Cover Story

L’estate del desiderio: dentro Call Me by your Name di Guadagnino

I muscoli sono scolpiti, nessuno di questi corpi è dritto, sono tutti ricurvi. A volte in posizioni impossibili eppure disinvolti. Da qui la loro ambiguità senza tempo. Come se ti stessero sfidando a desiderarli.

È fin dai titoli di testa che Call me by your name (Chiamami col tuo nome), ultimo film del regista italiano Luca Guadagnino, conduce il proprio sguardo e, insieme, quello dello spettatore in sala, sull’oggetto del desiderio. Sono corpi maschili, statue antiche di bronzo accompagnate dal ritmo sincopato che le mani creano sui tasti dei due pianoforti per cui è stata composta Hallelujah Junction del grande compositore minimalista americano John Adams, già in passato colonna sonora di Io sono l’amore. Quelle statue sono la materia di studio di Lyle Perlman, professore universitario specializzato nella cultura greco-romana (interpretato da un intenso Michael Stuhlbarg, presto al cinema con The Shape of Water di Del Toro e The Post di Spielberg), ebreo americano in vacanza in Italia con la moglie Annella e il figlio diciassettenne Elio, in una villa ereditata dalla famiglia nella provincia di Crema.

Nella loro bellezza, quelle statue sono pur sempre corpi immobili e inanimati. Alla fine dei titoli di testa il film si apre invece su un corpo vero, reale, di carne e di sangue che palpita sotto la pelle: è quello di Marzia, adolescente languida distesa sul letto di Elio (l’attore newyorchese ma di origini francesi Timothée Chalamet che vedremo presto in una piccola parte nel bellissimo Lady Bird di Greta Gerwig).

Entrambi aspettano quello che chiamano l’usurpatore, Oliver (l’attore statunitense Armie Hammer) uno studente americano di ventiquattro anni, ospite della famiglia Perlman per i suoi studi di dottorato. Lo osserveranno dalla finestra, alto, anzi altissimo, biondo, atletico, sicuro di sé mentre con passo rapido scende da una Fiat 127 per entrare in casa e prendere possesso della stanza di Elio che è costretto a cedergli il proprio letto per sei lunghe settimane.

Siamo nel 1983, “da qualche parte nel Nord Italia”: basta questo per restituire al film quel “frammento di memoria” su cui è costruito il romanzo del 2008 di André Aciman (non a caso studioso di Proust) ed è proprio dall’uscita del libro e dall’acquisto dei diritti che inizia la lunga storia che ha portato a questo film. All’inizio del progetto Luca Guadagnino era stato coinvolto come coproduttore e consulente per le riprese nel Nord Italia, quindi, mentre con la sceneggiatura affidata a James Ivory venivano meno uno dopo l’altro tutti i registi coinvolti (Gabriele Muccino, Sam Taylor-Johnson, Ferzan Ozpetek, Bruce Weber e lo stesso Ivory) alla fine il progetto passava direttamente nelle mani di Guadagnino, una sfida raccolta mentre ancora lavorava alle riprese dell’atteso remake di Suspiria di Dario Argento con Tilda Swinton e Dakota Johnson.

