C’è un vuoto denso da questa mattina, e non ha niente a che fare con la canicola di quella che dovrebbe essere la giornata più calda dell’estate. Con la scomparsa di Francesco Guccini a 86 anni perdiamo l’ultimo vero punto di riferimento della grande canzone d’autore italiana. Una stagione irripetibile, molto diversa dall’indie per temi e sonorità.
Per chi è cresciuto ascoltando rock, punk o il grunge degli anni ’90, la musica d’autore è stata una sponda inaspettata. Se Fabrizio De André è rimasto un mito lontano, andatosene troppo presto per poterne respirare la presenza dal vivo, Franco Battiato e Francesco Guccini sono stati i veri padri della nostra coscienza musicale. Averli visti, aver condiviso lo stesso spazio in concerto invece di ascoltarli e basta, è un regalo che non dimentichiamo.
In oltre cinquant’anni di carriera e più di venti album in studio (da Folk beat n. 1 a Radici, passando per Via Paolo Fabbri 43 e D’amore di morte e di altre sciocchezze) Guccini ha raccontato un’Italia vera. Il suo non è mai stato un linguaggio difficile o lezioso: parlava la lingua delle cose reali. Parlava di orti, di osterie fuori porta, di bicchieri di vino lasciati a metà, di uomini e di donne imperfette e autentiche, e dell’appennino tosco-emiliano che sembrava antico, ma che c’è ancora.
C’era la rabbia e la passione di La locomotiva, lo sfogo diretto di L’avvelenata, la nostalgia sincera di Incontro, fino a storie indimenticabili come Autogrill e Cirano. Ma la sua capacità unica era quella di raccontare i ritagli di vita quotidiana: il tempo che cambia le cose in Eskimo, la fine rabbiosa e amara di un amore in Quattro stracci e la malinconia bellissima di Farewell. Guccini ha preso la storia, i libri e le nostre radici e li ha messi dentro la vita di tutti i giorni: il profumo della terra, le porte socchiuse, le case dove si fa l’amore e si litiga senza recitare una parte.
Di tutto questo, oggi ci rimangono i vinili da rimettere sul giradischi (o i brani da inserire in una playlist) e la sensazione rara di aver incrociato qualcuno che capiva le cose esattamente come le sentivamo noi.