Cosa si è disposti a sacrificare per ottenere il successo, realizzando il proprio sogno? Fino a dove si è disposti a spostare l’asticella e la bussola della propria moralità? Sono queste le domande che sorgono in chi assiste al percorso di ascesa di Marty Mauser (al secolo Marty Reisman), aspirante campione statunitense di tennistavolo al centro di Marty Supreme, la pellicola di Josh Safdie, incantato da una colonna sonora imperdibile e da un ritmo narrativo più che incalzante.
La nuova opera di Safdie sr. – che, insieme al fratello minore Benny Safdie, aveva firmato Good Times e Diamanti grezzi – è incentrata sul percorso di ascesa di Reisman, interpretato magistralmente da Timothée Chalamet, in odore di Oscar, che ambisce a raggiungere l’Olimpo del ping pong.

New York, fine anni Cinquanta. Marty Mauser lavora alacremente nel negozio di scarpe dello zio solo per uno scopo preciso: mettere da parte il denaro necessario per volare fino a Londra, dove parteciperà al torneo British Open di tennistavolo con la speranza di primeggiare. Sconfittoin finale in tre set a zero dal campione giapponese, il protagonista non si dà per vinto e punta al torneo in Giappone: ancora più sfrontato e determinato che mai, Reisman deve fare i conti con la realtà della sua vita precaria a New York. Si affiderà, dunque, a espedienti di ogni tipo per raggiungere i suoi obiettivi e volare a Tokyo, senza accettare la (non così remota) possibilità di fallire e di non riuscire a esaudire i propri sogni.
Reisman arriverà a sacrificare quasi tutto in nome dell’ambizione, della brama di riscattarsi da una vita ai margini della società e della frenesia di diventare qualcuno in uno sport minore che, a quell’epoca, in Oriente era molto popolare, mentre negli Stati Uniti non era considerato granché.
Una vita ai margini
Reisman non è certamente il prototipo dell’eroe americano: newyorkese di origine e allevato dai genitori di origine ebraica ashkenaziti, si appassionò al ping pong da giovane, imparando a giocare pur non frequentando i circoli sportivi. Il suo stile, grezzo e originale al tempo stesso, testimoniava alla perfezione la sua essenza atipica e fuori dagli schemi: iniziò a raggiungere una discreta fama a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, sia per il suo talento, sia per il suo carisma.
Al tempo era piuttosto maturo: nel corso della sua carriera, tra la fine degli anni Quaranta e il 1952 cinque medaglie di bronzo ai Campionati mondiali di tennistavolo.

Il sogno americano portato al suo estremo
Safdie non realizza un biopic tradizionale, bensì rimane fedele all’essenza sgangherata e senza scrupoli del protagonista. Marty si trova ad affrontare espedienti di ogni tipo pur di raggiungere il proprio scopo, senza temere per la propria vita o delle persone che gli stanno intorno e gli vogliono bene. Mente ai propri cari, inganna sconosciuti cercando di estorcere denaro, chiede esplicitamente denaro a un’attrice in là con l’età (Gwineth Paltrow) con cui intrattiene una liaison, si piega a esibizioni sportive in cambio di un guadagno certo. E lo fa senza remore: se c’è qualcosa che la cruda realtà non scalfisce il giovane e ambizioso aspirante atleta è la granitica certezza nel proprio talento e nel proprio destino. Reisman, nonostante i numerosi ostacoli incontrati nel proprio percorso, non considera mai l’ipotesi del fallimento: Safdie porta sullo schermo l’estremizzazione del sogno americano e del mito dell’homo faber fortunae suae. Mauser gioca in prima linea contro tutti, cercando di ottenere fama e gloria per redimersi dalla povertà, da una famiglia disgregata e da un’infanzia difficile.
La lotta per ottenere il tanto ambito titolo di campione si trasforma quindi in una sfida che ha il sapore della rivincita sulla vita stessa e sulle proprie origini, in cui Mauser cerca di liberarsi dalla sua stessa identità. Caparbio, sfrontato, tremendamente sicuro di sé e granitico nelle proprie decisioni, Mauser dovrà misurarsi con il destino e con la realtà che la vita ha in serbo per lui: uno spietato Chalamet incarna la quinta essenza della gioventù che si scontra contro tutti, animata prima di tutto dall’ambizione di dimostrare quanto vale.
Safide porta all’estremo la storyline della realizzazione del sogno americano in cui addirittura lo spettatore si trova inevitabilmente a tifare per il successo di Mauser, nonostante gli errori e gli inganni commessi dal protagonista nell’arco del film. O forse soprattutto per il percorso accidentato, fuori dai margini, per nulla patinato di Mauser che si è ampiamente sporcato le mani per ottenere ciò che lo appassiona. Perché il protagonista di Marty Supreme non è un candido eroe, bensì una persona vera, con sogni spregiudicati e ambizioni impossibili come tutti noi ma, che, a differenza di molti è pronto a fare di tutto per arrivare dove vuole.