La parola come ancora di salvezza
Nel giorno dedicato alla poesia, Evohé vuole celebrare ciò che resiste dedicando lo sguardo a due donne fondamentali degli anni Cinquanta che con la loro scrittura hanno affrontato senza compromessi la poesia contemporanea con una voce pungente, diretta e radicale. Anne Sexton e Sylvia Plath sono la testimonianza che la poesia è bellezza che non si lascia addomesticare, è libertà che attraversa il corpo e rompe il silenzio. Non è ornamento. È necessità. È una lingua che nasce dove il dolore incontra la possibilità di essere detto.
È dentro questa tensione —tra urgenza e forma, tra sopravvivenza e parola— che prende corpo La parola come ancora di salvezza, spettacolo teatrale scritto da Silvia Giacomini e Rocío Bolaños, liberamente tratto dalle vite e dalle poesie di Anne Sexton e Sylvia Plath.
L’opera costruisce uno spazio di attraversamento, dove la scrittura non viene rappresentata ma incarnata, e dove le due voci si confrontano senza cercare redenzione, ma una possibilità di esistenza dentro il linguaggio. In questo senso, la poesia non è un elemento tra gli altri: è il centro sempre-vivo che tiene insieme in ogni forma d’arte. E forse accade anche fuori dalla scena: nella quotidianità, dove continua a esistere —non come qualcosa da cercare, ma da riconoscere— ogni volta che si è disposti a esercitare uno sguardo capace di sostare, di ascoltare, di lasciarsi attraversare.
A partire da questo intreccio tra vita e scrittura, il testo di Nancy Falcon propone una riflessione che non si limita all’analisi letteraria, ma apre una lettura più ampia sul corpo, sulla marginalità e sul linguaggio come spazio di resistenza.
Rocío Bolaños
IL NODO DELL’ANIMA: CORPO FEMMINILE E DOLORE
Nancy Falcón
Comprendere l’opera di Anne Sexton e Sylvia Plath implica non solo un’analisi dei loro testi, ma anche una contestualizzazione storica e sociale che consenta di cogliere appieno il carattere dirompente dei loro discorsi. Senza ridurre le loro opere al contesto in cui sono nate, è fondamentale riconoscere il coraggio con cui entrambe le autrici hanno espresso, attraverso la poesia, il disagio di abitare un corpo femminile attraversato dalla sofferenza, dalla normatività e dalla patologizzazione.
Lo spettacolo teatrale di Silvia Giacomini e Rocío Bolaños, La parola come ancora di salvezza, si configura come un intenso dialogo tra queste due voci poetiche, creando uno spazio in cui dolore, emarginazione e ricerca di senso si intrecciano attraverso il linguaggio.

Contesto storico e costruzione della femminilità
Le opere di Sexton e Plath emergono in un contesto sociale profondamente tradizionalista, in cui le donne che non si conformavano ai ruoli prescritti venivano rapidamente etichettate come deviate: meretrici, streghe o persino possedute. Questa esclusione non era soltanto simbolica, ma si traduceva in una concreta marginalizzazione all’interno della vita sociale.
Michel Foucault evidenzia come il corpo femminile sia stato storicamente oggetto di un processo di “isterizzazione”, divenendo il centro di un dispositivo medico-pedagogico che lo definisce in termini di maternità e patologia. In questo senso, la donna non è stata semplicemente repressa, ma prodotta come soggetto attraverso pratiche di medicalizzazione in cui sapere e potere si intrecciano.
Analogamente, anche la figura del malato mentale è stata costruita attraverso categorie di esclusione. In Storia della follia nell’età classica, Foucault descrive come la follia fosse associata al demoniaco e al terrore, legittimando così la nascita di istituzioni come i manicomi, concepiti come spazi di confinamento per ciò che veniva considerato irrazionale.
In questo crocevia tra controllo della biologia femminile e patologizzazione del desiderio si inscrive la lirica sovversiva di Sexton e Plath.
