Una terra di mezzo frapposta tra il mare e la montagna, artisticamente più evocative ed esteticamente più appaganti, ignorata dalla maggior parte di scrittori e registi. Non è da tutti rappresentare artisticamente la pianura, anzi, solo in pochi finora lo hanno fatto (Vitaliano Trevisan, Francesco Maino, Romolo Bugaro, Gianni Celati); eppure, hanno tanto da raccontare, specie nel momento storico postmoderno che stiamo attraversano. Spaesamento, fallimento degli ideali, crisi del capitalismo e del lavoro, scollamento tra comunità e terra (non territorio) sono solo alcuni elementi che pervadono la vita degli abitanti della pianura, sottoposti a una nebbia e a uno smog asfissiante che accorcia sensibilmente il loro orizzonte d’azione e le loro aspirazioni.
Le città di pianura di Francesco Sossai (classe 1989) mette al centro tutto questo e ciò che non si vuole vedere della terra piatta e dei suoi abitanti: la crisi del 2008 e del lavoro tradizionale, così come della famiglia, una comunità disgregata e sventrata dalla politica che intende la terra solo come territorio di cui appropriarsi.
Il risultato è una pellicola – a metà tra un road movie come Il sorpasso e la commedia Amici miei – in direzione ostinata e contraria, che non segue alcuna regola, esattamente come i protagonisti: veraci antieroi sgangherati, non disposti assolutamente a crescere, a cambiare e a rimanere sconfitti, stonati e orgogliosamente irrisolti che si oppongono – consapevolmente o no – al mito del Nord-Est produttivo e imprenditoriale che aveva caratterizzato le pianure venete tra gli anni Ottanta e Novanta.
Pur essendo localissima, l’opera di Scotti è in grado di fotografare i problemi delle province dell’Italia tout court e del sistema Paese grazie all’ironia, alla caratterizzazione dei personaggi e del taglio antropologico che contraddistingue il film.

Un road movie tra nebbia, pianura e tanto, tanto alcol
Presentato all’edizione 2025 del Festival del Cinema di Cannes (nella sezione “Un Certain Regard”), la seconda fatica del regista è un road movie sgangherato e senza regole che attraversa la pianura del Veneto. Il motore della narrazione è il tanto atteso ritorno in Italia di Genio (Andrea Pennacchi), l’amico storico dei due protagonisti, Doriano (Pierpaolo Capovilla) e Carlo Bianchi (Sergio Romano), che nel cuore della notte vogliono andare a prenderlo all’aeroporto, tra un pit stop per un’ultima bevuta e l’altra. L’amico era scappato in Argentina circa vent’anni prima, dopo che era stata scoperta una truffa ai danni dell’azienda per cui i tre lavoravano, andata avanti per diverso tempo, e che aveva fruttato ai tre complici una buona rendita (ovviamente tutta scialacquata in bevute e beni materiali in poco tempo) mentre vivevano le loro giornate – solo all’apparenza – normalmente, tra turni in fabbrica, partite di pallamano e bevute con gli amici.
Arrivati a Venezia nel cuore della notte, si imbattono in un gruppo di giovani studenti che festeggiano una laureata: tra di loro c’è Giulio (Filippo Scotti), fuorisede napoletano che studia a Venezia, che viene ingaggiato – anzi, quasi rapito dal duo del Gatto e la Volpe in salsa veneta per farsi un ultimo bicchiere prima di andare a prendere l’amico e di accompagnare Filippo a casa sua, a Mestre. Il giovane vive un momento di puro smarrimento esistenziale, tra una cocente delusione amorosa e lo spaesamento che comporta il vivere in una terra in cui non si è nati, che non si conosce e in cui si è solo di passaggio per realizzare il proprio futuro (ma quale futuro?).
Il road movie si dipana così tra osterie dismesse, baretti di provincia, ville venete in piena decadenza: tutte realtà che il trio attraversa a bordo di una Jaguar claudicante e malmessa nell’arco di un giorno e mezzo. Il viaggio dura giusto il tempo dell’iniziazione del ragazzo malinconico e sensibile, che trova in Doriano e Carlo due guide sgangherate e goderecce pronte a insegnargli a crescere e a cogliere le occasioni nella vita con leggerezza e determinazione.
“Perché non sapete un cazzo di dove vivete?”
“Perché non sappiamo un cazzo ma sappiamo tutto”

Quello che attraversano i tre è anche un viaggio nel tempo, alla ricerca di un Veneto che esiste solo nei ricordi ostinati e patinati dei due ultracinquantenni e che, ora, sta attraversando un momento di crisi. Ciò che Carlo e Doriano ritrovano è sconsolante: trattorie storiche chiuse, bar fatiscenti e maleodoranti pieni di pensionati che bruciano la pensione con il gioco d’azzardo. Un presente che non promette niente di buono alle nuove generazioni e che fa sospirare i due protagonisti, mentre ripensano ai bei tempi andati: “Come stavamo bene negli anni Novanta”.
La relazione, il cuore del film
Nella ricerca del posto più adatta dove “bere l’ultima” i tre protagonisti trovano nella relazione intergenerazionale una sorta di elemento salvifico: se, da una parte, Carlo e Doriano, nell’insegnare al giovane ad affrontare la vita con meno timore e più sana incoscienza (al suon di “Non c’è mai un’altra volta”), dall’altra Giulio – oltre a permettere ai due di crescere e diventare finalmente padri e guide per il giovane – mostra ai due nuovi amici un approccio alla vita, più profondo e romantico.
In un periodo storico in cui il capitalismo impera e in cui le relazioni umane vengono fagocitate dal consumismo sfrenato, i legami che resistono al tempo che passa come quello tra Carlo e Doriano, così come quello che si crea con lo studente, sono una panacea per l’anima: in un’opera malinconica come Le città di pianura l’amicizia funge da salvagente (esistenziale e non) e apre uno spiraglio di speranza, che addolcisce anche le trame narrative più dure e veritiere.