A differenza del libro dunque, Chiamami col tuo nome rinuncia a una cornice, alle voci fuori campo ancora presenti nella prima bozza della sceneggiatura di Ivory per restituirci, all’interno di una prospettiva temporale definita e di quella territoriale più sfumata, il senso immediato dell’azione. Chi è allora il giovane Elio, e da dove proviene? Chi è l’affascinante Oliver? Sarebbe stata questa forse, oggi, la domanda che Pasolini avrebbe fatto, venandola di critica, a Luca Guadagnino e che, allora, nel 1972 fece, all’amico Bernardo Bertolucci a proposito del personaggio interpretato da Marlon Brando in Ultimo Tango a Parigi. Quella critica, che avrebbe incrinato un rapporto di amicizia che ebbe il tempo e la fortuna di ricomporsi in una leggendaria partita a calcio tra le due troupe di Salò e di Novecento pochi mesi prima della tragedia che spezzò la vita del poeta di Casarsa, aleggia sul lavoro di Guadagnino in un articolo piuttosto duro dalle colonne del New Yorker a firma del grande critico americano Richard Brody (a oggi tra i massimi estimatori di Terrence Malick e Paul Thomas Anderson), voce dissonante a dire il vero, in un universo dominato da commenti entusiasti fin dalla presentazione, un anno fa, al Sundance Film Festival, cui hanno fatto seguito un tour promozionale che ha toccato la 67a edizione del Festival di Berlino, il TIFF, il New York Film Festival (solo per citare i più importanti), le tre nomination ai Golden Globe e le quattro agli Oscar che si terranno la sera del 4 marzo (miglior film, migliore sceneggiatura, miglior attore a Timothée Chalamet e miglior canzone, Mistery of Love, per Sufjan Stevens). E citiamo Pasolini e Bertolucci non certo a caso: punto di svolta importantissimo nella vita del regista palermitano è stato, infatti, l’incontro all’università a ventidue anni con Laura Betti grandissima attrice di certo cinema italiano, amica e indimenticabile interprete di film come Teorema di Pasolini e Novecento proprio di Bernardo Bertolucci. Ed è proprio Bertolucci a essere indicato da Guadagnino come uno dei suoi padri cinematografici insieme a Jean Renoir, Jacques Rivette e Éric Rohmer.

La rinuncia alla cornice del libro è una scelta chiara e precisa che è il contrario di una certa superficialità che Brody imputa al film. Come Bertolucci per il Paul di Ultimo Tango anche qui i protagonisti vengono catapultati direttamente in scena. Luca Guadagnino non è interessato alla ricostruzione del passato dei suoi personaggi, pochissimi sono gli indizi che ci lascia per provare a immaginarne il percorso che li ha portati a questo punto della storia perché è questa storia che gli interessa: tutto ciò che accadrà dal primo istante in cui li vediamo comparire sullo schermo. E non è un caso che sia Elio che Oliver entrano in scena attraverso lo sguardo di qualcuno che li osserva dalla propria prospettiva.

Quella di Guadagnino è certamente un’idea di cinema cui in Italia non si è più abituati e a cui anche all’estero ci si è purtroppo troppo spesso disabituati. Un’idea che si prefigge di intrecciare livelli diversi mescolando tanto una fruizione che, entro certi limiti è ancora possibile descrivere come popolare quanto, lavorando in maniera sicuramente più nascosta a un livello più profondo, una riflessione capace di stimolare una discussione più ampia nell’ambito della cultura cinematografica.

In tal senso la famiglia raccontata da Guadagnino è come dice la splendida Amira Casar che qui interpreta una traduttrice che passa senza difficoltà dal francese all’italiano e dal tedesco all’inglese: “Quel che trovo così emozionante dei poliglotti Perlman (naturalmente la visione in lingua originale consente di apprezzare in pieno ogni sfumatura che si perde inevitabilmente col doppiaggio), è che pur amando la tradizione e il passato, sono anche decisamente moderni. Trasmettono a Elio un gusto forte dei classici in questo Giardino dell’Eden, allo stesso tempo lo spingono per andare a sperimentare e vivere la sua vita. Molti genitori tendono a mettere un freno ai loro figli, e invece loro dicono: ‘Vai! Vivi, perché la vita è un dono. Vivila pienamente’”. È all’interno di questo clima culturale e familiare che si è formato Elio coi suoi diciassette anni di sfrontatezza, che suona al pianoforte il “Capriccio sulla lontananza del fratello amatissimo” di Bach improvvisando variazioni alla maniera di Liszt e di Ferruccio Busoni, che indossa t-shirt dei Talking Heads e trascrive sul pentagramma la musica che ascolta dalle cuffiette del suo walkman, che divora libri tutto il giorno, che esce la sera e aspetta che l’estate finisca. Sarà l’incontro con Oliver a sparigliare le carte. Come la statua che a un certo punto emerge dal lago di Garda a Sirmione, segnando una pace nei rapporti inizialmente tesi tra i due ragazzi, diventa metafora di un’archeologia non come scavo ma come attesa dell’emersione del rimosso, così Elio avrà modo di conoscere nel tempo di un’estate la sua sessualità e, insieme, l’amore.

