Letteratura

For sale: baby shoes, never worn.

Il 2 luglio del 1961 Ernest Hemingway ci lasciava assordando il mondo con un colpo di fucile. Sono passati 60 anni dalla morte dello scrittore americano, e per omaggiarlo ci buttiamo tra i suoi racconti – le storie di Nick Adams, o qualcosa dai Quarantanove – lasciando nel titolo quello che la leggenda gli ha attribuito come il suo racconto più breve. Buon viaggio hemingueiano.

Impossibile udire anche una sola parola con tutti quei canti e io ordinai un gin e angostura e lo mandai giù come antidoto alla pioggia. (La farfalla e il carro armato)


GRANDE FIUME DAI DUE CUORI

«Il treno proseguì lungo il binario, sparendo dietro uno dei colli coperti di alberi bruciati».

Grande fiume dai due cuori è un racconto tutto percorso di linee, distanze, diagonali. Un racconto disegnato e riempito di gesti. Sin dall’incipit il movimento e la natura prendono spazio nella pagina, trasferendo al lettore immagini e soprattutto colore. Al colore della campagna bruciata presto si accompagna l’emozione: Nick, il protagonista, è di ritorno a Seney, città distrutta da un incendio. In poche righe Ernest Hemingway si è già assicurato la fedeltà di chi legge. Perché a un uomo che fa ritorno in qualsiasi luogo, spetterà sempre una dose variabile di delusione, e questo chi legge lo sa. A meno che l’uomo in questione non si ponga già oltre il limite personale di alienazione possibile: in questo caso il riflesso della luce sull’acqua e il guizzare vispo delle trote sul fondale trasparente del fiume sono esattamente l’esca di cui ha bisogno la vita per tenere Nick ancora un po’ nel suo circuito.

«Anche il cuore si fermò, quando la trota si mosse. Provava tutte le sensazioni di una volta». E davvero non occorre conoscere il motivo del malessere di Nick, quanto dolore conservi dietro gli occhi, non occorre sapere, perché sentiamo che la descrizione minutissima dei movimenti che Hemingway ne fa e della natura che lo circonda, ogni foglia che si muove, il calore del sole e l’addome iridescente delle cavallette, il modo in cui apre una scatoletta o prepara il caffè, rispecchiano il bisogno disperato di stare nel momento e non pensare.

«La sua mente cominciava a lavorare. Nick sapeva di poterla imbavagliare, perché era abbastanza stanco». Se i dialoghi di Hemingway sono impagabili, questa capacità di rendere la vita e portarla tra le sue pagine, in quello che è forse il suo racconto più “muto”, è luminosa e disperante, tersa come la gioia ritrovata da Nick nella pesca, e atroce, senza via di scampo dal dolore, nell’agonia dei pesci.

Simona Ciniglio


GATTO SOTTO LA PIOGGIA

Quanta espressività, quanto mistero, quanta verità si può nascondere in un racconto di pochissime pagine? Se a scriverlo è Ernest Hemingway e se quel racconto è Gatto sotto la pioggia, allora be’, le possibilità sono quasi infinite. Pubblicato nel 1925 nella sua prima raccolta di racconti, In Our Time, questo breve testo è passato alla storia come una sorta di omaggio alla prima moglie – Hadley Richardson – e contiene al suo interno diversi, chiari riferimenti autobiografici. Il filo che cuce insieme la storia è davvero esile: marito e moglie sono in vacanza in un albergo italiano; lui è distratto, impegnato a leggere mentre lei, irrequieta, è affacciata dietro ai vetri quando, d’improvviso, si accorge di un gatto randagio che si ripara dalla pioggia sotto il tavolino di un bar all’aperto, e decide, così, di scendere per portarlo nella loro stanza – «Se non posso avere i capelli lunghi e divertirmi allora voglio un gatto». Lo stile è quello passato alla storia come la Teoria dell’Iceberg per descrivere un modo di raccontare che lascia scivolare i fatti sulla superficie mentre la struttura portante si nasconde lontano dalla vista. Una tecnica appresa in qualche modo da Ezra Pound e, forse, non a caso il racconto sembra ispirato a una vacanza che la coppia fece a Rapallo per incontrare proprio il poeta che, nelle parole dello stesso Papa gli aveva «insegnato cosa scrivere e cosa non scrivere più di ogni altro figlio di puttana ancora in vita». Ecco allora che la storia sembra nascondere dietro la sua essenzialità frammenti in sospeso: una tensione nervosa, una serie di non detti, e lo stesso gatto come metafora di un’insoddisfazione o di qualcosa d’irraggiungibile che proietta un’ombra sulla felicità quotidiana di una giovane coppia.

