Per il ventottesimo anno consecutivo, l’edizione del Far East Film Festival che si è appena conclusa conferma Udine come il punto di riferimento degli appassionati di cinema asiatico in Italia: una delle certezze del panorama europeo e internazionale dei festival cinematografici, una realtà che appare ormai più solida delle stesse cinematografie coinvolte in tempi di incertezza per la settima arte a livello globale. Durante la settimana “estesa” del festival, la città sveste l’identità del capoluogo del Friuli per diventare un luogo mitico, sospeso a mezza via tra l’Italia e i numerosi Paesi in competizione per l’ambito Gelso d’Oro, coprendosi di una primavera di colori e suoni orientali. Quest’anno, tra Est e Sud Est abbiamo contato ben undici nazioni partecipanti: Giappone e Hong Kong, come da tradizione numericamente i più presenti, Corea del Sud, Repubblica Popolare Cinese e Taiwan, ma anche Singapore e Vietnam, Tailandia, Malaysia, Indonesia, e Filippine. Al di là dei vincitori per categorie, credo tuttavia che la più straordinaria conferma di questa edizione sia la vitalità stessa del cinema asiatico, soprattutto se lo confrontiamo co quello europeo, che sta attraversando un momento decisamente meno positivo: certo gli organizzatori hanno fatto un lavoro eccezionale di selezione, ma anche quest’anno la sensazione è che sia difficile imbattersi in film noiosi o che non mostrino almeno qualche elemento di interesse o originalità, forse aiuta la distanza geografia e culturale, ma anche i temi più presenti del festival – la famiglia, gli affetti, le disparità sociali, quando non momenti di storia epicizzati – riescono sempre a mettere in luce delle idee nuove o dei nuovi modi per essere raccontati.
La cosa più straordinaria tuttavia, per chi scrive, è che al di là dello straordinario coinvolgimento degli spettatori italiani, che accorrono alla manifestazione dalle regioni più lontane della penisola, questa identità asiatica di Udine sia perfino più presente all’estero che nel Paese stesso. A sentire gli ospiti accorsi a presentare i film, tra registi, attori e attrici e produttori intervenuti, sembra che non si aspetti altro che venire per partecipare al Far East Film Festival di Udine. Gli ospiti invitati quest’anno hanno sfidato le numerose problematicità del volare tra Asia ed Europa, costringendosi a viaggi lunghissimi et numerosi scali intermedi, pur di essere in sala per presentare il proprio film. Sui canali dei social networks del Festival per giorni si sono avvicendati i filmati di dichiarazioni d’amore incondizionato per la città e per il calore degli spettatori, noti per acclamare chi interviene come se attraversasse la passerella di Hollywood. Il Festival ha battezzato divi e autori di successo, giunti a Udine quando erano poco più che esordienti e che vi tornano ogni volta con grande piacere – è il caso del singaporese Anthony Chen, che ha ufficialmente aperto con il suo ultimo We Are All Strangers la rassegna, o dell’Hongkonger Patrick Leeung, che ha presentato Ciao Ufo. Ma è noto anche per incoronare col suo ormai celebre Gelso d’Oro alla Carriera la straordinaria longevità di divi indiscussi, che sono intervenuti a Udine mostrando la stessa umiltà degli esordienti di ieri: penso al divo giapponese Yakusho Koji, il primo a intervenire insieme a Wim Wenders, accompagnando la proiezione di Perfect Days, bellissimo film che in molti modi rappresenta il dialogo inesausto tra il cinema asiatico e quello europeo; alla diva cinese Fan Bingbing, che a Udine è tornata a ricevere il plauso del pubblico dopo un lungo periodo di difficoltà; al regista e coreografo di arti marziali cinese Yuen Woo-ping, che ha presentato il suo ultimo film alla sua veneranda età trattenendo a stento l’entusiasmo di un ragazzino. Messi tutti insieme nella stessa sala, questi straordinari personaggi ci mostrano il potere del cinema di unire paesi divisi da conflitti e rivalità geopolitiche secolari: per nove giorni qualsiasi ostilità è messo da parte per il piacere di raccontarsi attraverso le immagini, condividendo i propri traumi ma anche riconoscendosi in difficoltà analoghe di fronte alle incertezze del periodo che viviamo. Questa sala si trova a Udine: quella del Teatro Nuovo Giovanni da Udine.

