Una delle uscite più interessanti del panorama indipendente italiano degli ultimi tempi proviene dall’area del post-rock. Dunque atmosfere crepuscolari, rarefatte, melodie lontane, ambienti sonori iridescenti. Tutto ciò che dai Talk Talk e gli Slint fino ad oggi è arrivato a noi. A partire dai titoli, già di per sé evocativi e espressivi: pensiamo a Silent Search Of Spring (Urtovox Records). Una silenziosa ricerca primaverile. Come se la potenza, il calore e la luce della stagione arrivassero da lontano, cercati e desiderati. Incontrare ELLE significa proprio entrare in questa dimensione impalpabile, nella quale folk, art-rock e musiche contemporanee dialogano sottilmente. Lo abbiamo fatto, chiacchierando con loro dell’ultimo disco.

Nel carattere dell’uomo è il suo destino, diceva un antico. Ma anche il nome non scherza. E il vostro – ELLE, senza “gli” o “le”, peraltro – mi incuriosisce. Tanto da partire proprio da qui: cosa significa?
È la storia di due amici, due uomini capaci di fare musica, ma a cui manca qualcosa. Quel qualcosa, come nelle più antica storia dell’uomo è il confronto con una donna. Per noi, me e Danilo, è stato incontrare proprio una Lei in carne ed ossa, quindi non una semplice metafora di ritrovare in sé una creatività che spesso si identifica con la capacità tutta femminile di far nascere qualcosa, etc..
Lei è Miriam. L’abbiamo incontrata quasi per caso e fare musica insieme è stata pura magia, intesa, dolcezza, fin dal primo momento. Il nome nasce da quell’incontro. Declinato alla francese senza articoli ci sembrava potente. Che ELLE sia quindi!
Dal nome al carattere. Spesso si chiede ad un artista o un gruppo di descrivere la propria musica. Io preferirei sentirvi parlare in profondità della sua natura. O meglio, qual è il carattere della musica che ascoltiamo in Silent Search Of Spring?
Silent search of spring segue un percorso nato dall’amore e dalla ricerca del cantautorato folk di nuova generazione. L’impalcatura sono le trame di chitarra che spesso custodiscono all’interno anche le melodie. Spesso le canzoni che inizio a scrivere, una volta imbastita una prima parte, è come se fossero già lì, nell’aria. Tocca saperle “sentire” e poi la loro vera natura si disvela in tutta la sua bellezza. Traghettare il primo sound di Elle, intriso di synths ed elettronica fin qui è stato come decostruirlo pezzo per pezzo per poi dire infine, Ora sono completamente nuda, ti piaccio ancora? Questo penso sia quello che è accaduto e ne ha tracciato poi conseguentemente il carattere. Il carattere di una donna sicura di sé, che non cerca orpelli per apparire bella, ma nella sua immagine racchiude tutta la sua profondità.
Dopo il debutto del 2020 e il secondo atto del 2023, è arrivato questo terzo disco. In cosa differisce dai due predecessori?
Da Elle, primo album eponimo, a Silent search of spring sono passati 6 anni. Oggi, nella frenesia in cui siamo avviluppati costantemente, nell’epoca dell’oggi, dell’istante, del momento, 6 anni equivalgono ad un’era! È un po’ come una storia d’amore. 6 anni forse non si festeggiano più, ma l’amore sta nel non sentirli o contarli e questa è un’impresa tutt’altro che facile. In cosa differisca dai due lavori precedenti? È fondamentalmente un cambio di paradigma avvenuto lentamente, ma che, inesorabilmente, ha portato a ripensare al sound della band.
Prima dell’album, Marco Calderano – alias Antihero – ha pubblicato il suo solista The Deepest Sea: è da considerare una sorta di prova generale per Silent Search o è un discorso parallelo e lontano?
The Deepest Sea ha cambiato radicalmente le carte in tavola. Io non avevo più voglia di scrivere chitarre di contorno, linee guida, diciamo, ma volevo che le chitarre spesso accordate in maniera inusuale diventassero la mia firma e questa cosa, inevitabilmente, è ricaduta anche su Elle.
