Cover Story

La Trap è la narrazione di cui c’è bisogno

È all’incirca dal 2001, anno d’esordio dei The Strokes e nascita dell’indie come genere e non come attitudine, che dalla musica “alternativa” è sparita una narrazione fondamentale, quella della periferia. Stessa storia in Italia: mentre i nostri artisti hanno spesso raccontato in modo eccelso la provincia, non si può dire altrettanto delle periferie delle nostre metropoli. Ultimamente poi si sono spesi fiumi di parole soprattutto in relazione alle vendite ed il peso specifico che stanno acquisendo artisti “indie” ma dai numeri pop, che tengono un piede in una scarpa e uno nell’altra, ma soprattutto sulla confusione che regna sovrana circa dove finisca un mondo e dove inizi l’altro. Ed è forse proprio perché questi artisti sono a cavallo fra due mondi – e sempre più tesi verso quello più redditizio – che le sonorità e le liriche dei loro brani stanno diventando nella maggior parte dei casi sempre più vaghe, sempre più inoffensive e generaliste – insomma sempre più pop, ammantate da un velo di poesia demagogica che ci fa sentire meno in colpa quando li ascoltiamo.

Rap ed Hip-Hop invece hanno sempre fatto dell’appartenenza di quartiere un motivo d’orgoglio ed un tema ricorrente se non centrale delle liriche. Nonostante i recenti tentativi agghiaccianti come quello di Carl Brave e Franco 126 (ma non solo) che tentano di unire queste due anime e che provano a spacciare come universale la narrazione legata al centralissimo e costosissimo quartiere di Trastevere, lo spirito originario di questo tipo di immaginario è stato ripreso in modo sicuramente più semplicistico e diretto, ma non per questo in modo meno onesto ed efficace rispetto l’originale dalla trap. Questo perché semplicemente farebbe ridere sentir cantare “siamo fiori cresciuti dai sanpietrini” un’intera città, quando il 90% di questa i sanpietrini li vede un paio di volte l’anno mentre dalla nascita nella propria quotidianità calpesta del semplicissimo e non altrettanto “poetico” cemento armato.

Qui da noi la scena è fiorente ed insieme alla Francia è quella che più si fa notare anche fuori dall’Europa o che almeno ci si sta provando (vedere i featuring dell’ultimo disco di Sfera Ebbasta per chiarimenti). Gli artisti della “nuova generazione”, hanno donato nuova linfa ad un genere che per qualche tempo ha visto i propri interpreti principali perdersi distratti dalle sirene del pop in modo malsano, vivendo questa opportunità con frustrazione e sentimenti di tradimento. Non solo la trap ha finalmente sdoganato che nel fare soldi con la musica non c’è niente di male, ma lo ha fatto con una freschezza ed una convinzione tale che nessuno si è stato troppo ad arrovellare in merito. A questo punto potrebbe sembrare fuori luogo il tono di critica nei confronti dell’indie usato all’inizio, che in fondo sta facendo la stessa cosa. Il problema sono le dinamiche in cui si fanno le cose: mentre nella trap tutto è alla luce del sole, spiegato e capito secondo schemi quasi precostituiti (generalizzando enormemente “voglio fare soldi per comprare casa a mia madre”), l’indie italiano vive in questa zona grigia e ambigua in cui non si capisce se si fa sul serio o no, non si capisce se è uno scherzo, una parodia (Cambogia anyone?) oppure è un’espressione sincera, se è una presa per i fondelli o semplicemente una modalità espressiva discutibile o ancor più semplicemente musica di poca qualità.

Periferia di Napoli – Foto di Martina Esposito

La trap ha anche fatto suo il tema della periferia, reinterpretandolo con una vitalità e una semplicità inedite. Ancora prima di andare ad osservare alcuni fenomeni nello specifico possiamo soffermarci sull’aspetto puramente musicale, sulle basi che sono una parte fondamentale del nucleo narrativo finale. I suoni sono pochi e scarni, casse compresse e brutali fino alla distorsione, “hi-hat” sottili e cattivi che ricordano la scarica di un fucile mitragliatore, melodie sgraziate e spesso infantilmente grottesche, voci quasi sempre distorte e manipolate da tonnellate di autotune. Insomma un orizzonte sonoro che così descritto sembrerebbe essere quanto di più lontano ci possa essere dalla formula adatta a dominare le classifiche di tutto il mondo. Eppure funziona egregiamente, perché prima ancora delle parole già ci troviamo catapultati grazie a tutti questi elementi, in un luogo diverso rispetto a tutto il resto.

Siamo in un luogo musicalmente per niente “bello”, adrenalinico e pericoloso ma non bello, non piacevole all’ascolto: siamo in un luogo nuovo. Un suono che è l’incarnazione del rumore assordante del traffico, dello stridio metallico dei cassonetti che vengono svuotati, delle urla sgraziate degli ambulanti o degli ubriachi che litigano di notte. Le strutture quasi claustrofobiche dei pezzi sono come i palazzoni delle nostre periferie, ci avvolgono, togliendoci letteralmente il respiro ma allo stesso tempo fornendoci protezione ed un forte senso di appartenenza. Non è il racconto di una vita patinata a spasso per il centro, ma quello di una giornata in un posto in cui c’è da sputare sangue tutto il giorno e in cui la vitalità e la voglia di divertirsi sono una conseguente reazione rabbiosa e dovuta che assume caratteri selvaggi e quasi fuori controllo. La trap è incredibilmente giovane, odiata dai genitori di tutti, intrisa di una frenesia e di divertimento senza nessun tipo di pretesa, se non quello del divertimento stesso e della sfida e provocazione a chi non lo capisce: la Trap è Punk.