Un’estate assolata e torrida di un’Italia rurale, non ancora affrancata dai ricordi delle due guerre dove le auto sono ancora pochissime e la pianura è solcata solo dalle ruote delle biciclette. Chiamami col tuo nome non è, va da sé, solo la storia di un incontro, è molto più che questo: è un sogno vitale e malinconico a un tempo capace di annebbiare tutti i sensi. È un film voluttuoso, che ti avvolge in maniera sensuale dalla prima all’ultima inquadratura, che racconta come in pochi hanno saputo fare, i turbamenti dell’adolescenza, la scoperta del sesso, della vita e di se stessi. È un’ode al desiderio, alla freschezza di un’età che oggi troppo spesso si vuole fugace per lasciare spazio a una più efficiente maturità, e che qui è dipinta con tutta la forza che invece le appartiene, quella dell’assoluto, dell’iperbole, del parossismo delle emozioni, del travolgimento dei sensi e della ragione, del desiderio che batte nella testa e la sconvolge, che la apre alla vita e si fa scrigno di ciò che si è realmente.

Sgombriamo subito il campo da possibili malintesi, l’omosessualità dei due protagonisti nulla ha di scandaloso, di pruriginoso e soprattutto di politico. Non esiste rivendicazione, non esiste battaglia, non esiste ostacolo all’amore tra Elio e Oliver, o se esiste è al di fuori di questo tempo, di questo sogno, della differenza di età e di maturità. Se Guadagnino ha un merito che possa andare anche di là dai tanti squisitamente artistici che è difficile non riconoscere al film, è quello di aver avuto la capacità di raccontare una storia d’amore tra due giovani omosessuali come una storia universale di attrazione e di amore senza lasciarsi trascinare da polemiche contingenti, politiche e sociali.

Chiamami col tuo nome è film d’amore senza censure che di certo non ha paura di mostrare i corpi, rifuggendo in realtà dalle scene di sesso, appena abbozzate, perché: “Il sesso sullo schermo può essere la cosa più noiosa da guardare – dice il regista – in generale. Se il rapporto sessuale è un modo per esaminare un comportamento e come questo comportamento rifletta i personaggi, allora mi interessa. Ma se si tratta solo di mostrare un atto, no, non mi interessa“.

È in una partita di pallavolo a torso nudo sull’erba che avviene il primo contatto tra Oliver ed Elio e il loro rapporto sarà una continua danza di avvicinamenti e allontanamenti . “Volevamo evidenziare il battito del cuore di questi personaggi non solo attraverso i loro volti, ma anche attraverso il modo in cui i loro corpi si spostano nello spazio – dice ancora Guadagnino ed è emblematica in proposito la scena del loro incontro allo scoccare della mezzanotte (come in ogni favola che si rispetti) in cui l’approccio sessuale si disegna sullo schermo come un passo di danza, un incontro di lotta, tra l’imbarazzo e il desiderio della prima volta quando il corpo desiderato diventa a un tratto corpo estraneo, parete rocciosa da scalare tra la paura di lasciarsi andare e il desiderio di farcela. Tra goffi e timidi tentativi di conoscere il proprio corpo sul corpo dell’altro, un abbandonarsi che sa di ricerca di una figura più grande capace di guidarlo, lui ragazzino divorato dalla curiosità, dalla conoscenza, che ha sempre aspettato che l’estate passasse e ora non vorrebbe mai che accadesse.

