La perdita di un genitore è qualcosa di irreparabile, devastante; è un dolore con cui ci si sveglia ogni mattina e che rimane sempre lì, fisso, a osservarci e a condizionarci. Ma è nel silenzio delle stanze rimaste vuote che alcuni oggetti quotidiani rivelano un potere inaspettato: quello di scatenare un’alluvione di ricordi e conversazioni immaginarie, rendendo possibile tener vivo un legame che la morte ha solo trasformato, non spezzato.
Lo scrittore dominicano Frank Báez si ritrova davanti a questa eredità sospesa: una libreria carica di volumi e di vita, di cui non sa cosa fare ora che il padre non c’è più. Quel contenitore di libri è, in realtà, un archivio di anime. Attraverso la sua penna, Báez fa affiorare il ritratto di un padre amorevole, la cui dedizione ha radici profonde. È stato lui ad aiutarlo a superare lo scoglio della dislessia, spronandolo a leggere e a scrivere, offrendogli gli strumenti per abitare il mondo.
Ed è qui che il racconto si fa politico e universale, toccando una corda scoperta: il padre di Báez ha scelto di essere l’esatto opposto del padre di Mario Vargas Llosa. Se quest’ultimo scoraggiava il figlio, vedendo nella scrittura una strada degradante o inutile, il padre di Frank ha protetto il talento del figlio, legittimandolo.
Questa contrapposizione tra modelli paterni non è solo un’annotazione biografica, ma il fulcro narrativo di “Genitori”, uno dei racconti che arricchisce la raccolta poetica di Báez. In questo testo, l’autore rivela come la notizia della morte del padre sia arrivata proprio alla vigilia di un appuntamento mancato con Mario Vargas Llosa. Mentre Báez si trova a gestire il lutto e l’imponente eredità della biblioteca paterna, la figura del premio Nobel peruviano funge da specchio rovesciato: attraverso la lettura de Il pesce nell’acqua, Báez riscopre il trauma di Vargas Llosa, cresciuto con un padre che vedeva nella poesia una debolezza da estirpare a suon di botte.

La scrittura di Báez diventa un atto di gratitudine pura, a tratti velata di malinconia, verso un uomo che è stato complice e mai ostacolo. Ma la gratitudine non cancella il peso dell’addio. C’è un momento preciso in cui il dolore si fa tangibile, ed è quando le mani devono toccare ciò che il cuore vorrebbe lasciare intatto:
Fa molto male smontare una libreria,
essere cosciente del fatto che stai distruggendo
ciò che l’amore, la pazienza e il rigore hanno unito.Non c’è nulla di più triste che tirar giù un libro
da uno scaffale, metterlo con altri sul fondo
di una scatola e sigillarla per mesi, forse anni.Tutti quei volumi che furono desiderati
e amati e che non saranno più letti
con la stessa dedizione e lo stesso entusiasmo.O forse sì, ma a me piace pensare
che ai libri manca l’odore di mio padre
e il modo in cui lui li toccava e sottolineava.Chi tocca i libri ora sono io e non per
leggerli ma per metterli in scatole, quella
cinquantina di scatole ammucchiatenell’appartamento come urne funerarie.
Smontare una biblioteca non è solo inscatolare carta; è chiudere un’epoca e aprire una nuova, spaventosa tappa della vita. È accettare che ciò che è stato non sarà più, e che quel santuario di carta e polvere diventerà una foto destinata a sbiadire e cambiare colore col tempo.
In questo passaggio cruciale, quando la realtà del vuoto diventa insopportabile, si fa spazio la poesia. Per Báez la poesia è come un gatto di quartiere: sparisce per mesi, ci lascia soli nella nostra nostalgia, ma poi torna quando meno ce lo aspettiamo, saltandoci in grembo per ricordarci che l’assenza è solo un altro modo in cui le cose restano. Smontare la libreria del padre, in fondo, non è distruggere un santuario, ma accettare che quel legame non ha più bisogno di scaffali di legno per sopravvivere: ora vive nel respiro di ogni parola scritta.