Il Far East Film Festival numero 28 ha travolto il suo pubblico entusiasta con un programma serratissimo e ricchissimo di proiezioni: 75 film distribuiti in 9 giorni, praticamente 8 proiezioni al giorno, che ci hanno tenuti incollati alle poltroncine del Teatro Nuovo e del Cinema Visionario dalle 9 del mattino alle 2 di notte, lasciando brevissimi momenti di pausa per racimolare al volo un tramezzino o una focaccia negli esercizi presi d’assalto intorno alle locations principali. Alcuni dei più accaniti si sono rammaricati per le sovrapposizioni del programma tra le due sale, che ha costretto (giustamente!) ad alcune scelte e reso impossibile vederli proprio tutti, altri hanno ritenuto opportuno sacrificare qualche visione per non rinunciare ai numerosi eventi che hanno riempito gli spazi fisici di Udine di riti e celebrazioni ispirate alle culture ospitate dalla rassegna, o dedicarsi alle conversazioni con i propri registi o attori preferiti, fare un salto a visitare il mercatino e gli allestimenti appositi organizzati da librerie e negozi del centro città. Eppure, tornando alle usuali destinazioni, a porte chiuse, la sensazione che prevale è il desiderio di ricominciare subito da capo, che si legge sulla faccia di tutti quando lasciamo la sala nella notte fonda di sabato scorso, dopo l’annuncio dei vincitori. Forse anche per quello, gli organizzatori hanno annunciano subito prima dei saluti le date del prossimo anno, edizione numero 29, che riaprirà le porte di Udine all’Oriente tra il 23 aprile e l’1 maggio 2027: come dire, c’è un anno di pausa in mezzo, ma passerà in fretta.

Intanto, nella lunga pausa tra le due edizioni troveremo il tempo per riesaminare quello che abbiamo attraversato troppo velocemente con gli occhi, per fare un po’ di selezione nel flusso infinito di proiezioni e condividere i film che ci sono piaciuti per consigliargli agli amici, provare a cercarli, dove possibile, nella speranza che la maggior parte di loro trovi la strada delle sale italiane. Con questo augurio, abbiamo scelto nove film – uno per ognuno dei nove giorni – tra i vincitori ma anche tra quelli che non hanno vinto e che secondo noi hanno meritato almeno una menzione Indiependente, come abbiamo fatto l’anno scorso. Due note importanti, prima di cominciare: il FEFF è un festival dedicato al cinema mainstream, dunque privilegia opere che si rivolgono al grande pubblico: ciò non significa sminuirne la qualità – di solito sempre molto alta – né sottovalutare che spesso e volentieri molti film d’autore siano presentati qui piuttosto che in altre rassegne cinematografiche più tradizionalmente destinate al cinema più autoriale, come Venezia o Cannes. L’altra particolarità, coerente con questo presupposto, è che i premi principali sono assegnati dal pubblico in sala mediante la raccolta di biglietti con cui gli spettatori assegnano un voto tra 1 e 5 a seconda del loro gradimento, e dunque sono espressione di persone che ha effettivamente visto il film e l’hanno votato spesso più per le emozioni suscitate che per la fredda valutazione di una giuria tecnica, come quella che invece si riunisce per assegnare i Gelsi Bianchi agli esordienti e quelli dedicati alla sceneggiatura.
Sei film che hanno vinto (meritatamente)
Fujiko di Kimura Taichi (Giappone 2026, anteprima mondiale)

Vincitore incontestabile dell’edizione, questa commedia dedicata all’empowerment femminile conquista il primo posto nella competizione per i Mulberry Audience Awards – il Golden Mulberry Award, ossia il Gelso d’oro, premio principale della rassegna – sia, ex-aequo, quello assegnato dagli accreditati Black Dragon, ossia gli spettatori che hanno acquistato l’abbonamento di categoria superiore e che quindi sono stati più presenti alle proiezioni. Per molti versi, premiare quest’opera di Kimura mi è sembrato proseguire nel discorso che l’anno scorso ha conferito il Gelso d’Oro a Her Story del cinese Shao Yihui, di cui il film sembra una possibile risposta nipponica, affidando allo schermo la storia di una giovane mamma che ci racconta il suo percorso di emancipazione in un paese profondamente patriarcale con brio e consapevolezza piuttosto che pathos e tragedia, riprendendone anche la presenza della musica rock sullo sfondo della vicenda, non solo nella colonna sonora ma anche nel percorso di alcuni dei personaggi in scena. Il film è un viaggio all’indietro negli anni Settanta giapponesi ma privo di rievocazioni nostalgiche, decisamente più attento alla carenza di diritti per le donne: l’esordiente attrice Katayama Yuki, grande protagonista della rassegna insieme al regista, ci regala un personaggio femminile indimenticabile che combatte le proprie battaglie scegliendo le giuste alleanze dopo la rottura con la famiglia del proprio marito, rifiutando la tradizione che vede in ogni donna soprattutto una moglie da tenere a casa, e riservandosi il diritto di dire sempre l’ultima parola sulle decisioni che riguardano lei e la propria bimba. Il punto forte del film, secondo chi scrive, è la capacità del regista di riuscire a mantenere un delicatissimo equilibrio tra i momenti genuinamente più tragici drammatici e i siparietti esilaranti che li intervallano, legati spesso e volentieri all’apparizione in scena la terribile bimba Mari, inafferrabile e ribelle quanto la propria madre.
