Cosa sappiamo, davvero, del mondo delle carceri minorili, al netto degli stereotipi finzionali, dei negazionismi, delle indagini agghiaccianti e della nostra buona, buonissima volontà? Temo ben poco; ancor meno sappiamo delle realtà laboratoriali ed educative che sono attive negli istituti penitenziari per minori e che provano a smuovere emozioni per dimostrare che, tutto sommato, un’altra vita è possibile.
Il 9 aprile è uscito nelle sale La Salita, debutto alla regia di Massimiliano Gallo, film intenso e delicato, che offre uno sguardo prezioso e inatteso su questa realtà. Senza la pretesa di semplificare a tutti i costi ciò che oggi è esiziale proprio per la sua complessità, la storia del film ricostruisce fatti realmente accaduti, in particolare il laboratorio teatrale che Eduardo De Filippo e la sua compagnia organizzarono nel carcere minorile di Nisida nel 1983, su cui si innestano le storie di Emanuele, un ragazzo che sta terminando di scontare la sua pena, e dei suoi compagni (Franchino, Enzo, Paolo), e di Beatrice, una detenuta potente e sofferente del carcere di Pozzuoli, momentaneamente smobilitato a causa del bradisismo. Al di là della recitazione monumentale di Gianfelice Imparato, Mariano Rigillo, Maurizio Casagrande, e dei giovanissimi protagonisti, al di là di una regia che concretizza le atmosfere anche nei paesaggi, è il tema stesso del film che lo rende necessario. Soprattutto in un’epoca in cui, dopo il Decreto Caivano, la presenza di minori negli istituti carcerari è aumentata del 48%-55%.
Autore del soggetto, autore della sceneggiatura (con Mara Fondacaro e Massimiliano Gallo) e produttore (con Donella Bossi Pucci, Paolo Rossetti, Francesco Siciliano, Rino Pinto, Massimiliano Gallo) è Riccardo Brun, con cui ho dialogato su La salita, sulla vita nelle carceri minorili, e sulla sua esperienza diretta nell’istituto di Nisida.

Com’è nata l’ispirazione di questo film e quali fonti hai consultato?
Per dodici anni, dal 2010 al 2022, insieme ad altri autori napoletani, ho frequentato assiduamente il carcere minorile di Nisida. Conducevamo un laboratorio di scrittura voluto dal direttore Gianluca Guida e coordinato dalla professoressa Maria Franco, una delle docenti del carcere. In quegli anni, oltre a parlare e lavorare con centinaia di ragazzini detenuti, e oltre a pubblicare ogni anno un libro frutto di quegli incontri e del nostro lavoro con i ragazzi, ho anche avuto la fortuna di ascoltare i racconti di chi lavorava nel carcere in quegli anni, e di chi ci aveva lavorato nei decenni precedenti. Sapevo già come Eduardo, anche e soprattutto nei suoi ultimi anni di vita, si fosse speso in favore dei ragazzini detenuti, ma i racconti del direttore, di Maria, di vecchi “amici di Nisida” che avevano lavorato nell’IPM negli anni ‘80, hanno arricchito le storie che conoscevo con dettagli, aneddoti, nuovi punti di vista. Quando poi abbiamo deciso di raccontare questa storia mi sono documentato anche su articoli di giornali dell’epoca, libri, documentari, interviste più mirate. Poi però, dopo la fase di documentazione e di messa in fila dei fatti storici, è venuta la fase dell’elaborazione narrativa. Il film è pieno di cose vere e pieno di cose inventate, mescolate liberamente secondo la nostra sensibilità. Per fare alcuni esempi, il discorso al Senato che Eduardo pronuncia da senatore a vita, e con il quale spiazza l’aula di Palazzo Madama (che si aspettava da lui un discorso sulla cultura e sul teatro, e invece riceve una durissima invettiva contro la classe dirigente e a favore dei ragazzini perduti nelle carceri minorili del Filangieri e di Nisida) è del 23 marzo 1982; la messa in scena dello spettacolo Annella di Porta Capuana a Nisida, con gli attori della compagnia di Eduardo Carlo Croccolo e Rosalia Maggio che recitano insieme ai detenuti, e