Fabio Mastroserio


La paura era sempre lì come una grotta fredda e sdrucciolevole in tutta la sua vacuità, lì dove una volta c’era la sua fiducia in se stesso, e gli faceva venire il voltastomaco. Anche adesso era sempre lì con lui. (La breve vita felice di Francis Macomber)
In autunno c’era ancora la guerra, ma noi non ci andavamo più. Faceva freddo, in autunno, a Milano, e il buio calava molto presto. Allora si accendevano le luci elettriche, ed era divertente camminare per le strade guardando le vetrine. C’era molta selvaggina appesa davanti ai negozi, e la neve spolverava la pelliccia delle volpi e il vento gli gonfiava la coda. I cervi penzolavano rigidi e vuoti e pesanti, e gli uccellini si gonfiavano al vento e il vento gli scompigliava le piume. Era un autunno freddo e il vento veniva giù dalle montagne. (In un altro paese)

UN POSTO PULITO, ILLUMINATO BENE

Un posto pulito, illuminato bene è un racconto brevissimo, che possiede tutta la perfezione della brevità. Hemingway stesso lo metteva tra i suoi racconti più riusciti. È notte tarda, due camerieri al caffè parlano del vecchio sbronzo al bancone che continua a farsi servire da bere e non dà nessun segno di voler lasciare il locale. Il cameriere più giovane ha fretta di chiudere e tornarsene a casa, ha l’ansia addosso di non buttare via le ore. Il cameriere più anziano invece prova una certa dose di compassione per quel vecchio che sta solo cercando un posto abbastanza pulito e bene illuminato dove passare la notte; forse è l’insonnia, la solitudine, le ossa incanutite, il tentativo di cacciare via i peggiori pensieri. Ma il giovane non è convinto, così smette di servire da bere al vecchio e chiude il locale. I due camierieri si salutano, il più giovane se ne torna a casa, l’altro si butta dentro un bar e va a sedersi al bancone – ma quel banco non è abbastanza pulito, e così anche l’anziano lascia la notte per andare a coricarsi.

Breve come un pugno, Un posto pulito, illuminato bene è un racconto sul niente, e che pure in questo niente trova la forza per infrangersi al costato raccontando le amarezze della vita, il tempo che passa di giovinezza in vecchiaia. Nessuno dei personaggi ha un nome, non sappiamo nulla di loro: possiamo solo blandamente afferrarle queste figure che si muovono dentro un caffè quando ancora non sono le due e mezza di notte. Afferrarle come il grande nada che improvvisamente Hemingway si mette a invocare sul finale del racconto: “Nada nostro che sei nel nada, nada sia il nome tuo il regno tuo nada sia la tua volontà nada in nada come in nada.

Giovanna Taverni


LA CAPITALE DEL MONDO

Madrid, Calle San Jerónimo, interno notte. Sala da pranzo della Pensión Luarca, tre camerieri aspettano la fine del loro turno, tra loro Paco, giovanissimo, capelli neri e un sorriso pronto e spontaneo, un viaggio dall’Estremadura alla capitale. Gli ultimi clienti: preti, toreri, picadores, banderilleros. Poco cibo sui tavoli, bicchieri colmi di Valdepeñas. Nell’aria un sapore oscuro di miti e corrida. Una sfida, quasi un gioco con il lavapiatti Enrique: legare due coltelli da carne, ben affilati, a una pesante sedia di legno; fingersi matador per una notte con un largo tovagliolo bianco come muleta, aspettando i fendenti del rudimentale toro meccanico manovrato da Enrique. Quand’ecco un passo falso, una distrazione e – mentre le sue sorelle, anch’esse cameriere, sono al cinema a vedere un film deludente con Greta Garbo e i toreri ormai intenti a conquistarsi la clemenza delle puttane ai tavolini del Café Fomos – il coltello che entra a tranciare di netto l’arteria femorale con «la vita che gli usciva dal corpo come esce l’acqua sporca da una vasca quando si leva il tappo».

Col suo stile asciutto ed essenziale, in una manciata di pagine Hemingway restituisce al lettore non solo le atmosfere della Spagna dei primi decenni del Novecento, ma racconta – come sempre in filigrana – una piccola grande storia di ambizioni e fallimenti, il ritratto asciutto di uno scontro implacabile tra provincia e città, di un mondo inesorabilmente senza pietà per i suoi figli. Una parabola di ultimi, consumata di notte nel solco di sogni più grandi, e di una piccola morte solitaria – come dicono in Spagna – piena d’illusioni, perché – come scrive nelle ultime righe – Paco «in vita sua non aveva avuto il tempo di perderne nessuna e nemmeno, alla fine, di completare un atto di dolore».