I corpi sono protagonisti assoluti non solo all’interno della cornice erotica. Sono certamente quelli agitati tra lenzuola che scottano per il pensiero ossessivo del desiderio ma anche quelli conosciuti e familiari nella notte senza corrente elettrica quando Elio è disteso sul corpo dei genitori e la madre, incrociando con delicatezza i tormenti del giovane figlio, legge l’Heptaméron di Margherita d’Angoulême “è forse meglio parlare o morire?”.  Sono quelli che si agitano sulla pista da ballo sui ritmi disco di Lady, Lady di Giorgio Moroder & Joe Esposito e sull’omaggio alla new wave degli Psychedelic Furs con Love My Way o, ancora, nella scena piena di dolcezza quando Elio, bloccato a casa per una fastidiosa epistassi, è su un divano in un incrocio di gambe e di braccia tra Chiara (Victoire Du Bois) e Marzia come in un unico corpo, quasi un tentativo goffo e disperato di aggrapparsi all’infanzia, una possibile ultima àncora nell’innocenza della promiscuità, una diga al delirio del desiderio.

E sarà proprio sul corpo di Esther prima ancora che dentro di esso con tenerezza, con leggerezza, con ironia, che il ragazzino Elio cercherà quell’erotismo che lo sconvolge nella calda estate del 1983, un corpo di ragazza, semplice, comune e proprio per questo bellissimo, perché mai come in questo film Guadagnino ha il merito di restituirci un’estetica di corpi reali, dove la semplicità, i difetti, la ruvidezza non allontanano ma mettono ancora più in risalto la sensualità dell’oggetto del desiderio. Se Marzia emerge così forte dallo sfondo di questa storia, è merito della scrittura certamente, che la trasforma, nel corso di un’estate, da ragazzina a donna capace di amare e perdonare ma anche grazie al talento innato e alla bellezza elettrica attraverso cui Esther Garrel, che la interpreta, sembra perpetrare quella tradizione d’imperfezione e fascino che si dispiega sui volti irregolari della dinastia Garrel. Sarà proprio il vuoto dentro il rapporto con Marzia, quel vuoto nel cosmo, a essere più di ogni altra cosa la molla che porterà Elio a capire e a capirsi, a lasciarsi andare al desiderio, a ciò che sente e a ciò che è, in una notte di rivelazione.

È particolare come sia in questo film più che nel precedente A Bigger Splash, che Guadagino più si avvicina all’erotismo torrido de La piscina di Jacques Deray di cui pure A Bigger Splash era infedele remake. Chiamami col tuo nome è idealmente il terzo e conclusivo capitolo di una Trilogia del Desiderio: “Mentre nei precedenti il desiderio spingeva al possesso, al rimpianto, al disprezzo, al bisogno di liberazione, in Chiamami col tuo nome abbiamo voluto esplorare l’idillio della giovinezza – dice Guadagnino –- Elio, Oliver e Marzia sono irretiti in quella splendida confusione che una volta Truman Capote ha descritto affermandol’amore, non avendo una mappa, non conosce confini’”.

Ed è dentro la confusione senza confini dell’amore e del desiderio più puri che scorre il film, nello scorrere dell’acqua, del sudore, del sangue, dello sperma, del succo di pesca: la scena di autoerotismo con la complicità di una pesca matura era lo scoglio contro cui questo film avrebbe potuto infrangersi e così non è stato, la scena di cui lo stesso Guadagnino aveva paura che invece si risolve nella penombra con il sottofondo radiofonico di Radio Varsavia di Franco Battiato grazie al talento d’attore di Timothée Chalamet capace di esprimere con ogni fibra del proprio corpo il desiderio prima, quindi la fragilità del senso di colpa, della percezione dell’errore, ma anche della vulnerabilità davanti a un Oliver sicuramente più arrogante, più sicuro di sé, anche più trasgressivo eppure capace, nel momento di disperazione dell’amante, di un abbraccio di straordinaria accoglienza nei confronti dell’altro.

