È come se non vi fosse diritto alla bellezza, pensava, e si convinse che a quella città bisognasse appiccare il fuoco dalle fondamenta, perché ovunque la vita si manifestasse veniva immediatamente oltraggiata.
La trilogia della frontiera di Yuri Herrera, pubblicata in Italia da La Nuova frontiera, nasce inizialmente separata. I tre romanzi: La ballata del re di denari, Segnali che precederanno la fine del mondo e La trasmigrazione dei corpi coprono un arco temporale di scrittura superiore ai dieci anni, ma leggendoli insieme ci si rende conto di come compiano una sorta di arco narrativo perfettamente coerente tra loro.
Il lascito maggiore, a mio parere, alla fine della lettura di questa trilogia è la riflessione su come la frontiera rappresenti un limite mentale. Di qua e di là da questa linea immaginaria le esistenze si somigliano. Un romanzo criminale ambientato nei sobborghi di una qualsiasi città americana non è tanto diverso dal sottobosco in cui si muove Lobo, il musicista del primo libro. Inoltre, la frontiera, anche se immaginaria, per il solo fatto di esistere modifica il modo di pensare delle persone. Spesso esseri umani non dissimili tra loro si sentono persone migliori o peggiori per il solo fatto nominale di essere da una parte o dall’altra di un muro. Questo sentimento è esplicitato dal secondo romanzo, la cui protagonista, Makina, sente di dover distruggere tutti i riferimenti al mondo di prima per poter entrare nel mondo di dopo.

Oggi che il confine tra Stati Uniti e Messico diviene sempre più caldo e militarizzato per una estremizzazione delle diversità che colpisce tutto il mondo, leggere di storie liminali ci fa riflettere su come alzare un muro ci impedisce di vedere con chiarezza ciò che ci è prossimo. Intendiamoci, le storie dei tre romanzi mescolano i generi e non hanno come afflato principale quello di essere educativi, ma anche nelle rappresentazioni più hard-boiled ci restituiscono una umanità che vive dinamiche estremamente reali e comprensibili.
Ne La trasmigrazione dei corpi poi c’è questo piccolo miracolo perché il protagonista, il mediatore, una sorta di Mr. Wolf de Le iene di Tarantino, si muove insieme ad altri personaggi da film in un ambiente infestato da un virus mortale. Il romanzo è stato scritto nel 2013, il Messico aveva sperimentato una sorta di preludio di quello che sarebbe stato il covid di un decennio dopo ma è impossibile non portare questa storia alla realtà da lockdown che tutti abbiamo sperimentato sulla nostra pelle.
Credo che succeda la stessa cosa a tutti quelli che vengono qui, proseguì, abbiamo dimenticato perché siamo venuti, ma ci è rimasto il riflesso condizionato di comportarci come se stessimo nascondendo i nostri propositi.

Molto di quello che conosciamo delle storie di confine nel sud del continente americano lo abbiamo imparato dalle serie televisive dove i personaggi sono spesso prossimi allo stereotipo, in questo senso i romanzi di Herrera non mancano di darci dei punti di riferimento familiari, ma hanno il pregio di farci scendere anche ai livelli più bassi e intimi della coscienza personale. La vita interiore dei personaggi, dove è più sviluppata e dove solo accennata dà al lettore gli strumenti per orientarsi in una realtà che la frontiera e il confronto con il vicino ha contribuito in qualche modo a modificare geneticamente. Per reazione o per riflesso o anche per voglia di esportare il proprio mondo di fare, tutte queste dinamiche concorrono a condire le storie dei personaggi della trilogia.
La lettura di Yuri Herrera ci lascia questo piccolo monito, ma in generale la buona letteratura dovrebbe sempre fare questo, di ricordarci che prima delle frontiere esistono le persone, che i sentimenti, le gioie, le aspettative e le paure sono uguali per tutti. A prescindere da quale parte di mondo ci sia toccata in sorte. Proteggere le persone, non i confini diceva Alessandro Leogrande nel suo libro “La frontiera” e credo che questo tipo di libri ci aiutino a farlo.