Nel blog che inaugura a ottantuno anni, Ursula K. Le Guin scrive una digressione sulla rabbia e in un momento di auto analisi arriva anche a parlare di altri scrittori.
L’invidia infila il suo brutto muso verdastro soprattutto nella mia vita autoriale. Invidio gli scrittori che non mi piacciono e che volano verso il successo sulle ali del plauso, provo un disprezzo furibondo per loro e per chi li incensa. Vorrei prendere a calci Ernest Hemingway che recitava la parte del gradasso, benché avesse il talento per arrivare al successo senza recitare. Ringhio contro quella che considero la sopravvalutazione infinita di James Joyce. L’adorazione di Philip Roth mi manda su tutte le furie. […] la causa della mia rabbia non è tanto l’invidia quanto, di nuovo, la paura. Paura che se Hemingway, Joyce, Roth sono davvero I Migliori, io come autrice non potrò essere mai molto brava o molto considerata, perché non riuscirò mai a scrivere come loro né a soddisfare i lettori e i critici che li amano.
Post dell’ottobre 2014 contenuto in “Non c’è tempo da perdere”, Ursula K. Le Guin, tradotto da Serena Daniele per NN editore
L’insegnamento lasciato da Le Guin non è un inno all’odio libero in un’epoca già pregna di rabbie personali e collettive, piuttosto uno sprone a mettere in discussione, ad attivare il pensiero critico, a esplorare le possibilità che la narrativa può dare fuori dai canoni imposti. Con lo stesso spirito, l’analisi che segue non è una crociata contro Roth, Hemingway, Joyce o qualsiasi altro scrittore, ma piuttosto una breve – e concreta – panoramica per scardinare una sovrastruttura editoriale fortemente maschile che privilegia scrittori e le loro storie ed elogia esordienti, sempre maschi, con la retorica del “genio”, un leitmotiv che pare essere un tratto comune. In un mondo, allora, appiattito fenomeni di marketing, lanci virali di esordienti pieni di inventiva e di scrittrici ingabbiate nei dettami di “ciò che vende di più”, urge dimostrare che c’è ancora spazio per produrre una narrativa fedele all’inventiva femminile e che il genio e la sregolatezza più letteraria, al contrario del pensare comune, appartiene anche alle scrittrici.
L’analisi che segue – una selezione personale, parziale, ma in continuo aggiornamento tra le pubblicazioni di autrici straniere – mette insieme quattro titoli che portano sul piano della narrativa la bizzarria, il concetto di diversità e di esplorazione della stessa, creando nuove regole di scrittura, giocando con le strutture narrative e dimostrando che l’atto di leggere diventa politico anche quando si dà precedenza alla scrittura delle donne e al loro mondo interiore.

Fuori dagli stereotipi, la serie
Prima puntata
Seconda puntata
Una e molteplice
Una nuova nuova me, Helen Oyeyemi tradotto da Marina Calvaresi per 66thand2nd