The Seoul Guardians di Kim Jong-woo, Kim Shin-wan, Cho Chul-young (Corea del Sud 2026, anteprima italiana)
Al secondo posto una novità assoluta per il festival, un documentario: il tema è importante, quello del breve colpo di stato a Seul del dicembre 2024, che i tre registi esordienti raccontano praticamente in presa diretta e con un ritmo serratissimo, da film d’azione. Oltre al Gelso d’argento, il Silver Mulberry degli Audience Mulberry Awards, il film vince ex-aequo con Fujiko il premio deli accreditati Black Dragon, Black Dragon Mulberry Award, nonché una menzione speciale nella categoria del White Mulberry Award for a First Feature Film assegnato alle opere prime dalla giuria tecnica composta da Mabel Cheung, Jeffrey Chan e Michael J. Werner, che hanno scelto per il premio principale un altro esordio nel cinema coreano, Unidentified Murder di Kwok Ka-hei e Jack Lee (Corea del Sud 2025).
Tunnels: Sun in the Dark, di Bui Thac Chuyen (Vietnam 2025, anteprima italiana)
La più gradita sorpresa del festival è stata la presenza sul podio di una pellicola di grande spessore proveniente dal Vietnam, piuttosto che dalle cinematografie dell’est asiatico più affermate, giocandosela alla pari con Cina, Giappone e Corea del Sud per qualità e innovazione, simbolo di un paese che sta investendo tantissimo in questo settore per poter concorrere ad armi pari in un mercato che al momento vede arrancare centri di produzione che l’hanno a lungo dominato. Il film di Bui si guadagna il terzo posto ex-equo, Crystal Mulberry degli Audience Mulberry Awards, ossia il Gelso di cristallo, insieme ad altri tre lavori, due dei quali portano a quattro il numero delle pellicole coreane premiate: My Name di Chung Ji-youn (Corea del Sud 2026) e The King’s Warden di Chang hang-jun (Corea del Sud 2026). In aggiunta, Tunnels si segnala in quanto vincitore del Mulberry Award for Best Screenplay, assegnato dalla giuria tecnica formata da Massimo Gaudioso, Francesco Murzi e Marco Pettenello, che ha premiato la sceneggiatura di questo nome emergente del cinema vietnamita che si è fatto carico della scommessa di descrivere la tanto discussa guerra del Vietnam dal punto vista dei Vietcong, sottolineando il suo desiderio di portare nelle sale del mondo suoni e voci che suonino genuinamente vietnamite.
Blades of the Guardians di Yuen Woo-ping (Hong Kong/China 2026, anteprima internazionale)
Quarto film a spartirsi il terzo posto ex-aequo, questo wuxia di grande respiro epico merita di essere menzionato non solo perché si tratta del film che ufficialmente chiude la rassegna, ma perché è occasione per la consegna a Yuen il Gelso d’Oro alla Carriera a Yuen. Maestro indiscusso delle arti marziali al cinema, artefice delle coreografie di numerosi blockbuster hollywoodiani quali La tigre e il dragone di Ang Lee (di cui ha anche diretto il sequel), Matrix delle Wachowski e Kill Bill di Tarantino, oltre che di decine di pellicole del cinema di Hong Kong, Yuen ormai ottantenne mostra di non aver perso lo smalto. Molto classico nell’ispirazione e nella vicenda, che vede al centro un solido evergreen – il classico mercenario errante – il film merita di essere visto non solo per le lunghissime galoppate in stile western tra i canyon delle regioni più remote della Cina, ma anche perché rappresenta una sorta di celebrazione della nuova importante alleanza tra il cinema mainstream della Repubblica Popolare Cinese e quello di Hong Kong. Letteralmente epico.