L’adagio nemo profeta in patria per Guadagnino ha il sapore di una sfida. Già il suo primo film del 1999 The Protagonists (con Tilda Swinton cui è legato da una profonda amicizia e da un sodalizio artistico) fu accolto dai fischi alla fine della proiezione al Lido. Peggio andò con la trasposizione cinematografica di Melissa P. del 2005, grande successo di pubblico ma travolto dalle critiche (imputabili solo in parte a Guadagnino costretto dalla produzione a rimontare forzatamente l’intero film in un modo che non gli piaceva) che gli alienò le simpatie della critica italiana, rimasta colpevolmente cieca davanti al successo internazionale del grande affresco alto borghese di Io sono l’amore e dall’energia tragica che sorregge A Bigger Splash. Eppure non c’è volontà revanscista nel lavoro di Guadagnino che, anzi, amando il proprio paese nel quale continua a vivere, di là dagli impegni professionali, ben comprende la resistenza da parte di certa critica e di certo pubblico a un modo di fare film lontano da un’idea più rassicurante di cinema italiano, in voga soprattutto negli ultimi anni, che tende a prediligere il contenuto alla forma. Ed è difficile dargli torto, anche Chiamami col tuo nome è, infatti, come Io sono l’amore e A Bigger Splash, un film che non si affida alla semplice rappresentazione della realtà ma che tende, invece, maggiormente alla trasfigurazione e, perché no, all’idealizzazione, due aspetti questi che finiscono con l’essere i punti di forza del suo cinema, contraddistinto fin dagli esordi da un’idea di forma e di cinematografia molto solida e chiara all’affacciarsi di ogni nuovo progetto e che coinvolge ogni aspetto: dalle immagini alla fotografia, dai dialoghi ai movimenti degli attori, dalla coreografia degli spostamenti fino all’uso degli spazi e degli esterni.

Le nomination agli Oscar sembrano aver risvegliato parte della critica italiana: è comunque un bene; la corsa a salire sul carro del vincitore come anche i duri e puri che oggi lo vorrebbero come regista solo incidentalmente italiano sono i miseri estremi che nascondono le due facce di una medaglia ugualmente falsa. Bella è, invece, la faccia di Luca Guadagnino, aperto il viso e intelligente e profondo lo sguardo che sorride prima ancora che lo facciano le labbra.  È un uomo appagato, felice del rapporto col suo compagno, che non ha mai cercato scorciatoie né premi. Luca Guadagnino ha vissuto la sua infanzia ad Addis Abeba, per poi tornare in Italia tra Palermo, dov’è nato, e Roma fino a vivere oggi a Crema. Un tratto che lo accomuna proprio all’autore del libro André Aciman, ebreo sefardita di origine turche cresciuto tra Alessandria d’Egitto e Roma per poi diventare cittadino statunitense (e che nel film ha un piccolo cameo nel ruolo di un amico di famiglia). La stessa sfrontatezza di Elio, connubio di sicurezza culturale e timidezza affettiva, è quella del giovane Luca che da ragazzo regalava a una compagna di classe il libro di nudi di Lisa Lyon di Robert Mapplethorpe provocando la reazione dei genitori di quest’ultima, suo il clima culturale che gli ha permesso di essere l’uomo che è oggi.

La figura del padre di Elio nasce invece da quella del padre di André Aciman: Mio padre era una persona molto aperta che non aveva inibizioni in tema di sessualità. Era un uomo con cui si poteva liberamente parlare di sesso. Quindi non ero intenzionato a scrivere le solite frasi come “può succede a tutti” o “dovresti rivolgerti a uno strizzacervelli”, o a descrivere la scenata del padre criticone o che borbotta, perché non è la tipologia di padre che conoscevo. Mio padre avrebbe detto esattamente quello che dice il padre nel libro e nel film. Alla fine dell’estate Elio è un adolescente che forse ha smesso di esserlo ma che resta travolto dal dolore di un’inevitabile separazione. È nella scena con il padre dolcissimo che si rivela il senso pieno di quest’opera: “Soffochiamo così tanto di noi per guarire più in fretta, che a trent’anni siamo prosciugati e ogni volta che ricominciamo con qualcuno diamo sempre meno. Ma renderti insensibile così da non provare nulla è un così tale spreco. Se sei abbastanza fortunato da provare qualcosa di profondo, anche se fa male, non allontanarlo. Sarebbe uno spreco provare qualcosa di bello e poi cercare di far finta che non sia successo”.

