Nella sua scrittura Clementi, da sempre, non solo racconta, ma evoca, intaglia con precisione le parole, definisce i contorni come cornici risolte e nitide grazie alla quali possiamo concentrarci sull’essenziale e poi, acquisito il senso, in un secondo tempo possiamo oltrepassare quelle cornici, per trovare lì intorno parti anche della nostra vita. Prima dell’incendio è una storia diretta, racchiusa nell’arco temporale di pochi giorni, ma capace di farci entrare e concentrare un’esistenza intera. Il rapporto con il tempo nella sua relazione selettiva con la memoria, rintraccia delle verità che si rivelano a posteriori in tutta la loro ferocia e nitidezza, tanto da poter diventare rimpianto, tenerezza, speranza o delusione. E’ l’età dell’attesa, l’anticamera del formidabile che sta per accadere, ma che poi non accade.
Bologna negli anni Novanta è stata l’alternativa praticabile a Berlino, forse a New York, era la casa possibile di desideri ancora non delineati completamente che si potevano realizzare, anche se poi strada facendo, le soluzioni precarie tendevano a diventare definitive e il coraggio di fare salti troppo grossi faceva tremare le gambe al punto da mettersi a sedere. Le case occupate al Pratello, i centri sociali, l’onda lunga del punk, anche quello demenziale, le osterie dei cantautori vive di notte dietro le serrande abbassate, Via Zamboni, il Dams e l’anima anarchica dei fumetti di Pazienza. C’era questa parte della città che affascinava chi arrivava da fuori e che attraeva anche giovani ricchi, (della città e non), che per un po’ giocavano a fare gli alternativi. C’erano le lotte di chi arrivava dagli anni di piombo e la sincera ricerca esistenziale di parte di una generazione. Chi provava a vivere in questa cerchia forse lasciava troppo in fretta fuori dalla valigia l’infanzia passata in paesini e città di provincia per ripartire da zero all’ombra delle torri.

Clementi racconta di una manciata di ragazzi, per la maggior parte bolognesi di adozione, nell’età in cui è precario tutto, che si ritrovano, per una breve vacanza estiva, in una lussuosa villa, nella campagna marchigiana, lasciata libera da e servitù e genitori di Livia, componente di quella comitiva allargata che si è compattata in un locale di Bologna, l’Oasi, loro ritrovo fisso. La permanenza nella casa è una sorta di festa continua, tra bagni in piscina, e scorribande tra armadi pieni di abiti e cucina sempre aperta, giorni vissuti al di sopra delle proprie possibilità e aspettative, ma a cui ci si abitua presto, letteralmente come se non ci fosse un domani. All’interno del gruppo, ci sono personalità che si credono in formazione ma che in realtà sono già abbastanza definite, fragilità incluse. Quasi tutti tendono a mostrarsi padroni di quella vita che provavano a gestire, maneggiando, a volte pericolosamente, sentimenti e aspirazioni. Siamo forse più vicini all’attesa intimamente lancinante e angosciosa di Buzzati nel Deserto dei Tartari che a quella più collettiva, dettagliata e rumorosa del Sabato del Villaggio di Leopardi.
A farci entrare nel cuore della storia è il ritmo della scrittura di Clementi che, come lo scalpello dei grandi scultori, elimina il superfluo, spinge gli occhi sull’essenziale, basta pensare a come viene raccontato un personaggio borderline come Guido, liberamente ispirato alla figura di Dario Parisini dei Disciplinatha, a cui il libro è anche dedicato. In questa storia il pensiero del futuro depista, annulla il presente, che quasi non merita di essere vissuto ma solo attraversato, e che però poi riemerge quando ormai è tardi, nei ricordi di quei giorni che dovevano bruciare dentro e fuori, ma che di quell’incendio resta solo la sensazione del fumo che pervade le narici. E però, nonostante tutto, fuori da quella villa, nella parte della storia non scritta che continua, quelle esistenze, forse hanno trovato un’altra vita, forse addirittura soddisfacente per quanto inattesa. Come diceva Mimì anni fa magari “poi le cose presero un’altra piega”.