Ci sono quattro città italiane che rappresentano perfettamente il genere nel nostro paese e dalle quali ogni artista che la rappresenterà nella seguente lista ha preso tanto. Quattro città, diverse periferie ed artisti in un mosaico che compone l’Italia della Trap ma che allargando il discorso può per inclusione descrivere bene le periferie di tutto il mondo.


1) Milano – Sfera Ebbasta e Ghali (prod. Charlie Charles)– Cinisello Balsamo / Baggio

Sfera Ebbasta è riconosciuto come il primo vero trapper italiano. Il suo ultimo album è una celebrazione di questo suo percorso in salita verso la cima ed infatti si intitola “Rockstar” e come accennavo prima è il prodotto discografico più internazionale che l’Italia abbia tirato fuori negli ultimi anni. Una delle prime canzoni che gli hanno fatto fare il botto è stata “Ciny”, il video è tutto girato a Cinisello e la retorica del pezzo pure. La storia è sempre quella: gioventù in quartiere difficile, droga, casini con gli amici e poi l’ascesa grazie al rap. Senso di appartenenza e celebrazione del luogo per quello che è non per quello che dovrebbe essere, per quello che ha dato non per quello che ha tolto. Un pensiero forse troppo sottovalutato da tutti in generale, punto cardine di quasi tutti gli artisti Trap.

Prima dell’endorsement di Saviano, prima della pubblicità della Vodafone, prima che tutta la stampa di centro sinistra ne spolpasse la figura di immigrato di seconda generazione in tempi di Ius Soli, prima delle hit electro funk che avete sentito quest’estate in spiaggia, prima di tutto questo Ghali faceva Trap, fra i primi insieme a Sfera. Fra tutti è sicuramente quello che più si è allontanato dal genere col primo disco ufficiale uscito qualche mese fa, ed è sicuramente quello con il potenziale maggiore in fatto di evoluzione musicale verso lidi ancora da esplorare. Ha raccontato con semplicità e pudore una storia personale difficile, riuscendo ad arrivare ad un target in media molto più giovane rispetto ai suoi colleghi.


2) Genova – Tedua, Wild Bandana Crew (prod. Chris Nolan) – Cogoleto / Calvairate

Tedua e la “sua” Wild Bandana (Vaz Tè, Bresh, Ill Rave, Sangue, Izi) sono sicuramente quelli con la narrazione e la tecnica più complesse. Cresciuto fra Genova e Milano, Cogoleto e Calvairate, anche Tedua esce fuori da una situazione familiare e sociale molto pesante. Anche per lui i luoghi in cui è cresciuto sono motivo di vanto, sono quelli che lo hanno formato e gli hanno dato gli strumenti per essere forte, gli amici fidati di una vita e la giusta prospettiva su quello che lo circonda. Ora che le cose gli vanno bene con la musica e nel tempo libero sfila anche per Dolce e Gabbana la Lezione non l’ha scordata e dal primo album ufficiale ci si aspettano grandi cose. Anche perché lui non ha mai nascosto l’amore ed il rispetto sacro per una figura imprescindibile per ogni genoano, Fabrizio De Andrè. Chissà.


3) Roma – Achille Lauro (prod. Boss Doms) – Vigne Nuove / Corviale

Achille Lauro è il più anziano di questo viaggio, è un classe ’90 che in realtà prima di arrivare alla Trap era già diventato noto per degli ottimi lavori con il primo album Achille Idol Immortale uscito nel 2014 per Roccia Music, etichetta di Marracash, e che annoverava featuring importantissimi come quelli di Gemitaiz, Noyz Narcos, Coez e tanti altri. È sicuramente anche quello più irrequieto artisticamente (sta già dirigendosi in nuovi orizzonti sonori dopo l’uscita nel 2016 dell’ultimo disco, che già aveva significato una gran rottura col passato).


4) Napoli – Liberato – tutti i quartieri

Su Liberato è inutile forse aggiungere ancora qualcosa oltre ai fiumi di parole che già sono state versate. Sicuramente chi c’è dietro ha saputo intercettare questo elemento narrativo presente nella Trap ed espanderlo enormemente non tanto grazie alle canzoni quanto ai meravigliosi video a firma di Francesco Lettieri. Un progetto che è fra le cose più interessanti ed innovative uscite negli ultimi dieci anni e che ha un potenziale di cui non si scorge la fine. Per Napoli poi si potrebbero citare anche altri nomi importanti, come Enzo Dong e Vale Lambo, che però non hanno la forza narrativa di Liberato ma due modi più “canonici” e smaccatamente pop di interpretare il genere.

Concludiamo. La narrazione della periferia nel rap è sempre stata presente e all’estero come in Italia ha anche raggiunto dei picchi poetici commoventi e meravigliosi. È questo il caso della Trap? No. I concetti sono pochi ma precisi e pregni di un’energia grezza eccitante e di un’urgenza espressiva brutale, che arriva chiara e concisa a qualunque classe sociale e qualunque target di età, fraintesa o meno. Cosa più importante hanno permesso a questo tipo di racconto vitale di non morire ma anzi di ritornare centrale.

Quello che in molti scordano è che tutti gli artisti del genere non hanno più di vent’anni, molti sono addirittura alle primissime esperienze discografiche e non pochi hanno già dimostrato una reale voglia di evolversi e di osare di più, oltre ad un talento già presente ed originale.