E se di padri così ne esistono pochi non importa, Chiamami col tuo nome è anche questo, come il cinema è “un filtro, uno specchio della realtà” che ci consente di confrontarci non solo con ciò che esiste ma anche con tutto ciò che potrebbe essere e non è. È un inno all’adolescenza, al desiderio, all’amore, ai figli, all’amicizia, alla bellezza della cultura, ai padri reali e cinematografici, ai maestri, senza alcuna concessione alla scorciatoia facile, alla didascalia, al politicamente corretto.

Call me by your name restituisce al cinema italiano (e non solo) non la figura dell’autore elitario nella torre d’avorio quanto quella dell’uomo di cinema a tutto tondo, artigiano e artista a un tempo, che rimane però saldamente ancorato alla dimensione produttiva che da sempre sottende la complessità della settima arte. Ne è la dimostrazione il lavoro grandissimo fatto con un budget comunque ridotto (3.5 milioni di dollari) frutto di una ricerca attentissima e minuziosa delle location, degli attori principali (Armie Hammer era stato contattato praticamente a inizio progetto otto anni fa, come anche la cura di quelli di contorno (come i due attori di teatro Marco Sgrosso e Elena Bucci che inscenano una litigata piccolo borghese sul pentapartito e l’affermazione di Craxi ma ci sarà spazio anche per un Grillo ancora televisivo), del suo rapporto stretto con la tecnica e i suoi limiti (evidenziati dalla scelta di utilizzare un unico obiettivo da 35 mm) o ancora nel lavoro splendido della fotografia affidata a un nome internazionale come Sayombhu Mukdeeprom (dietro la Palma d’oro a Cannes 2010 “Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti”) vero artista della luce e fino alla commissione di un pezzo a Sufjan Stevens, mai finora coinvolto in una colonna sonora, diventati poi due a commento di due scene fondamentali all’intero del film.

Va anche detto che gran parte del merito del film è nella straordinaria naturalezza che emerge da ogni inquadratura, da ogni scena grazie a un clima assolutamente inedito per una produzione comunque di carattere internazionale. Tutte le riprese si sono svolte in un’area intorno alla casa dove Guadagnino vive a Crema, con la grande villa a Moscazzano a pochi minuti mentre Bergamo fa da sfondo all’ultima parentesi d’amore tra i protagonisti. Gli attori hanno avuto modo di conoscersi tra loro creando un affiatamento palpabile sul grande scherno, e di conoscere la città (in particolar modo è nei mesi precedenti alle riprese che Timothée Chalamet si è integrato nel paese conoscendo persone, imparando un po’ d’italiano, perfezionando lo studio del pianoforte e della chitarra attraverso cui sarà protagonista di una brillante scena di seduzione). Non minor importanza hanno gli arredi curati in ogni dettaglio da Violante Visconti (pronipote dell’immenso Luchino).