con la scena famosa di Eduardo che rimane solo sotto la pioggia mentre gli attori continuano a recitare, è del 26 luglio 1982. La chiusura del carcere femminile di Pozzuoli per i danni del bradisismo e il trasferimento di alcune detenute al carcere minorile di Nisida (all’epoca solo maschile) è del 4 settembre 1983. Noi abbiamo deciso di fondere questi fatti storici, omettere quello che non era essenziale ai fini del nostro racconto, cambiare quello che ci sembrava giusto cambiare, e racchiudere il senso di tante cose in un’unica storia che riuscisse a emozionare. La Salita non è un documentario, non una cronaca, non un docufilm. È un’opera che aveva l’intenzione di ricostruire l’atmosfera di un’epoca, di ricordare alcuni fatti del passato, di raccontare l’essenza dell’impegno di Eduardo De Filippo in favore dei ragazzini più sfortunati e difficili di Napoli, e soprattutto di mostrare come il teatro, la cultura, la bellezza possano contribuire a tracciare strade nuove e diverse lì dove sembra che non ve ne possano essere. Come sempre in questo tipo di film, lo spettatore che ne avrà voglia potrà divertirsi a scoprire quali sono tutte le verità storiche e quali invece sono le invenzioni drammaturgiche utili a far funzionare la narrazione.
Data la tua esperienza a Nisida, qual è la realtà attuale nel carcere minorile?
I ragazzi che erano a Nisida negli anni ‘80 erano diversi da quelli che ho conosciuto io dal 2010 al 2022, e quelli che ho conosciuto io certamente erano diversi dai ragazzi che sono oggi a Nisida. Premesso che ogni vita ha la sua storia e la sua individualità ed è difficile fare un discorso che valga per tutti, direi che la reclusione minorile fotografa i cambiamenti della società esterna. In questo momento ho la sensazione che si sia molto abbassata l’età per crimini particolarmente violenti. Alcuni ragazzi a 17, 18 anni sono già boss e si sono già macchiati di vari omicidi. Il lavoro che si fa dentro Nisida però continua a essere quello che ho conosciuto e visto con i miei occhi: un enorme tributo di impegno, dedizione, sacrificio, intelligenza al servizio del dettame costituzionale secondo il quale il carcere deve essere oltre che punizione anche e soprattutto recupero e reinserimento nel tessuto sociale, soprattutto quando si parla di minorile.

Questo è un film metaletterario e metartistico: si fanno strada nella storia di redenzione/salita la lettura e il teatro. Che ruolo hanno oggi per i ragazzi di Nisida? Sono ancora possibili queste esperienze?
Io credo che letteratura, musica, cinema, teatro abbiano una funzione fondamentale all’interno di un carcere minorile. Sono tutte finestre che si aprono a illuminare delle possibilità di conoscenza e di cambiamento per ragazzini che altrimenti concepiscono la loro intera esistenza come un corridoio dritto, senza vie d’uscita, con un percorso obbligato che li porta e reiterare comportamenti e a sentirsi tutto sommato anche incolpevoli della vita che fanno, non percependo la possibilità di scegliere qualcosa di diverso. L’inserimento delle arti, della cultura, della bellezza all’interno del carcere ha, fra le varie, la funzione di far intendere al detenuto che la sua vita può cambiare. Questa cosa è complessa perché apprendere e interiorizzare questa consapevolezza significa anche intravedere la possibilità di prendere in mano il proprio destino e quindi rendersi conto che la pratica del male è una scelta, la più comoda, e non un destino.
Tra Emanuele e Beatrice, tra i ragazzi e le detenute compare spesso una rete. Sembra intenzionale, quasi una funzione narrativa: anche le guardie del carcere, Giovanni in particolare (interpretato da Antonio Milo) sembra amare questa rete (reale o metaforica, interiore o esteriore che sia). Dov’è il confine della rete nella tua scrittura in questo film?