Scrittura, emarginazione e morte
L’opera mette in scena un dialogo poetico in cui emergono temi ricorrenti come la morte, il desiderio e l’emarginazione. Queste dimensioni non riflettono soltanto una sofferenza individuale, ma restituiscono un’esperienza condivisa di oppressione strutturale.
Nel poema Her Kind, Anne Sexton si identifica con la figura della strega, incarnando la condanna sociale riservata alla donna che sfida le norme del proprio tempo. L’affermazione “not ashamed to die” introduce una dimensione radicale di autonomia sul corpo e sulla morte. Non è casuale che la poesia sia scritta al passato: sembra la voce di una versione futura dell’autrice che si riconosce come parte di quelle donne incomprese che non rispondono alle aspettative sociali.
Sylvia Plath, dal canto suo, esprime una tensione altrettanto profonda nei confronti del ruolo femminile tradizionale. Nella sua opera, la scrittura si configura come spazio di resistenza e, al tempo stesso, come tentativo di cura di fronte a un’angoscia persistente.
La maternità, lungi dall’essere idealizzata, appare come uno spazio di conflitto. L’obbligo della cura, unito alla precarietà emotiva, evidenzia le difficoltà di sostenere questo ruolo in condizioni di sofferenza psichica. Nei suoi testi, Plath suggerisce un rapporto ambivalente con la maternità, in cui la creazione di un figlio si intreccia con il bisogno di affermarsi di fronte al vuoto esistenziale.
Quando scrive al figlio, sembra affermare: ti ho creato per avere un’immagine di me stessa, per ricordarmi al di fuori di questo inferno quotidiano. Si evoca così un gesto quasi divino — la creazione di un essere umano — che la pone nella posizione del Creatore. Tuttavia, emerge anche il rimpianto per ciò che non ha potuto evitare: la depressione e l’angoscia che attraversano la sua esperienza.
Psichiatria, scrittura e dolore
In questo contesto, la vita si presenta come una successione incessante di pensieri suicidi: una ferita permanente che trova nella scrittura il proprio unico sollievo. L’espressione wanting to die sintetizza questa esperienza limite. La psichiatria emerge come una nuova forma di autorità — un “nuovo dio” — che promette la cura, ma che è attraversata da dinamiche di potere e disuguaglianza.
Di fronte a questa istanza, la scrittura si configura come uno spazio alternativo: un foglio bianco che, pur nella sua apparente neutralità, offre la possibilità di risignificare il dolore. La terapia istituzionale, talvolta violenta — come nel caso dell’elettroshock — si contrappone alla poesia, che appare come una forma di ricomposizione soggettiva, fragile ma necessaria.
Immagini simboliche: arte, tempo e acqua
La rappresentazione della morte come forma d’arte richiama la concezione di Walter Benjamin dell’opera artistica come esperienza irripetibile, radicata nel “qui e ora”. Arte e morte condividono questa dimensione unica. Il tempo, in questo contesto, si trasforma in elemento di tortura, mentre la scrittura consente di trattenere frammenti di senso all’interno della sofferenza.
L’acqua emerge come simbolo centrale: origine della vita e, allo stesso tempo, passaggio verso la morte. L’immersione richiama un ritorno a uno stato primigenio, quasi uterino, di quiete. Questo immaginario si lega a figure come Virginia Woolf, Alfonsina Storni e Ofelia in Amleto: donne che hanno scelto l’acqua come spazio di dissoluzione e fuga.
Identità, scrittura e suicidio
Anne Sexton e Sylvia Plath condividono un medesimo nucleo esistenziale: il desiderio di porre fine all’angoscia. Tra vita e morte si collocano la scrittura, la maternità e i ruoli sociali che entrambe tentano di sostenere.
La domanda sull’identità — chi sono? — attraversa le loro opere come un interrogativo aperto, senza risposta definitiva. In questo senso, il soggetto prende forma attraverso la scrittura e l’esperienza della follia. La poesia diventa testimonianza del dolore, rendendolo simbolico e comunicabile.