Kinga-Alojzia è la protagonista di “Una nuova nuova me”, romanzo della scrittrice britannica Helen Oyeyemi. Kinga-A si presenta già nella prima pagina e, attraverso un diario, racconta le sue ultime ventiquattr’ore: una donna sconosciuta ha preteso di fare amicizia con lei all’ufficio passaporti di Praga e mentre parla di lei al telefono con il suo psichiatra, si accorge che in casa c’è un uomo sconosciuto legato a una sedia. Un incipit già di per sé pieno se non fosse per un particolare aggiuntivo fondamentale: attraverso il diario, Kinga-A parla alle altre sei personalità che la abitano e che, con sorprendente regolarità, emergono nei diversi giorni della settimana. Kinga-Alojzia il lunedì, Kinga-Blažena il martedì, Kinga-Casimira il mercoledì, Kinga-Duša il giovedì, Kinga-Eliška il venerdì, Kinga-Filomena il sabato e, infine, Kinga-Genovéva di domenica. Un quantitativo enorme di Kinga per un solo romanzo, eppure, Oyeyemi sembra avere bene in testa la sua missione narrativa e parte da ciò che sembra essere un conclamato disturbo dissociativo di identità per dimostrare quanto ampio sa rivelarsi il mondo interiore di una sola protagonista. Le Kinga sono differenti l’una dall’altra, comunicano attraverso la pagina scritta e arrivano persino a battibeccare quando cresce il sospetto che una di loro cospiri contro le altre. Alcune Kinga sono insoddisfatte e carnali, altre più miti e tranquille, ma tutte insieme si ritrovano a gestire l’inghippo dell’uomo misterioso, che si fa chiamare Jarda, e tutti i guai a lui correlati.
Oyeyemi costruisce un coro di personalità che affollano una sola testa capace di escogitare un equilibrio democratico per esprimersi. Dieci anni prima la Kinga originaria, infatti, ha lasciato il potere alle altre sette e non si è più ripresentata. Il collettivo, allora, ha decretato che sarebbero andate avanti e che: «[…] la nostra priorità è non lasciare che questa persona vada sprecata». Un nobilissimo intento.
Tra altri personaggi che appaiono nel mondo delle Kinga e situazioni al limite del paradossale, Oyeyemi dà una nuova veste al multiverso che ogni personaggio può contenere. Chi legge fa, allora, i conti con il proprio sé e l’avatar che ci si costruisce in diverse occasioni sociali, per poi giungere all’assurdo: e se abdicassimo per lasciare che nuovi sé alternativi prendano il sopravvento? “Una nuova nuova me” è un romanzo dalla struttura classica, capitoli alternati in cui è una Kinga diversa a diventare voce narrante; talvolta il materiale narrativo pare perdersi nella sua stessa follia, ma tutto ciò non sminuisce il grande pregio di Oyeyemi, ovvero la sua inventiva incredibilmente autentica e riconoscibile.
L’elemento magico
Gusci d’uova, Caitríona Lally, tradotto da Laura Albertini per Safarà editore

Il tema del diverso e della ricerca del proprio sé ritorna in “Gusci d’uova”, l’esordio della scrittrice irlandese Caitríona Lally, ma questa volta senza personalità molteplici perché Vivian, la protagonista, ne ha una sola ma è ben distinguibile. È convinta di essere una changeling, ovvero una creatura del folklore irlandese di provenienza magica, ma introdotta nel mondo degli umani a loro insaputa. È per questo motivo che Vivian vaga per Dublino tenendo traccia che grafica dei suoi percorsi, e aiutata da un’amica improvvisata che ha trovato con un annuncio, Penelope. L’obiettivo è tornare alla sua vera casa dato che in quella umana nessuno sembra capirla. Questa protagonista riflette un modo profondamente neurodivergente di affrontare il mondo: la tipica barriera comunicativa con il mondo neurotipico, l’impossibilità di rendersi comprensibile e, nel caso specifico, un’immaginazione vivida accompagnata da alte capacità di analisi. Sono evidenti i motivi per cui Vivian venga rigettata dal contesto famigliare e sociale con cui ha a che fare, ed è ancora più evidente perché ricorrere alla sua credenza magica sia l’unica strada salvifica percorribile. In Vivian riecheggiano altre protagoniste della narrativa contemporanea, la più famosa Eleanor Oliphant del bestseller di Gail Honeyman, meno acuta e più piatta di Vivian, ma anche Gilda del brillante Moriremo tutti ma non oggi, entrambe vittime della stessa solitudine alla ricerca di un lieto fine. L’espediente magico, però, fa sì che “Gusci d’uova” spicchi per soluzioni e sviluppo di trama, con un tocco di comicità tenue ma sincero, che raggiunge l’emotività di chi legge. Seguendo l’eroina di Lally ci si chiede, allora, quale sia il confine tra realtà, immaginazione e folklore, ma in fondo la realtà cosa è? E perché sono proprio i neurotipici a doverla definire?
Una diagnosi per autodeterminarsi
Sociopatica, Patric Gagne, tradotto da Sara Bresciani per Mercurio