We Are All Strangers di Anthony Chen (Singapore 2026, anteprima italiana)
L’intenso film di Anthony Chen che ha aperto la rassegna la sera del 24 aprile vince solo una Menzione Speciale nella categoria Mulberry Award for Best Screenplay ma si spera che essere passato per la Berlinale e poi a Udine contribuisca alla diffusione delle opere di questo straordinario regista anche da noi. La pellicola completa dopo oltre dieci anni la trilogia di Singapore e del “growing up” avviata da Ilo Ilo (2013) e seguita da The Wet Season (2019), di cui riprende i due attori principali, Yeo Yann Yann e Koh Jia Ler, adattando la trama alla loro crescita da una pellicola all’altra. L’opera di Chen conferma il momento d’oro del cinema di Singapore, portando a Udine un’industria dai numeri ridotti eppure molto importante per originalità e qualità. Al centro del film di Chen c’è il tema della povertà a Singapore, mettendo anche in questo caso in primo piano le famiglie meno abbienti dell’isola, troppo spesso relegate sullo sfondo nella percezione globale di uno dei Paesi col reddito pro-capite più alto al mondo, e descrivendo più in generale la difficoltà a trovare la giusta distanza nelle relazioni interpersonali e all’interno della dimensione della famiglia. Temi analoghi emergono con grande intensità e delicatezza anche nelle altre pellicole singaporesi presenti, Ah Girl (2025) dell’esordiente Ang Geck Geck Priscilla e The Old Man and His Car (2025) di Michael Kam. L’altra missione perseguita dal regista, al ritorno a Singapore dopo le sue esperienze in Cina e Stati Uniti, dove ha girato il coming-of-age dei Gen Z cinesi, The Breaking Ice e l’hollywoodiano The Drift, è quella di fotografare l’umanità e la bellezza della vita quotidiana sull’isola tra i palazzoni futuristici intorno a cui girano i capitali della finanza mondiale, affidata alla bellissima fotografia che ci restituisce gli autentici colori tropicali del Sud Est asiatico. Ma su tutto, del cinema di Chen resta lo straordinario spessore dei personaggi, colti nella loro più intima umanità.
Mother Bhumi di Chong Keat Aun (Malaysia, Hong Kong, Italia, Arabia Saudita 2026, anteprima europea)
Il bel lavoro del malese Chong ambientato sul confine tra Tailandia e Malaysia è una sorta di vincitore morale in questa edizione, poiché il premio l’ha ricevuto non il film, ma l’attrice che ne è protagonista, Fan Bingbing, a cui all’età sorprendente di 44 anni è assegnato il Golden Mulberry Award for Outstanding Achievement. Sebbene Chong abbia contribuito a rendere irriconoscibile Fan e dunque mostrarcela in un ruolo di straordinaria intensità che ha aggiunto una performance inedita alla sua lunga e prestigiosa carriera, il premio è apparso a molti quasi un risarcimento all’ostracismo vissuto da Fan, diva del cinema cinese estromessa dall’industria per una serie di vicende poco chiare di natura fiscale che l’hanno tenuta lontano dai set per alcuni anni, nonché lontano dalle passerelle che dimostra di cavalcare con grande disinvoltura, com’è apparso a Udine, in cui non ha perso occasione per sorridere raggiante e a proprio agio tra riflettori, telecamere, macchine fotografiche e i cellulari dei fans che cercavano di rubarle un selfie. Protagonista di numerose pellicole presentate al FEFF negli anni scorsi, Fan ha prestato il volto – pesantemente stravolto – alla “madre terra” protagonista del film forse più autoriale e sofisticato dell’intera kermesse: qui interpreta una rivoluzionaria contadina di origine cinese che lotta insieme ai compaesani contro corruzione e abusi politici di giorno, per poi dedicarsi da sciamana a riti contro gli spiriti e la magia nera di notte, descrivendo in entrambi i modi la profonda tragedia dell’espropriazione delle terre nella striscia di mondo di cui è originario il regista, da parte del governo appena insediatosi negli anni dell’indipendenza dalla corona britannica. Una piccola, ulteriore precisazione: tra i produttori del film, la menzione di Stefano Centini ci ricorda che Mother Bhumi si segnala anche per essere una co-produzione italiana, quindi una forma di ulteriore coinvolgimento tra i due paesi.