L’opera di Sexton e Plath consente di problematizzare il rapporto tra genere, follia e potere nella modernità. Attraverso i loro testi, entrambe le autrici mettono in crisi le categorie che hanno storicamente definito la donna e il soggetto malato, aprendo uno spazio critico per ripensare dolore, identità e morte.
In ultima analisi, resta una domanda essenziale: che cosa costituisce la vera morte? La scomparsa fisica o l’impossibilità di immaginare, creare e dare forma poetica all’esperienza? In questo senso, la poesia si configura non solo come espressione della sofferenza, ma come forma di resistenza alla sua cancellazione.

APPENDICE POETICA – VOCI DI DONNE POETE
Anne Sexton – “Her Kind” (1960)
(da To Bedlam and Part Way Back, Houghton Mifflin)
Io sono uscita, una strega posseduta,
abitando l’aria nera, più coraggiosa di notte;
sognando il male, ho fatto il mio giro
sopra le semplici case, luce dopo luce:
cosa del genere non è una donna, esattamente.
Una donna come quella non è vergognosa di morire.
Io sono stata di quella specie.
Sylvia Plath – “Lady Lazarus” (1965)
(da Ariel, Faber & Faber)
Morire
è un’arte, come ogni altra cosa.
Io lo faccio eccezionalmente bene.
Lo faccio sembrare infernale.
Lo faccio sembrare reale.
Si direbbe che io abbia un dono.
Adrienne Rich – “Diving into the Wreck” (1973)
(da Diving into the Wreck, W.W. Norton)
Sono venuta a esplorare il relitto.
Le parole sono scopi.
Le parole sono mappe.
Sono venuta a vedere il danno fatto
e i tesori che ancora prevalgono.**
Audre Lorde – “A Litany for Survival” (1978)
(da The Black Unicorn, W.W. Norton)
Per coloro che vivono ai margini
inermi davanti alle scelte
che non possono permettersi il lusso
di restare in silenzio
quando abbiamo paura
la nostra vita non si fermerà.
June Jordan – “Poem About My Rights” (1980)
(da Passion, Beacon Press)
Io sono la storia di una donna
che non ha mai ricevuto il permesso
di vivere nel proprio corpo
senza essere violata.
Gloria Anzaldúa – “To Live in the Borderlands Means You” (1987)
(da Borderlands / La Frontera, Aunt Lute Books)
Vivere nelle terre di confine significa
essere un crocevia.
Non essere né questo né quello
ma entrambe le cose.
Giannina Braschi – “Empire of Dreams” (1988)
(da El imperio de los sueños, Yale University Press)
Io sono una donna senza nome
che inventa se stessa ogni giorno
tra lingue che non mi appartengono
e città che non mi riconoscono.
Alejandra Pizarnik – “La jaula” (1968)
(da Extracción de la piedra de locura, Sudamericana)
Afuera hay sol.
Yo me visto de cenizas.
La jaula se ha vuelto pájaro
y se ha volado.
Alfonsina Storni – “Voy a dormir” (1938)
(pubblicata su La Nación)
Dientes de flores, cofia de rocío,
manos de hierbas, tú, nodriza fina,
tenme prestas las sábanas terrosas
y el edredón de musgos escardados.
Idea Vilariño – “Ya no” (1960s)
(da Poemas de amor, Cal y Canto)
Ya no será
ya no
no viviré contigo
no criaré a tu hijo.
María Sabina – “Cantos chamánicos” (trad. Álvaro Estrada)
(da Vida de María Sabina, Siglo XXI)
Soy mujer espíritu
soy mujer que canta
porque la palabra
es medicina.
Cherríe Moraga – “Loving in the War Years” (1983)
(Kitchen Table: Women of Color Press)
Amare in tempi di guerra
è imparare a sopravvivere
nel proprio corpo
senza negarlo.
Claribel Alegría – “No me agarran viva” (1978)
(da Sobrevivo, EDUCA)
No me agarran viva
porque estoy viva
en cada palabra
que digo.
