Il nuovo album di Bill Callahan è possibilmente uno dei suoi migliori. Scrivo possibilmente perché non è certo con un cantautore come Callahan, che di dischi ne ha registrati tanti: si corre il rischio di sbagliarsi, di innamorarsi di un disco nuovo solo come l’eterna ripetizione di un percorso cominciato nei Novanta – quando Bill Callahan usava il nome di Smog ed era un giovane chitarrista lo-fi scuro e sperimentale. A quel tempo la voce di Callahan era appena meno profonda, più immatura e meno definita: ma dischi spericolati e indie-rock come Wild Love continuano a essere tra le migliori produzioni del cantautore americano. Difficile scegliere nella vasta discografia di Callahan, ci sono almeno due periodi di vita cantautoriali, eppure l’emozione che si prova ascoltando My Days of 58 è molto diretta, si ha la sensazione che sia un disco importante. Perché in questo lavoro Bill Callahan mette il cuore a nudo, c’è tutto il suo cantautorato, ci sono le sue ripetizioni, i suoi tormenti ritmici, l’istinto del cacciatore di armonie su corde di chitarra.

Bill Callahan non ha mai tradito la sua natura indipendente e la sua etichetta discografica, la Drag City da Chicago. Non fa troppi concerti, compone e canta le sue canzoni con grazia e riservatezza. Con la sua musica possono capitare due cose: le canzoni possono risultare un flusso indistinto, o si finisce per sviluppare una forma di dipendenza tardo romantica, la callahnite, così che esiste una comunità di ascoltatori che trova piacere nella voce, nel suono, nella semplice ripetizione di parole – è il caso di Too Many Birds, tra le più belle canzoni scritte da Callahan.
My Days of 58 contiene almeno un’altra delle canzoni più belle di Callahan: Lonely City, ode alla città alle strade e agli esseri umani che la abitano. Una canzone che volevo scrivere da decenni – dice l’autore, come se avesse trattenuto il respiro a lungo prima di cercare la direzione di Lonely City alla chitarra. Il risultato è molto poetico.
Il miracolo delle canzoni è che possono arrivare nei momenti impredicibili, allo stesso modo delle poesie, come una specie di sussurro all’orecchio del cantautore. Bill Callahan è così immerso nel suo mondo che non lo tiri più fuori, per questo le sue canzoni sono molto personali, una maniera di vedere il mondo e suonarlo. Questo nuovo album è un’ulteriore prova di visione e indipendenza artistica.
Ritroviamo gli elementi della natura in cui ama perdersi Callahan (la pioggia, il vento, il lago Winnebago), ma My Days of 58 è anche un disco sporcato dal mondo, dalle strade, dallo spirito vagante di Lou Reed, dal fracasso di internet, dalle grandi assenze. In un certo senso Bill Callahan canta appartato, voce cavernosa, arpeggi di chitarra, bruschi cambi di ritmo, ballate scure che si fissano in testa, improvvise accelerazioni, sax, fischietti, cori di voci. Come già in YTI⅃AƎЯ, ritroviamo la collaborazione con Jim White. The Man I’m Supposed to Be, primo singolo estratto dal disco, è un’altra canzone d’autore: dentro c’è rimpianto ma anche aspirazione, armonia e distorsione, perché il mondo di Bill Callahan è un chiaroscuro di contrasti – dopotutto si tratta della stessa persona che cantava: “I used to be darker, then I got lighter, then I got dark again”.
L’album è anche una maniera di Callahan per parlare a sé stesso, interrogarsi sul processo che lo porta a scrivere canzoni. In Pathol O.G., mentre una nota si ripete ossessiva alla maniera di John Cale, Callahan si domanda se sia creatività o patologia questo vizio di prendere la chitarra e cantarci sopra. Le risposte di cui troviamo traccia nel corso del disco sono una specie di manifesto artistico. Come un Thoreau alla chitarra, Callahan proclama la sua disobbedienza: in Computer c’è un appello a spegnere l’auto-tune (“I’m not a robot and I will never be”).

“Le sue storie che preferisco sono quelle relative a un poeta che cammina per la città, va a bere qualcosa con un altro poeta e poi resta sveglio fino a tardi a parlare di poesia”: così in un’intervista Bill Callahan ha raccontato la sua passione per le storie di Roberto Bolaño. Anche se vengono da due Americhe diverse per geografia e influenza, la lunga strada americana sembra aver fatto incrociare in qualche punto ignoto lo scrittore cileno e il cantautore statunitense. I love the highway, confessa Bill Callahan in Highway Born, ballata simil-country che è un canto d’amore dissonante per la strada. “And when I die / Bury me far away / So I can take one last long trip / Out on the highway”, mormora il cantautore in uno dei brani più intimi del disco.
My Days of 58 si chiude con il minimalismo astratto e scordato di The World is Still, commiato in diminuendo da un album che piacerà alla comunità callahaniana. E chissà, potrebbe stupire anche i passanti.