I film che avrebbero meritato di vincere qualcosina o che ci sono semplicemente piaciuti
Jet Lag in Summer di Yan Kunao (Cina 2025, anteprima europea)
Se il cinema vietnamita propone la risposta locale alle narrazioni hollywoodiane della guerra del Vietnam, quello cinese si riappropria delle narrazioni della diaspora cinese e delle sfumature più delicati del cinema americano indipendente. Forse il racconto dell’esperienza dei giovani che vanno a studiare negli Stati Uniti per poi rimanere sospesi tra il desiderio di continuare a lavorare nel nuovo paese e il richiamo di quello natio non apparirà particolarmente originale, ma lo diventa se è esplorato da un occhio cinese e raccontato coi toni minimali, movimenti di macchina minima e suoni appena accennati che abbiamo conosciuto negli ambienti del mumblecore newyorkese e raramente assoceremmo a una cinematografia asiatica. Ma forse, insieme alla pellicola di Yuen e altri lavori del cinema cinese mainstream che appaiono perfettamente hollywoodiani nella sforma, anche questo contribuisce a dimostrare che la tavola si è capovolta e che i cinesi hanno davvero imparato tutto quello che necessitavano dagli americani, per sostituirli. Il resto è una vicenda tutta umana e particolarmente intensa che ci mostra due giovani creativi, legati sentimentalmente a New York City, separarsi e rimanere sigillati in un limbo dettato dalle norme anti-Covid, lei a Los Angeles nel tentativo di tornare in Cina, lui in attesa a New York, mentre intrecciano le proprie vicende a quelle di altri espatriati e la distanza che li separa diventa sempre più incolmabile.
Measure in Love di Kung Siu-Ping (Hong Kong, Taiwan 2025, anteprima europea)
Un cataclisma naturale ha diviso il mondo in due parti, caratterizzate da una gravità diversa e da un diverso passaggio del tempo – un giorno nella zona Aurora corrisponde a un anno nella zona Evergreen, dall’altra parte – che determina la suddivisione del privilegio in modo che la metà che scorre più lenta possa sopravvivere con lo sfruttamento della metà che scorre più lenta. Lo scenario ricorda molte distopie cinematografiche, ma in realtà Kung lo utilizza come sfondo di un’intensa storia d’amore divisa, letteralmente, dalla velocità che intercorre tra i due amanti protagonisti, Ann Jean e Taro. Ann Jean è una giovane specializzanda in medicina nella Zona Aurora che si associa a una pattuglia che distribuisce cure mediche e aiuti umanitari che scarseggiano nella Zona Sempreverde, attraversando le turbolenze tra le due parti su una nave insieme al suo mentore; Taro è un ragazzo che Ann Jean conosce lì, un giovane ladruncolo che, al ritorno pochi giorni dopo, è diventato un uomo più consapevole, deciso a coadiuvare i medici nella distribuzione di cure e medicine, e follemente innamorato di lei, al punto da provare a fare il viaggio al contrario. Il tempo corre veloce per Taro, che vediamo passare dall’infanzia alla vecchiaia nei pochi mesi che trascorrono nel mondo di Ann Jean: una storia straziante e una favola di romanticismo d’altri tempi, portata avanti con mano sapiente senza cadere nel melodramma gratuito.
Dopamine di Teddy Soeria Atmadja (Indonesia 2025, anteprima internazionale)

Il cinema indonesiano rappresenta per i più un frutto esotico come il durian, che difficilmente si è incontrato senza aver viaggiato nel sudest. Ma siccome questo è il festival del cinema asiatico mainstream, Dopamine merita di essere citato in quanto film mainstream che ha tutte le carte in regola, mostrandoci che l’Indonesia merita un posto di tutto rispetto nel cinema globale: si ride, si piange, ci si terrorizza, ci si sconvolge, e alla fine ci sorprende con un lieto fine decisamente originale, che chiude una sceneggiatura ben scritta e ben recitata dai tutti gli attori sulla scena. La trama è semplice, ma di effetto: uno sconosciuto una sera piomba a casa di una giovane coppia sommersa dai debiti, che decide di ospitarlo per la notte mentre fuori infuria il diluvio e la sua auto e in panne. Il mattino dopo è ritrovato morto di overdose di fianco a una valigia di soldi che fa molto gola ai giovani sposini, ma che qualcuno ha intenzione di reclamare… e dunque i due giovani si trovano precipitare in una spirale di scelte etiche dubbie in un viaggio nell’orrore quotidiano della tentazione. Riuscendo nel tentativo di descrivere nuove narrazioni che esplorino tematiche sociali come le difficoltà economiche dei giovani dei contesti meno abbienti delle opulenti capitali asiatiche, in questo caso, Jakarta, Atmadja ci ricorda che si può ancora andare al cinema per godersi una bella storia e rimanere incollati alla poltrona per vedere come va a finire.