
72 minuti sono invece quelli necessari, dopo lo sgancio della prima testata nucleare, per condannare il mondo ad un’ecatombe. L’annientamento completo. Il libro è Guerra Nucleare, uno scenario (edito da Mondadori) di Annie Jacobsen, finalista al premio Pulitzer.
Forse è una coincidenza, ma due voci autorevoli del cinema e del giornalismo, nel giro di poco tempo, si sono interrogate su cosa succederebbe allo sgancio della prima testata nucleare. Due risposte diverse della stessa discesa nell’inferno.
Andiamo con ordine.

A House of Dynamite è un incubo burocratico travestito da thriller militare. Mette in scena un film in tre atti dove l’intero entourage presidenziale americano e del Dipartimento della Difesa è alle prese con un DEFCON 1, vale a dire lo stato massimo di allerta delle forze militari statunitensi. Un missile nucleare punta verso Chicago (10 milioni di morti previsti solamente per l’impatto).
19 minuti per decidere cosa fare. 19 minuti per sventare la minaccia. 19 minuti per rispondere all’attacco. 19 minuti per decidere le sorti del mondo.
Comincia così un conto alla rovescia che ticchetta dentro le nostre teste. Bigelow costruisce un racconto imperniato sulla suspense, tirando fuori tutta la sua maestria registica. Lo spettatore viene aggredito dallo stesso dilemma dei protagonisti, rinchiusi nelle stanze di potere, davanti a call surreali, preda di dialoghi compulsivi e disfunzionali, telefoni che squillano, panico malcelato e linguaggio protocollare.

E mentre tutto questo accade, veniamo sottoposti ad un vero e proprio assedio mentale con zero effetti speciali. Solo un montaggio serrato di schermi dei monitor ed il susseguirsi di primi piani sempre più tirati. Il vero orrore è rappresentato dall’inesorabile che si avvicina. Non c’è bisogno d’altro.
Quei 19 minuti si dilatano. Divengono paradigmatici dell’errore sistemico, del fallimento cognitivo del potere. Quei 19 minuti, vissuti quasi in tempo reale, vengono inscenati per tre volte, da tre punti di vista diversi.

Due atti su tre il presidente degli Stati Uniti è rappresentato da una schermata nera in una multicall, una delle immagini chiave del film. È la vittima più altolocata di una perfetta macchina dell’assurdo. L’uomo più potente del mondo, incapace di scegliere, impantanato nei protocolli che lui stesso ha autorizzato. Bloccato da procedure pensate per garantire sicurezza e che invece garantiscono solo l’impossibilità di decidere.
Una catabasi kafkiana che coinvolge l’intero parterre di star (Rebecca Ferguson, Idris Elba, Jared Harris) e che si avvicendano, senza mai riuscire a modificare il corso degli eventi. Non rimane che provare a difendere la propria umanità di fronte al disastro.
Bigelow decide di non toccarla piano. Mette in scena la morte dell’eroe. Un racconto anti epico, che smonta qualsiasi retorica americana. Perché, questa volta, non c’è nessuno nemico identificabile. Perché non cambierebbe nulla, che si trattasse di un missile russo, o nord coreano, o di un mero errore tecnico. Non è quello il punto.
Bigelow si ferma all’essenziale. Perché, questa volta, l’antagonista non è una nazione, un gruppo terroristico o un nemico qualsiasi, ma la macchina militare ed il suo algoritmo di burocrazia, tra catene di comando e protocolli disumani, che abbiamo costruito per sentirci più sicuri.

La vera esplosione non è quella nucleare, ma la consapevolezza che ci scoppia nella testa. Il paradosso del progresso, che ci costringe a vivere in un sistema precario, che poggia su un equilibrio fragile ed autodistruttivo.
Bigelow sceglie la strada più cattiva, quella di girare un film spietatamente contemporaneo, così com’è spietato il finale, che molti non hanno digerito (film accolto bene a Venezia, meno negli Usa), ma che in realtà restituisce perfettamente la nostra follia.
E che ci costringe ad elaborare il trauma, questa volta da soli, senza eroi e senza tragedie, senza l’ausilio di un vero epilogo.
Soli a misurarci su un interrogativo: come può sopravvivere una civiltà che ha delegato il proprio futuro alla tecnica e che ha perso la fiducia nella propria razionalità ed umanità?
E arriviamo alla Jacobsen.