“Sociopatica” è l’unico memoir di questa selezione e potrebbe sembrare strano: perché un’autobiografia per dimostrare l’enorme bisogno di scrittura alternativa delle autrici? La risposta è nel titolo, ovvero la diagnosi di Patrick Gagne, statunitense, terapeuta e autrice, che per buona parte della sua vita combatte per sentirsi riconosciuta. Ciò che emerge e trova forma in questo memoir è la costruzione di una figura femminile che scardina l’ideale rassicurante tanto amato dalle strutture patriarcali e lo porta all’estremo opposto.
La sociopatia è un disturbo caratterizzato da una scarsa inclinazione a empatizzare con gli altri […]. Da un punto di vista psicologico, i sociopatici non sono inclini alla compassione. Non provano senso di colpa come gli altri, non elaborano le emozioni come gli altri. E questa mancanza di sentimento […] favorisce comportamenti aggressivi e distruttivi.
Gagne, allora, attraversa la sua vita, dall’infanzia all’età adulta, afflitta dalla mancanza di emozioni base con rari momenti di desiderio, quello di sentire come tutte le altre persone. Il risultato è una fatica a integrarsi, una serie di azioni violente, fino al riconoscimento del sé grazie agli strumenti della terapia e dell’autoanalisi. Il lieto fine di Gagne è l’unico possibile: diventa terapeuta e dedica i suoi studi al mondo della sociopatia. “Sociopatica” è un percorso per affermare la propria esistenza fuori dai canoni imposti, ma anche di ricerca clinica, pure in un contesto altamente privilegiato, e cioè quello di una donna bianca statunitense in un contesto benestante. Il sollievo che Gagne prova, però, arrivata alla meta del già citato percorso, è analogo a quello di molte donne che con i propri disturbi mentali convivono senza un reale riconoscimento da parte della società contemporanea.
Ridere anche nel declino
Pecorelle smarrite, Madeline Cash, tradotto da Marco Rossari per Gramma Feltrinelli

Che il “sogno americano” non se la stia passando molto bene è sempre più evidente ed è peculiare esserne testimoni nelle news, ma anche nella narrativa contemporanea. Madeline Cash, autrice di “Pecorelle smarrite”, titolo estremamente esplicativo di ciò che il romanzo contiene, ribadisce che quel sogno, sbriciolato e sepolto dalla deriva politica, incontra un ulteriore sconfitta nella famiglia. Ed ecco, allora, le pecorelle più smarrite di sempre: la famiglia Flynn e il microcosmo di provincia in una città costiera non ben definita degli Stati Uniti che affrontano l’implosione della struttura familiare, la corruzione e i veleni del capitalismo tutto nell’arco narrativo di un solo romanzo. Bud e Catherine Flynn sono sull’orlo del divorzio: lei ha una relazione platonica con un vicino dalle velleità artistiche, Jim; lui ogni notte dorme nel van parcheggiato nel loro giardino, in segno di protesta, pur essendo ugualmente colpevole della deriva catastrofica della sua famiglia. I Flynn hanno tre figlie: Abigail, 17 anni, Louise 15 e Harper 12, ciascuna con le sue peculiarità. Abigail è bellissima ed è convinta che quello sia il suo valore più grande, soprattutto quando inizia una relazione con Wes Crimini di guerra, un ex soldato di cui non conosce il passato. Louise è distrutta dal suo status di sorella di mezzo, ignorata in famiglia, ma anche a scuola; trova conforto in cordialisaluti, un uomo incontrato in una chat che la convincerà a fabbricare una bomba con pochi e semplici ingredienti. E infine Harper, la brillante ultimogenita, talmente intelligente e sveglia da diventare l’innesco della trama centrale del romanzo, un thriller in piena regola. “Pecorelle smarrite” è un romanzo divertente e crudele, intriso di un sarcasmo da sitcom statunitense, con dialoghi fulminanti e litigi memorabili, in cui la pochezza di questo tempo storico si specchia alla perfezione. È particolarmente riuscito soprattutto nelle voci delle tre Flynn, le figlie, tutte e tre peculiari, credibili e comiche, ma quella di Cash non è una comicità posticcia, è piuttosto un dono comune a poche scrittrici e scrittori, è la capacità di non prendersi sul serio pur consapevole che ciò che si sta scrivendo è più che buono, anzi, notevole. Nella mestizia generale di un ambiente bigotto come quello della provincia statunitense, delle miserie personali – anche di chi la comunità dovrebbe guidarla-, negli impulsi più beceri e sotto l’ombra soffocante del capitalismo e dei tecnomiliardari, Cash accompagna i suoi Flynn in un’avventura che tocca più o meno tutti i mali moderni: la corruzione del potere, la distruzione ambientale e quella della morale di gente che insegue il guadagno, il complottismo o, più semplicemente, vuole sfuggire a un passato problematico. Una struttura narrativa con più prospettive, una per ogni membro dei Flynn e qualche extra, e una trama retta dall’ottimo impianto comico che si disperde solo nelle ultime pagine, ma, si sa, il lieto fine è un peccato veniale tutto statunitense che si può ancora perdonare.