Il titolo dice molto, e in quel richiamo alla ricerca silente e all’energia del nuovo mi vengono in mente i Talk Talk. Non a caso la vostra è musica fatta anche di sospensioni, bagliori, pause. Si tratta di un lavoro che ha richiesto molto tempo in studio o è stato immediato, urgente?
Questo lavoro è rimasto nel cassetto per più di un anno e mezzo. Una volta capito che potevamo ancora osare è stata tutto immediato e sì, forse urgente. I provini sono diventate le take definitive. Non avevamo voglia di suonare di nuovo quei pezzi in maniera inevitabilmente manieristica. Dovevano suonare, tra virgolette, in maniera jazzistica. Buona la prima. Solo così sono riusciti a mantenere quell’aura di sospensione che tanto ha colpito chi ha avuto la voglia di perdersi nel racconto.
Mi hanno colpito anche alcuni brani più vicini a certe dilatazioni care al post-rock (es. Truth) e mi viene da pensare al respiro internazionale del disco: vi sentite pronti per l’estero o c’è ancora da lavorare?
Noi siamo nati come una band dal sapore internazionale. Però, in Italia, una musica così viene ascoltata da una nicchia di persone e non è facile affacciarsi su un mercato più grande se alle spalle non c’è una produzione importante. Oramai viene chiesto agli artisti di investire sull’opera e questo di conseguenza, dati i bassi budget che un artista esordiente può permettersi, ricade di conseguenza sulle opportunità che gli si possono aprire. Diciamo che noi ci sentiamo pronti dal 2020 a fare quel salto, ma non si sono verificate mai le occasioni giuste.
Inoltre le classifiche italiane di oggi sono piene di musica italiana e sembra del tutto sparita la musica estera, fenomeno che ritengo associabile alla fine di canali come MTV e simili. Quando ero ragazzetto l’indie rock era il rock indipendente americano che slegato dalle logiche di mercato delle major, garantiva una qualità ed un’imprevedibilità da un disco all’altro davvero sorprendente. Oggi c’è l’indie declinato all’italiana, ma non mi sembra che il risultato sia lo stesso.
La stessa cosa sta succedendo con la Trap e prima accadde col rap e l’hip hop. Alcune musiche hanno bisogno del contesto culturale in cui nascono per essere autentiche sennò si rischia di scimmiottare rendendo manieristica una musica. Inoltre, volendo essere volutamente/velatamente polemico, ritengo che questo abbrutimento nasca dall’importanza che la politica e la società diano all’arte in Italia da vent’anni a questa parte.
ELLE in concerto replica quanto inciso in studio o è un’esperienza diversa?
Ricordo il primo concerto dei Karate che vidi al Brancaleone a Roma nel 1998. Rimasi folgorato di come il concerto suonasse esattamente come il disco, The bed is in the ocean. Da allora ho sempre pensato che riuscire a riprodurre dal vivo un disco con tale maestria fosse una dote rara. Però poi successivamente quando mi sono trasferito a Roma ho avuto il piacere di ascoltare il quartetto di Wayne Shorter diverse volte. L’imprevedibilità dell’esecuzione rendeva me ed il pubblico elettrizzati da quello che sarebbe potuto accadere nel tempo del concerto. Oggi mi piace pensare che questi due forti stimoli siano rimasti vivi dentro me. Quindi, diciamo che si cerca sempre una sorta di fedeltà all’incisione, al disco, ma poi gli arrangiamenti cambiano a seconda della situazione e del contesto.
Il prossimo disco seguirà il cammino di Silent Search o immaginate altri itinerari?
Al momento mi sto muovendo molto sul versante acustico che è anche la matrice di Silent search of spring, ma conosco bene le dinamiche di questa band. Conosco l’anima rock di Danilo e Giovanni. Conosco la morbidezza e l’imprevedibilità di Miriam. Diciamo che quello che conosco di meno sono Io!
Battute a parte. So che in quel contesto, nonostante sia io a portare l’idea, poi questa viene rimaneggiata da tutti e le varie anime musicali ne prendono parte trasformandola in altro. D’altronde è quello che dovrebbe succedere in una band, no?! È come decidere un itinerario in quattro prima di una vacanza. Tutto è pronto e deciso, ma poi al primo bivio non previsto si prende tutt’altra strada e il viaggio cambia.