E come, si diceva, la musica: chiunque abbia ascoltato la colonna sonora prima di vedere il film ha aspettato ogni pezzo con trepidazione, come qualcuno che scendendo da un treno sa già chi lo aspetta sulla banchina e cerca tra la folla il volto amato mentre il cuore aumenta i suoi battiti. Elemento fondamentale anche nei due lavori precedenti (John Adams era l’architettura musicale che sorreggeva l’intero Io sono l’amore mentre A Bigger Splash giocava di più col rock‘n’roll come nella splendida sequenza in cui Ralph Fiennes balla sulle note di Emotional Rescue degli Stones). Qui, invece, attraverso la musica, Guadagnino ha costruito quasi un percorso sentimentale che pesca a piene mani dal repertorio pop di quegli anni. Sono canzoni che non possono non scavare un solco dentro il cuore di chi quegli anni li ha vissuti fosse anche da bambino con la testa incollata al juke box di uno di quei bar come si vedono nel film con i vecchi banconi dei gelati con il coperchio a soffietto, i telefoni a gettoni, i manifesti della Peroni accanto a sale d’attesa delle stazioni con le panche di legno. E poco importa se non è la musica che magari avremmo ascoltato: resta la restituzione dello spirito musicale pop di un’epoca. Da J’adore Venise di una Loredana Berté in stato di grazia firmata da Ivano Fossati, ai Bandolero con la loro Paris Latino, da Marco Armani con È la vita a Words di F.R David fino ai pezzi già citati. Non manca la quota classica (oltre a Adams e Bach abbiamo anche Satie e Ravel) e l’amato Sakamoto (che curerà la colonna sonora del prossimo film che sarà girato nello Sri Lanka con Jake Gyllenhall, Benedict Cumberbatch e Michelle Williams). Ma è chiaro che al centro del progetto ci sono i due pezzi splendidi scritti e cantati da Sufjan Stevens, il primo Mistery of Love a fare da sfondo sonoro al viaggio a Bergamo e il secondo, Visions of Gideon a tenere incollati nella lunga sequenza finale.

Tra l’uso sapiente degli spazi che diventano personaggi a loro volta e un siparietto à la Godard tra le strade di Bergamo, Chiamami col tuo nome è certamente anche un racconto di formazione, lo è nella splendida scena in cui, al ritorno da Bergamo, Elio chiama in lacrime la madre per farsi venire a prendere alla stazione, lo è nell’abbraccio con Marzia che da donna, riconosce in un attimo la fragilità dell’amico, nel discorso con il padre e, ancora di più, nella scena finale in cui Elio vestito con un look New Romantic ha una breve telefonata con Oliver: scoprirà che avrà scelto altre strade ma saprà allo stesso tempo che quel legame è saldo e resterà nei ricordi. Perché Call me by your name è un film sentimentale nell’accezione più nobile del termine, capace com’è di parlare a ciascuno di noi trascinandoci in un vortice di ricordi, di estati, di amori e sensazioni che nessun anno in più potrà mai cancellare. È un film che parla di cambiamenti e punti fermi, di nostalgie e certezze.

E mentre, sotto la pianura innevata, partono le note di Visions of Gideon di Sufjan Stevens, la camera resta fissa mentre scorrono a lato i titoli di coda sul volto di Elio rischiarato dalla luce della fiamma di un caminetto. E saranno lacrime, e saranno ombre e gioia e ricordi e felicità che passeranno sul suo volto, attraverso una scelta netta e chiara tesa a mostrare tutto il carico di emozioni che quell’estate ha comportato nella vita del giovane ragazzo.

Al suo quinto film di fiction (è anche autore di numerosi documentari, l’ultimo del 2012 proprio su Bernardo Bertolucci) Luca Guadagnino incanta pubblico e critica raggiungendo un equilibrio solo sfiorato nei lavori precedenti. Oggi i suoi film sono l’emblema di una nuova concezione di cinema indipendente (basta guardare all’elenco infinito delle produzioni e dei contributi per la realizzazione del film) che parte dalla provincia (Lecce, l’entroterra ligure, Pantelleria, Crema) senza per questo volersi relegare alla nicchia cercando, anzi, e trovando una propria dimensione internazionale. Al film in Sri Lanka seguirà Burial Rites con Jennifer Lawrence sull’ultima donna condannata a morte in Islanda. E in questi giorni, per l’amore che lui stesso continua a provare per gli attori e i personaggi portati sul grande schermo, Guadagnino non ha escluso la possibilità di tornare sui passi che Elio e Oliver si troveranno a compiere per capire, ora che sappiamo da dove vengono, dove potranno condurli le rispettive strade. E chissà se anche il cinema italiano si troverà ad avere, attraverso i lineamenti minuti di Timothée Chalamet, il proprio Antoine Doinel.

Next Article
Una generazione