parole e foto di Chiara Lucarelli
Ieri sera Roma è stata catturata da qualcosa che assomiglia a una visione, più che a un concerto: i Sigur Rós, accompagnati dall’orchestra, hanno trasformato l’Auditorium Parco della Musica in un luogo sospeso tra realtà e sogno. La scaletta scelta – tra classici e momenti nuovi – ha funzionato come un arco narrativo che andava dalla delicatezza assoluta alle onde sonore che scuotono l’anima.

Il sipario si apre con Blóoberg, e subito si capisce che non sarà una serata ordinaria: l’intro è come un’alba nascosta, la voce di Jónsi che affiora timida, i violini che sembrano far vibrare l’aria già prima che il suono vero cominci. Ekki múkk, Fljótavík, 8 (Figure 8): i primi pezzi scavano l’ascolto, invitano alla meditazione, alla sospensione. Quando arriva Von in versione lunga, l’energia si espande con rispetto e riverenza.

Una delle immagini più potenti della serata è quella delle piccole luci calde: minuscole lampade sparse tra i musicisti dell’orchestra, quasi invisibili da lontano se non fosse perqueibagliori che aumentanoe diminuiscono, che respirano con la musica. In quei momenti – durante Andvari, Starálfur, Daudalogn – quelle luci non sono solo decorazione; diventano parte integrante del respiro del concerto, proprio come se l’insieme orchestrale fosse un organismo vivente che inspira ed espira ogni nota. Quando la musica s’allunga, quei piccoli punti luminosi si intensificano; nei passaggi più intimi si affievoliscono, regalando contrasti che tolgono il fiato.

La seconda metà della scaletta (da Vaka (Untitled #1) passando per Samskeyti, Ylur, Skel, All Alright) capovolge l’inerzia: si sente che la tensione costruita nei primi momenti chiede sfogo. Untitled #5 – Álafoss, Sé lest, e poi il grande finale con Hoppípolla e Avalon coronano il tutto. Hoppípolla è un’esplosione luminosa, un momento corale in cui tutta la sala – orchestra, band, pubblico – sembra vibrare sulla stessa onda. Avalon, a chiudere, è come un sogno che ti accompagna fuori dal teatro: resti con la pelle d’oca e la sensazione di aver attraversato qualcosa di sacro.
Guardando le recensioni delle date precedenti in Italia, abbiamo conferma che questa versione con orchestra – come già annunciato – innalza l’esperienza: non è solo la bellezza dei suoni familiari, ma il modo in cui l’orchestra ridisegna gli spazi acustici, dilata le pause, amplifica le sfumature. Nelle passate tappe italiane, molti hanno parlato di “atmosfere rarefatte”, di “onde sonore che sembrano luce liquida” – definizioni che qui, a Roma, hanno trovato la loro espressione più completa.
Certo, non è tutto perfetto: in alcuni momenti la dinamica del concerto rischia di diventare troppo amplificata, quasi monumentale, al punto che la sottigliezza perde qualcosa – ma forse è un compromesso inevitabile quando si sceglie di suonare con venti, trenta, quaranta elementi orchestrali. Però la grandiosità non ha sovrastato l’intimità: l’equilibrio è stato mantenuto, e parecchie tra le tracce più quiete (come Samskeyti) sono stati momenti di vera contemplazione.
In conclusione: il concerto di ieri sera non è stato semplicemente “un live”, ma un rituale, un’esperienza immersiva. I Sigur Rós hanno riconfermato che non servono solo le note: serve il silenzio tra le note, serve lo spazio, serve quel respiro collettivo che ti prende e non ti lascia più. Roma ha trattenuto il fiato. E ne è uscita trasformata.














