Esistono luoghi dove la comunità poetica continua, o prova, a rappresentare qualcosa di radicalmente diverso: una rete di sopravvivenza. Una rete lontana da ranking, premi, corsi, gruppi con la logica del momento, polemiche, classifiche. Ci sono dinamiche e modalità che bisogna osservare, per non dimenticare che forse il dono della poesia è quello di svegliare gli spiriti quando tutto invita all’assuefazione.
La notizia della morte della poeta salvadoregna Krisma Mancía ci ha raggiunte con la forza di quelle perdite che non appartengono soltanto alla letteratura. Poeta, promotrice culturale, artigiana, madre, compagna di vita, amica, lettrice, interprete degli strati più profondi dell’esistenza: Krisma era tutto questo, e molto di più.
Il 16 dicembre 2025 aveva scritto sui suoi canali social parole che oggi assumono il valore di un documento doloroso. Raccontava di essere tornata al lavoro al Ministero della Cultura dopo un periodo di malattia, di aver ricevuto una diagnosi di insufficienza cardiaca di terzo stadio e di altre patologie croniche, e di essere stata licenziata poche settimane dopo il rientro. Scriveva di non aver pensato né all’ingiustizia né alla fame che l’attendeva, ma ai quattordici anni dedicati a costruire progetti che avevano rafforzato la vita culturale della nazione. Concludeva: «Se domani morirò, saprò di aver dato tutto e di averlo fatto bene.»
Persone a lei vicine hanno raccontato che, negli ultimi mesi, quella situazione aveva progressivamente ‘spento il suo sorriso’. Non è un episodio isolato, ma il riflesso di una fragilità strutturale che continua a segnare la vita di molti artisti − non solo, ma soprattutto – latinoamericani.
Già Eunice Odio, in una lettera a Juan Liscano negli anni Sessanta, scriveva parole che conservano una forza impressionante: «E come il profeta Elia, il poeta viene considerato nulla e lo si fa soffrire. E molte volte, come Cristo, lo uccidono. Credi che oggi non accada più? Ho visto morire più di uno, senza contare César Vallejo. Morirono di abbandono e di dolore spirituale.» Anche a Krisma l’hanno fatta soffrire, nonostante desse il massimo e facesse bene il suo lavoro. Molto bene.

Abbiamo conosciuto Krisma nei primi anni Duemila, quando aveva pubblicato La era del llanto (2004); poco dopo sarebbe arrivato Viaje al Imperio de las Ventanas Cerradas (2006). Ammiravamo la forza della sua poesia e il suo instancabile lavoro per la cultura salvadoregna. Ci invitò a far parte della giuria dei Juegos Florales. Ci scrivevamo ogni tanto. Oggi rileggiamo le sue poesie con un sapore amaro sulla lingua, ma anche con la gratitudine dovuta a chi ha continuato a credere che la parola potesse ancora aprire finestre.
Questa vicenda ci mette davanti alla necessità di guardare oltre il lutto e fare di questo dolore una grande interrogazione. Che posto riserviamo alla parola e a chi la scrive quando non produce consenso, quando l’artista non è una macchina per produrre prestigio o grandi numeri di vendita, ma chi riconosce di appartenere all’umanità, amando senza misura, costruendo una cultura universale mentre racconta il mondo attraversandolo con dolore? Che succede a coloro che studiano e scrivono con rigore, che esercitano la critica senza trasformarla in demolizione personale, che si occupano di diffondere la parola senza cadere nei vizi del prestigio intellettuale o nei marchi identitari?
Anche nella sua morte, Krisma Mancía continua a indicarci un cammino. Ci invita a misurare la società che abitiamo non dal numero di eventi culturali che organizza, ma dallo spazio che concede alle parole capaci di metterla in discussione. Ogni volta che la poesia viene piegata alle logiche delle gerarchie, delle contrapposizioni sterili o della ricerca di riconoscimento, perde la sua funzione più radicale: restituire dignità all’umano, custodire la memoria e dare voce a ciò che il potere preferisce lasciare ai margini.
Forse è proprio questo che oggi è importante difendere.
Krisma Mancía, attraverso la sua poesia, ha incontrato ciò che la vita quotidiana tende a reprimere: il desiderio, il dolore, l’intuizione, la memoria, la vulnerabilità e, soprattutto, la forza creativa. Le sue immagini di ponti, alberi, acqua e finestre parlano dell’indicibile fino a trasformarlo in esperienza condivisibile. Per questo, aperte rimarranno le finestre che la sua poesia ci insegna ad attraversare.
Siate tutte e tutti invitati a leggere Krisma Mancía. E, attraverso la sua voce, a incontrare le poete e i poeti che scrivono da altri territori, da altre lingue, da altre storie. Perché ogni volta che leggiamo poesia di altrove non stiamo semplicemente scoprendo un’altra letteratura: stiamo imparando un altro modo di essere umani.
Tania Pleitez Vela y Rocío Bolaños
Mil veces he muerto
y ya no hay espacio para mi cementerio.
Si me amas
entiérrame en el centro de tu corazón
deja que el sauce pronuncie mis nombres
como la prolongación infinita del aire
deja que tus amantes resuciten mi carne
en el jardín de tus besos.
Si me amas
nunca busques mi esqueleto
gente como yo
se esconde en otras gentes
en otros epitafios
en otras vidas
en otras ciudades
siempre volvemos al mismo sitio
en estado vegetal o en estado gaseoso.
Si me amas
olvida mi rostro
y recuerda la transparencia de mi voz.
Mille volte sono morta
e non c’è più spazio per il mio cimitero.
Se mi ami
Seppelliscimi nel centro del tuo cuore
lascia che il salice dica il mio nome
come l’infinito prolungamento dell’aria
lascia che le tue amanti rivivano la mia carne
nel giardino dei tuoi baci.
Se mi ami
non cercare mai il mio scheletro
persone come me
Si nascondono in altre persone
in altri epitaffi
in altre vite
in altre città
torniamo sempre allo stesso posto
in uno stato vegetale o in uno stato gassoso.
Se mi ami
dimentica la mia faccia
e ricorda la trasparenza della mia voce.
Profecía heredada
II
Corazón que envejece
Mira qué viejo estás de tanto llorar,
de tanto callar.
Llora por dentro y duele
llevar esa laguna íntima
que nadie ve, porque la elegancia del luto
es la resignación,
porque la distancia que me divide de los muertos
es tan mínima y poderosa como esa aguja
que traspasa una sombra.
Corazón, sos un ojo de agua
que todo lo ve
desde la banca del infierno.
II
Cuore che invecchi
Guarda come sei messo da tanto piangere,
da tanto silenzio.
Piange dentro e fa male
portare quella laguna intima
che nessuno vede, perché l’eleganza del lutto
è la rassegnazione,
perché la distanza che mi divide dai morti
è minima e potente come quell’ago
che passa attraverso un’ombra.
Cuore, sei un occhio d’acqua
onniveggente
dalla panchina dell’inferno.
Krisma Mancía