Art & Style

Viaggio alla scoperta di Vincent

Proemio: mi trovavo ad Amsterdam per altri impegni ma ho deciso di fare prima la turista e concedermi un trip nel famoso Van Gogh Museum. Quale migliore cliché?

Le mostre attualmente in corso – in aggiunta alla collezione permanente – sono due: Daubigny, Monet, Van Gogh e Van Gogh Inspires: Matisse, Kirchner, Kandisky. Vale a dire, i suoi predecessori e i suoi successori.

Sembra che negli ultimi anni la popolarità del pittore olandese sia inarrestabile: tra mostre (“Van Gogh Alive”, a Roma fino al 2017), libri (“Vincent”, di Barbara Stok – commissionato dallo stesso museo) e film (“Loving Vincent”, primo lungometraggio sulla sua vita che “rianima” in 3D i suoi quadri).

<<Ma perché Vincent Van Gogh piace così tanto (soprattutto agli italiani)?>>

Con questa domanda nella testa, entro nel palazzo sulla famosa piazza dei Musei. Ci sono due sezioni, una gialla e una blu: la prima ospitante la collezione permanente, e la seconda, ala di esposizione per mostre temporanee. Opto per queste ultime e comincio con le Impressions of Landscape: Daubigny risulta il pioniere di una corrente di “paesaggisti”, impegnati a cogliere gli attimi della natura. Un albero di mele in fiore al mattino, un battello-atelier che scorre sul fiume al tramonto.

Monet's studio-boat, 1874. Coll.
Monet’s studio-boat, 1874

C’è molto da imparare e Vincent ne è consapevole. Lungo il percorso tra una sala e l’altra, è tracciata la linea del tempo di ciascuno dei tre protagonisti della collezione. C’è quella di Daubigny – ricca di eventi e riconoscimenti in tutta la sua carriera – che finisce nel 1878; anche quella di Monet, nato il 14 novembre 1840, riporta diverse onorificenze. E poi c’è la linea di Van Gogh: piatta dal 1853, anno della sua nascita, fino al 1875, anno in cui scopre le opere di Daubigny, in cui frequenta assiduamente le sue mostre e ne risulta totalmente catturato. Cinque anni dopo, nel 1880, “nasce” l’artista Vincent Van Gogh.

Comincia ad affiorare una prima risposta alla domanda di partenza: il pittore inquieto piace innanzitutto perché – pur avendo iniziato ricopiando i paesaggi di Daubigny sul suo taccuino – riesce a creare da subito un suo tratto distintivo; VVG si riconosce.

Basti pensare a The White Orchard: colori decisamente più vividi, estremi (l’accoppiata Rosso-Blu è fissa) e densi di quelli usati dal suo “padre ispiratore”, più cupo, caldo e ombrato:

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The White Orchard, 1888, Vincent van Gogh

C’è Wheatfields under Thunderclouds, che è nel tipico blu dipinto di blu: 50 sfumature in puro movimento. Non è un caso, quindi, che dalle sue pennellate siano nate riproduzioni 3D – i cosiddetti Relievos – messe a punto grazie ad una speciale collaborazione tra il museo e la nota azienda giapponese Fujifilm.

Wheatfield under Thunderclouds, 1890, Vincent van Gogh
Wheatfield under Thunderclouds, 1890, Vincent van Gogh

Il percorso all’interno della Sala blu porta alla Sompo Gallery, un interludio in cui vengono raccolti ritratti scarni, aventi come soggetti perlopiù alberi spogli e tempeste invernali. E poi ancora: campi di grano e mulini.

Popolo di harvesters, “Semina e Raccogli”: è questo il segreto dell’habitus olandese?

La mostra sembra raccontare anche la storia di un paese negli occhi di uno dei suoi figli più rimpianti; lo studio dei Potato Eaters, per esempio, è reso dal Museo in modo da far sentire all’interno della scena reale: camera oscura e lucine offuscate come nelle case dei contadini dell’Ottocento.

In the Café: Agostina Segatori in Le Tambourin, 1887, Vincent van Gogh
In the Café: Agostina Segatori in Le Tambourin, 1887, Vincent van Gogh

E poi c’è In the Cafè: Agostina Segatori in Le Tambourin, uno dei ritratti da cui è possibile cominciare a vedere la passione del pittore per l’arte giapponese.

Utagawa Kunisada è senz’altro fonte di ispirazione, ma anche Keisai Eisen – noto pioniere delle stampe giapponesi, dai surimono (commissionate da privati su legno) alle Bijin-ga (le incantevoli raffigurazioni di bellezza femminile).

La sezione nipponica dimostra che, a dispetto di quanto il falso storico voglia farlo passare per un artista grossolano, Van Gogh era dotato di una cultura raffinata; in Courtesan, ad esempio, la rana è simbolo di virtù.

La mostra procede verso la sezione epistolare: 820 lettere da/a amici e parenti, che raccontano il vero Van Gogh. Per ogni pezzo cartaceo, è possibile ascoltarne la versione audio. Anche qui, è possibile scorgere molto della sua personalità e delle sue emozioni; la sua scrittura è fine e lineare, riflessiva. Gran parte delle lettere sono indirizzate al fratello, suo contraltare – così simile a lui nell’aspetto – per cui Vincent nutriva estrema devozione. Fu Thèo, già ben inserito nel mercato dell’arte, ad iniziarlo ed introdurlo alla carriera artistica. Il loro rapporto tumultuoso culmina con “l’estrema decisione” intrapresa dal pittore. Una lettera mai inviata e macchiata di sangue resta l’ultimo lascito al fratello.

We are brothers, are we not? – and friends – so we may say candidly what we think.” Lettera a Thèo.

Camminando verso la fine, non posso fare a meno di fermarmi ad osservare la fauna di visitatori che affollano il percorso: dagli studenti dell’arte ai ragazzini punkabbestia in evidente stato alterato, dalle nonne coi nipoti alle coppiette bobo*.

Ovviamente ci sono anche i capolavori più pop: dagli splendenti Sunflowers – mai notato quello aperto sulla destra, cosa vi ricorda? – al nichilista A crab on its back.

Almond Blossom è davvero magnifica come sembrava in foto.

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E poi c’è la fine.

Vincent Van Gogh, come è noto, soffriva di attacchi di panico, epilessia e pensieri suicidi. Molto “semplicemente” subiva uno dei sentimenti più comuni anche del nostro tempo: l’ansia. Vedeva sé stesso come un fallimento – condizione che percepiva come fatale: l’aveva accettata e credeva di non poterne uscire – ed un peso per il fratello.

La querelle sull’opera-testamento finisce qui: Wheatfield with crows, passata ai posteri come l’ultima tela prima del suicidio – i corvi neri che portano tempesta suonano premonitori – in realtà non lo è. <<I campi al mattino di grano color ambra>> cantati da Don McLean non sono gli ultimi che Vincent ha visto.

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Van Gogh – Wheatfield with crows

Tree Roots racconta la lotta per rimanere “appesi” alla vita: un sottobosco ricco di colori e luce. Ecco l’ultimo vero olio di Vincent prima di spararsi al petto quella mattina di Luglio.

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Van Gogh – Tree Roots and Trunks

E insieme ai pennelli, le note di Vincent – suonata ogni giorno al Museo – accompagnano alla fine di questo viaggio…

How you suffered for your sanity/How you tried to set them free

They would not listen, they’re not listening still/Perhaps they never will…