La rete nel film è la metafora di alcuni mondi che secondo l’autorità non devono entrare in contatto, e che quando entrano in contatto danno vita a evoluzioni imprevedibili. È una rete che rende sicuri i sorveglianti perché dovrebbe evitare i problemi. Ma a volte anche dai problemi nascono le opportunità. Nella scrittura del film non abbiamo avuto reti, confini o pareti divisorie. Dopo aver scritto il soggetto ho fatto una prima stesura della sceneggiatura con Mara Fondacaro, giovane e talentuosa sceneggiatrice, ex allieva del CSC, suggeritami da Gloria Malatesta: all’epoca il film era ambientato ai giorni nostri, e aveva il suo cuore nel rapporto fra Beatrice ed Emanuele. Conoscevo Massimiliano dai tempi di La Santa, un altro film che ho scritto e prodotto con PanamaFilm nel 2013, e di cui lui era uno dei protagonisti, e conoscevo il suo impegno e la sua attenzione per i ragazzini di Nisida. Più masticavo questa storia e più insieme con i miei soci di PanamaFilm (Donella Bossi Pucci, Paolo Rossetti e Francesco Siciliano) e insieme con Rino Pinto (socio di Massimiliano in Fan) mi convincevo che Massimiliano fosse il regista giusto per questo film, ma sentivo che la storia non aveva ancora la potenza che serviva, e anche lui, preso dai suoi mille impegni, da un lato era interessato, dall’altro titubava. Ho rielaborato il soggetto portandolo indietro nel tempo, inserendo Eduardo e le vicende storiche e l’ho riproposto e Massimiliano che si è convinto definitivamente. A quel punto abbiamo iniziato un percorso a due che è stato un continuo rimpallo di idee, soluzioni, trovate, intuizioni. Abbiamo scritto credo dodici versioni di questa sceneggiatura, ci siamo divertiti, ci siamo conosciuti meglio, siamo anche diventati più amici, lavoravamo su una materia molto cara a entrambi e più lavoravamo insieme sullo script, più mi convincevo che Massimiliano sarebbe stato in grado di fare un bellissimo film. Non ci sono state reti e separazioni in questa scrittura.
Premettendo che non c’è nulla di più necessario di questo film in questo momento, e premettendo che non ho intenzioni di lanciarmi in una contrapposizione manichea, e come tale banale, nel corso della scrittura di La Salita c’è stata e quanto ha contribuito la necessità – appunto – di ripensare un’educazione sentimentale nelle carceri minorili diversa dal modello Mare fuori?
Noi volevamo fare una cosa molto diversa da Mare Fuori, ma anche da altri film carcerari o da Scugnizzi. Abbiamo cercato una voce nostra. Non ci interessava fare un film verista, crudo, carcerario. Volevamo fondere i generi, lavorare sul registro della favola nera, della commedia di stile britannico, del coming of age, dei film motivazionali con un’impresa da compiere. Volevamo dare a questo film una personalità sua, e soprattutto volevamo restituire il senso dell’impegno di Eduardo nei confronti dei ragazzi più difficili di Napoli e raccontare di come l’arte, la cultura, il teatro possono essere salvifici. Dal nostro punto di vista questo film è anche un tributo a un pezzo del nostro impegno e della nostra storia personale.

Non sveleremo il finale del film La salita. Ma lasciamo qualche dato su cui riflettere.
A Nisida, nel 2024, due studenti si sono diplomati all’istituto alberghiero, uno studente all’informatico; due sono impiegati nel laboratorio di ceramica e otto sono stati ammessi al lavoro esterno, a fronte di 159 detenuti che in quell’anno sono passati nell’istituto (fonte: ragazzidentro.it, Osservatorio sulla Giustizia minorile dell’Associazione Antigone).
Riccardo, una salita che culmini in una redenzione è possibile per i giovani, oggi, a Napoli?
Sì, sempre; il giorno in cui smetteremo di pensare che sia possibile sarà un pessimo giorno.