La fine del 2025, grazie al lavoro di Safarà, ha riportato in libreria Alasdair Gray, con un libro pronto per accompagnarci nell’anno che sta iniziando. Storie perlopiù improbabili (traduzione di Enrico Terrinoni) è una raccolta di racconti dove il creatore dei mondi di Lanark e Povere Creature! si cimenta non solo nella forma breve, ma ancor più che negli altri testi si fa accompagnare dalle illustrazioni, preservate all’interno dell’edizione italiana per rafforzare il rapporto tra il lettore e l’immaginario visivo del lettore. In questo Gray si mostra un artista a tutto tondo, desideroso di tratteggiare il proprio mondo. L’elemento illustrativo si pone come elemento di guida discreta all’interno del testo, non è lì per invadere la mente del lettore, quanto per offrirle una chiave visiva in grado di svelare espressioni fantasiose e misteriose (c’è un cane che sembra Jack Nicholson!).

Ed è in un condensato di linee di disegno e di scrittura che sin dal primo racconto fa capolino la vena fantastica dell’autore, in un’apertura di luce fatta di stelle inghiottite, che se da un lato dilatano senza sosta gli spazi possibili dall’altro trasudano la dimensione della costrizione in un gioco di spazi e luci che tenta di imprigionare l’infinito. Ed è da lì che il possibile si dipana, un possibile scabroso, di zoofilie magiche, di tracolli del sentimento e squilibri delle relazioni umane.
I personaggi di Gray sono viaggiatori, attraversano un mondo caleidoscopico, risalgono fiumi, solcano mari, muovendosi alla ricerca di città imperiali, muraglie, torri che contengono la vita intera. È una tematica ricorrente nella scrittura dell’autore scozzese, così come Bella Baxter e Lanark anche i personaggi dei suoi racconti sono mossi dalla ricerca e dal desiderio di bagnare i piedi in nuove acque sia che queste scorrano nell’avventura sia che siano fonte della comprensione da cui ricavare copiose sorsate.
Gray gioca fortemente con il grottesco, così come ci aveva abituato nelle sue opere, vestiari assurdi, tacchi che alzano le persone ad altezze vertiginose tali da rendere complicati i monumenti, trampoli più che calzature. Le grandezze diventano tali da rendere il mastodontico ridicolo e lo sfarzoso patetico
A non essere giocose sono invece le morti, disseminate nei suoi universi, distruzioni fondatrici, città divoranti che risucchiano vite, risorse, che spazzano via la natura, l’umano e inglobano e rigettano tutto il necessario in un movimento di fagocitazione e deiezione che trita gli ultimi all’interno del suo meccanismo. Mondi dove a queste distruzioni capricciose deve essere dedicato il poetare, versi sversati che ricadono sui cadaveri senza la possibilità del compianto ma con il dovere della glorificazione dei distruttori, una fotografia dell’arte che si dilania, ma che allo stesso tempo trova la magniloquenza nel terribile.
I mondi di Gray sono mondi burocratici, dove i processi di K. sono all’ordine del giorno senza fine, dove le tavole della legge si rigenerano quotidianamente con la legge del bisogno. Sono mondi dove la produzione dei “direttori” diventa necessità intrinseca per la riproduzione stessa della società, una società imperiale che necessita la replicazione dei propri schemi per la propria mitosi e per la costruzione continua di mura altissime, prigioni e macchine per il drenaggio del mondo esterno, che diano tutto in dono ai nuclei della ricchezza.
La consapevolezza dei personaggi è sempre altalenante e mai moralista, la dimensione del desiderio non è mai omessa e anche la figura letteraria più pura come quella del poeta diventa carica di strati che non omettono la ricerca del bene personale, del raggiungimento di essere grandi poeti al servizio di qualcosa che è sia enorme, ma sia in fondo non-così-grande. Un desiderio smontato e rimontato attraverso personaggio che fluiscono come gli stessi fiumi che si ritrovano a risalire.
Ci sono mondi senza tempo nei quali si intersecano futuro, passato e presente al fine di ricreare in ogni occasione il possibile, mondi che si discostano dal reale di una tacca e mondi che lo capovolgono, fantasie planetarie ed epistole alle famiglie lontane.
Nei racconti di Gray la dimensione primaria è proprio quella del perlopiù, quel sapore che solo il “è andata più o meno così” sa dare ad un racconto, la vera dimensione della memoria umana che comprende la rimozione, il celarsi, lo scostamento dal vero, ma non la cancellazione del reale, ed è attraverso questo gioco di scartamento mnemonico che i mondi ci vengono offerti da Gray in fondo hanno terribilmente a che fare con quello che alla fine è il più improbabile di tutti: il nostro.