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I Gorillaz sono tornati: vi raccontiamo il nuovo album e il nuovo live

I Gorillaz sono tornati col botto, all’improvviso, con un nuovo album, Humanz, nuovi disegni e un sacco di volti nuovi con cui contaminarsi. Sì, perché nei sette anni trascorsi da Plastic Beach, la loro ultima apparizione in studio – se si esclude l’episodio minore di The Fall, interamente composto da Albarn sul suo iPad a bordo del tour bus – di cambiamenti ce ne sono stati, eccome.

In primis, il ritorno del conservatorismo più inquietante, con Theresa May, sorta di replicante Thatcheriano, e, soprattutto, Donald Trump, che ha avuto quantomeno il merito di riportare in cima alle classifiche la letteratura distopica e post-apocalittica di scuola Orwelliana. Un filone a cui i disegni di Jamie Hewlett (Tank Girl) e la musica di Damon Albarn (Everyday Robots, su tutti) hanno sempre guardato nel corso delle rispettive carriere e che ha sempre rappresentato l’essenza del progetto che li accomuna: i Gorillaz, appunto. E lo spettro del Briatore d’oltreoceano aleggia in tutto Humanz, “a party record about the world going fucking nuts”, dato che Albarn, profeticamente, ha chiesto a tutti i collaboratori di lavorare immaginandosi cosa avrebbero fatto nella notte dell’eventuale elezione di Trump. Ascoltando il risultato, in molti devono aver pensato di affogare il trauma in una sbronza colossale.

A dispetto del pessimismo che alberga in tutti gli album dei Gorillaz, e in questo in particolare, Humanz resta infatti il loro album più ballabile e contemporaneo, intriso di sonorità trap e di ospiti giovanissimi provenienti dalla scena grime inglese, così lontano dal sound dei dischi precedenti da risultare traumatico al primo impatto. Quanto Plastic Beach sembrava una estensione coerente del sound dei lavori precedenti, pigro, lo-fi, ai limiti del casalingo – riascoltatevi le tastiere indolenti di Every Planet We Reach Is Dead così i brani del nuovo album suonano stranamente upbeat, potenti ma, soprattutto, potenzialmente a loro agio nella programmazione di una qualsiasi radio commerciale.

Di nuovo, nei sette anni trascorsi in soffitta dai Gorillaz l’hip-hop è profondamente cambiato, e Albarn, che ha da sempre visto questo progetto come lo sfogo nella musica black che i Blur non avrebbero mai potuto dargli, ha scelto di mettere in primo piano la contemporaneità, la big picture, prima che sé stesso, la propria individualità e la propria storia, lasciando che il suono della sua band venisse reinventato di registrazione in registrazione. Perfino la sua voce compare raramente, spesso distorta – con l’eccezione della bellissima Andromeda – e forse anche questo fa sì che Humanz, nonostante l’aspirazione da concept album, suoni più come una playlist, un insieme di esercizi su un tema (Trump), che come un album coerente e compiuto.

Anche in termini di collaborazioni, sette anni hanno portato molti cambiamenti. Alcuni dei migliori (e dei più inusuali) collaboratori dei Gorillaz (Lou Reed, Bobby Womack, Ike Turner, Ibrahim Ferrer) non ci sono più, altri, come Mos Def o Snoop Dogg, sembrano aver perso la spinta innovatrice dei loro primi lavori e, soprattutto nel primo caso, il contatto con la contemporaneità. Scorrendo la lista degli ospiti di Humanz, gli unici volti familiari ai fan della band sono i De La Soul, reduci anche loro dal comeback di …And The Anonymous Nobody. Per il resto, Albarn ha scelto di riaprire l’agendina “come al cinema Verdone” alla voce “Leggende” (Grace Jones, Mavis Staples), “Nemici-amici” (Graham Coxon, Noel Gallagher), a quella dei “Nuovi eroi indie” (Jenny Beth, Benjamin Clementine) e, infine, chiamando alcuni dei volti più interessanti della scena dancehall, grime e rap più urbana e meno mainstream (Vince Staples, Danny Brown, Pusha T, Popcaan).

La domanda sorgeva quindi spontanea: come riuscire a rendere dal vivo un album così complesso e stratificato a livello sonoro, e come far sì che si amalgamasse con il vecchio repertorio? Noi di L’Indiependente siamo riusciti ad intrufolarci nella Brixton Academy di Londra dove i Gorillaz hanno tenuto un intimo warm-up show in vista del lungo tour mondiale di quest’anno (che purtroppo non toccherà l’Italia).