Il suo libro è il sequel non ufficiale del film della Bigelow. Il capitolo finale che nel film manca.
Jacobsen non racconta una storia, stende una vera e propria timeline dell’apocalisse. Minuto per minuto, missile per missile, protocollo per protocollo. Un manuale dell’estinzione.
Quest’estate mi è capitato di leggerlo quasi per sbaglio. Una curiosità che mi è costata cara. Il racconto della Jacobsen è sconvolgente. È un horror crudele perché reale. È un resoconto spietatamente preciso.
La giornalista si è basata su protocolli ufficiali, documenti desecretati, procedure esistenti. Ha interrogato generali, membri del governo, consiglieri presidenziali, agenti dei servizi segreti, specialisti nella gestione delle emergenze, esperti di intelligence e tutti coloro che possono offrirci i dettagli necessari per prefigurarci una catastrofe al rallentatore.
Minuto per minuto, pagina dopo pagina, descrive cosa accadrebbe DAVVERO se una testata nucleare fosse lanciata contro gli Stati Uniti.
Nessuna finzione cinematografica. Solo procedure reali che ci raccontano che il Presidente in verità ha solo sei minuti per decidere se rispondere a un attacco nucleare. Che gli bastano due conferme radar per scatenare la fine del mondo. Che non deve chiedere il permesso a nessuno (né al segretario alla Difesa, né al presidente del Capo di Stato Maggiore, né al Congresso degli Stati Uniti). E che, nel frattempo, i missili balistici intercontinentali impiegano appena 30 minuti per attraversare il pianeta (10 se lanciati dai sottomarini).
Il libro ci racconta che gli Stati Uniti mantengono una politica di lancio nucleare chiamata “Lauch on Warning”. Tradotto: non aspettiamo. Una volta avvertiti di un attacco nucleare, gli USA avviano il procedimento per prepararsi a lanciare.
Basta la decisione di un uomo solo. Una decisione sbagliata. O persino un errore, un radar difettoso in un contesto di tensione e di paranoia.
La Jacobesen, attraverso le parole dei suoi intervistati, ci racconta la cronaca di una follia istituzionalizzata. Di un sistema costruito per non fallire, in verità fallace. Del principio di deterrenza, basato sull’idea che la paura della bomba impedisca di sganciare la bomba, divenuto un mito. Un modo elegante per dire che viviamo perennemente con un fucile puntato alla testa, sperando che nessuno prema il grilletto.
Che si tratti di un missile sparato da una nazione canaglia, o da un falso allarme, la politica americana impone un contrattacco nucleare, che darebbe quasi certamente il via a una serie di eventi che andrebbero rapidamento fuori controllo.
Uno scenario che proviene da un test.
È il 1983. Gli Stati Uniti fanno questa simulazione dei possibili scenari di guerra, chiamata “Proud Prophet”. Vi partecipano vari esperti. Tra questi c’è un professore di Yale, Paul Bracken, che, racconta Jacobsen, è stato autorizzato a parlarne in termini generali: «Ha scritto nel suo libro che tutti se ne sono andati molto depressi, perché non importa come inizia lo scenario nucleare — se la Nato è coinvolta o meno, se la Cina è coinvolta o meno — finisce sempre allo stesso modo, il modo più terribile, perché l’America ha una politica di “lancio su allarme”. Non aspettiamo di assorbire un colpo nucleare. Una volta che un missile è in arrivo e c’è una conferma secondaria dai radar di terra, al presidente viene chiesto di lanciare un contrattacco».
Il punto è che non è possibile sapere se il missile contiene una testata nucleare. Ma il Presidente deve comunque decidere subito se rispondere. E se decide di farlo con le testate nucleari l’apocalisse atomica diventa inevitabile.
Ecco che i protocolli che ci dovrebbero salvare, ora ci annientano. Il potere politico diviene teatro dell’impotenza. Crolla il mito dell’eroe. Crolla il principio di razionalità occidentale. Crolla l’illusione di controllo. Quell’illusione che può distruggerci.
Jacobsen e Bigelow ci raccontano a modo loro questo. Che l’Occidente è morto nel momento in cui ha delegato il proprio giudizio a qualcosa che non è più umano.
Lo scenario descritto conferma la terrificante previsione di Nikita Chrušcëv, per il quale, alla fine di un confronto nucleare, «i sopravvissuti invidieranno i morti».

Per chiudere è necessario uno spiraglio di speranza. Eccola.
«Quando il Presidente viene a sapere che deve rispondere a un attacco nucleare, ha solo sei minuti per farlo. Sei minuti sono un tempo irrazionale per decidere se scatenare l’Armageddon», lamentava il presidente Ronald Reagan nelle sue memorie.
E sempre nell’83 Reagan andrà a vedere il film più famoso sui rischi della guerra nucleare, ovvero The Day After, una storia fittizia di una guerra nucleare tra America e Russia Sovietica. Il film fu un successo, prova della diffusa paranoia nucleare negli USA.
Reagan assistette ad una proiezione privata a Camp David. Nel suo diario scrisse di aver preso il telefono e che chiamò l’allora presidente sovietico Mikhail Gorbaciov. I due leader si parlarono. Grazie a quella prima telefonata e ad una serie di successive comunicazioni e negoziazioni, finirono per accordarsi su una considerevole riduzione dell’arsenale nucleare (negli anni ‘80 si raggiunse il picco di 70.481 armi nucleari al mondo, attualmente ne abbiamo 12.500, divise in nove diverse potenze).
Non dovesse bastare il film della Bigelow, Dennis Villeneuve (regista di Dune, Blade Runner 2046, Arrival, Sicario) ha acquistato i diritti cinematografici per il libro della Jacobsen.
Non è molto come speranza. Ma facciamocela bastare.
Senza pensare che ai due estremi della cornetta del telefono, questa volta non abbiamo Reagan e Gorbaciov, ma Trump e Putin.