Fabio Mastroserio


«Tu sei un duro, no?»
«No» rispose Nick.
«Voi ragazzi siete tutti dei duri.»
«Bisogna essere duri» disse Nick.
«È quello che dicevo.»
(Il lottatore)
«Non esiste sete come la sete della battaglia. Anche qui, in riserva, ho una gran sete.»
«Questa è paura» disse un altro soldato. «La sete è paura.»
«No» disse un altro. «Con la paura c’è sempre sete. Ma in battaglia c’è una gran sete anche quando non c’è paura.»
(Sotto la dorsale)

LE NEVI DEL KILIMANGIARO

Le nevi del Kilimangiaro potrebbe essere considerato una sorta di compendio del mondo di Ernest Hemingway: c’è la caccia, c’è l’amata terra africana, ci sono i ricordi e i rigurgiti della gioventù, l’amore e il disamore, i dialoghi sferzanti e nervosi e lunghi monologhi a intermezzarli, c’è la morte che come un serpente è sempre all’erta per prenderti stretta alla gola, c’è il dolore fisico, e tutto l’amore sanguinario per la scrittura di Ernest, e un sapore di whisky, caldo e zanzare. È pure un racconto dove troviamo un Hemingway inedito che si lascia trascinare da voraci monologhi interiori che sbattono il lettore da una parte all’altra del globo, dai safari in Africa ai caffè di Parigi fino ai campi di papaveri in Turchia, e la guerra. C’è un uomo con una gamba in cancrena che litiga con la ricca donna che lo ha accompagnato nel viaggio in Africa. Stanco di provare dolore, stanco pure dell’ambiente borghese da cui si sente risucchiato, l’uomo quasi aspetta di morire, e intanto se ne va a ritroso tra momenti e immagini della sua vita, sogni infranti e vaneggiamenti. È un racconto su vita e morte, ma anche sulla resa alla morte che annulla tutto; un racconto dove per tratti Hemingway si lascia andare al sentimentalismo e al lirismo, e dopo un attimo bruscamente li butta via per tornare al suolo, e finalmente arrivare a trovare una rinascita catartica nella visione della bianca vetta innevata del Kilimangiaro. Ed è lì, verso il finale, quando la neve torna com’era già apparsa all’inizio – la neve sui monti della Bulgaria, e la neve d’Austria – che il lungo dissonante cerchio del titolo del racconto si chiude, e che possiamo gustarcelo in tutta la sua ampiezza, in verticale e in orizzontale, da una parte all’altra.

Giovanna Taverni


COLLINE COME ELEFANTI BIANCHI

Tutto sa di liquirizia. Tutte le cose, in particolare, che si sono aspettate tanto. Come l’assenzio.

Un paesaggio può diventare sensuale se le colline bianche che si stagliano sul fondo assumono le fattezze di grandi elefanti. La ragazza al bar della stazione è vivace e naive. L’americano con cui siede al tavolo ordina su suo suggerimento “dos cervezas”, mentre lei insiste perché l’acutezza della similitudine incontri il giusto apprezzamento.

«Dicevo che i monti sembravano elefanti bianchi. Non è stata un’osservazione intelligente?». «È stata un’osservazione intelligente». «Volevo assaggiare questa nuova bibita. È tutto quello che facciamo, no? Guardare cose e assaggiare nuove bibite». «Credo di sì».

Sotto la patina di disinvoltura aleggia spesso nei racconti e nei romanzi di Hemingway un vuoto dissimulato, un qualche dramma di rilevanza oggettiva che merita un drink in più. «Un altro bicchiere?». «D’accordo». Il vento caldo spinse contro il tavolo la tenda di bambù. «La birra è bella fresca» disse l’uomo. «Deliziosa» disse la ragazza. Il piacere quasi fisico dell’immagine di una birra fredda d’estate e l’esaltazione dello spazio del bere, con tutta la complicità che determina, è un must nella produzione del miglior autore di conversazioni alcoliche di sempre. Così come la spinta a intuire i sentimenti dei personaggi da un insieme sguarnito di indizi, ricostruire le loro vicissitudini da riferimenti incompleti nelle conversazioni.

«È davvero un’operazione semplicissima, Jig» disse l’uomo. «Veramente non la si può neanche chiamare un’ operazione». È qualcosa che, una volta fatta, riporterà la leggerezza nella coppia, specie in lui. Lei non ne è così sicura, ma vuole che le cose tornino come prima, come quando erano felici. «Ma se lo faccio, poi sarà di nuovo bello se dico che le cose sono come elefanti bianchi, e ti farà piacere?». Erano altri tempi, e sì le donne di Hemingway non erano del tipo che rivendica la sovranità sull’utero. E chissà poi com’è andata, se sono davvero tornati felici come prima, vorremmo saperlo ancora oggi.

Simona Ciniglio