La prima risposta è che la resa live di un album corale come Humanz dipende fondamentalmente dalla presenza fisica, carnale degli special guests: e, da questo punto di vista, la data londinese non ha deluso le aspettative. Certo, mancavano Gallagher, Clementine e Grace Jones, ma non si può avere tutto nella vita. Se su disco Albarn sembra essere una presenza celebrale, un po’ inquietante a dire il vero, alle spalle dei collaboratori occasionali – l’unico in possesso della visione di insieme – questa figura si traduce dal vivo in quella, più pragmatica, di MC, Master of Ceremonies. Sta a lui infatti dirigere il viavai di musicisti dal palco, alternandosi tra la melodica, il piano e la keytar, ballando e interagendo con il pubblico, godendosi lo spettacolo quasi da spettatore nei (tanti) momenti che lui stesso ha scelto di lasciarsi, nel quale può dimenticarsi dei doveri di frontman. Ancora una volta, la maschera dei Gorillaz sembra essere per Albarn quella della salvezza dagli eccessi egomaniaci del Brit Pop, quella della libertà di sperimentare e, perché no, di godersi appieno quanto si sta facendo. E non è un caso che Humanz segni la definitiva pax tra Blur e Oasis, la fine di uno scontro sterile e autoreferenziale per dedicarsi, finalmente, a qualcosa di più rilevante e collettivo, come accade nel duetto Gallagher-Albarn, più simbolico che sostanziale, su We Got The Power.

Il concerto si apre con il rap di Vince Staples su Ascension, letteralmente sollevata dalle sei coriste che accompagnano i Gorillaz in questo tour, per poi passare rapidamente a Last Living Souls, in cui il lamento malinconico di Albarn diventa protagonista, accompagnato dal pianoforte come nei vecchi dischi, per poi trasformarsi in un finale dal sapore dub. E un altro classico dei Gorillaz, la melodica, riappare in Saturn Barnz, stavolta a intervallare il rap pieno di vocoder di Popcaan, su quello che è forse uno dei pezzi più contemporanei del nuovo album.

E il contrasto con i dischi precedenti risulta ancora più evidente dato che a seguire sono, una dietro l’altra, Stylo, dedicata a Bobby Womack, Tomorrow Comes Today e Rhinestone Eyes, che rappresentano forse la definizione del sound dei Gorillaz: voce monocorde e apatica a fronteggiare basso e batteria old school, in 4/4, e brani che sembrano stare in piedi soltanto grazie alle melodie memorabili di Albarn. Tutt’altra cosa rispetto all’assalto sonoro di Charger, dominata dalla chitarra elettrica, alla nursery rhyme uptempo di Momentz, con i De La Soul in ottima forma a caricare il pubblico, e a quel gran pezzaccio disco che è Strobelite, un gospel terreno che ricorda i primi Trammps, anche grazie alla voce black di Peven Everett.

La seconda metà del concerto scivola via altrettanto bene, continuando classici riproposti piuttosto fedelmente (Dirty Harry, Kids With Guns, Dare), che mantengono persino i videoclip originali sullo sfondo, e i brani del nuovo disco. Su tutti svetta la collaborazione con Mavis Staples, che con la sua storia, e la sua voce, riesce a riempire la Brixton Academy senza nemmeno dover comparire di persona, grazie a dei visual davvero evocativi. Tra l’altro, si tratta della terza collaborazione azzeccata quest’anno dalla cantante gospel, classe 1939, dopo quella con gli Arcade Fire e il disco prodotto da M. Ward.

Il finale dello show è tutto per Jenny Beth delle Savages, che si prende la scena su We Got The Power, il pezzo simbolo di Humanz, mentre Graham Coxon gioca con la chitarra in secondo piano senza farsi notare. Nei bis, oltre ai classici Feel Good Inc. e Clint Eastwood, sovrastata da un basso impressionante sparato in primo piano, c’è spazio per due chicche. Prima, un nuovo, psichedelico brano, Sleeping Powder, presentato come l’esordio solista di 2D, che ricorda molto i primi brani della band e, forse proprio per questo, è rimasto fuori dall’ultimo disco. E il finale su una dilatata, romantica, corale Don’t Get Lost in Heaven che si scioglie in Demon Days e che pare anche sciogliere d’un colpo tutta la tensione che, inavvertitamente, avevamo accumulato nelle due ore precedenti. Sì, perché, in un party nel giorno del giudizio si ha l’obbligo di doversi divertire, d’accordo, ma non si può non tenere un occhio sul timer, sulla brutale (fine della) realtà.


Foto di Riccardo Di Leo