I-Music

Breviario | Dischi nuovi da recuperare

Nel breviario ripercorriamo un po’ della nuova musica venuta fuori nei primi sei mesi dell’anno. Dischi che non abbiamo fatto in tempo a segnalare per un recupero di ascolti.

Big Thief – Dragon New Warm Mountain I Believe In You

Febbraio, 4AD

È dal loro album di esordio del 2016 che i Big Thief vivono un’ascesa inarrestabile; non c’è un loro disco che non abbia lasciato il segno. Capacity, U.F.O.F., Two Hands – ogni cosa che Adrianne Lenker e soci toccano, è illuminata. Ispirati e creativi, i Big Thief non riescono a tenere a freno la grande voglia di suonare e comporre canzoni. Con Dragon New Warm Mountain I Believe In You, Adrianne Lenker si conferma come una delle più prolifiche e irresistibili cantastorie del nostro tempo, capace di tirare fuori pezzi uno dopo l’altro da quel cono d’ombra che è l’ispirazione. L’ultimo album dei Big Thief è lungo, ma non soffre mai di prolissità. Una certezza.


Yard Act – The Overload

Gennaio, Islands Records

Al ballo dei mezzi debuttanti della sempre più affollata scena post-punk britannica si sono aggiunti di recente gli Yard Act da Leeds, che dopo il bell’EP dello scorso anno Dark Days, hanno pubblicato il loro primo album. Sonorità meno scure rispetto ad alcuni dei loro colleghi di scena, una svagata leggerezza che richiama le atmosfere dei Talking Heads, spoken-word di contestazione e satira sociale; sono alcuni degli ingredienti che hanno reso The Overload uno dei dischi più piacevoli di questi primi sei mesi dell’anno.


Cate Le Bon – Pompeii

Febbraio, Mexican Summer

L’anima visionaria di Cate Le Bon ci trascina in una meditazione sull’antica Pompei che sa di lava e distruzione, e si incrocia con la Pompei contemporanea e desertica del periodo pandemico. Le Bon è vestita da suora e gioca a quel pastiche di antico e moderno che tanto piace a una sensibilità art-pop come la sua. Pompeii è tutto un gioco di contrasti e travestimenti, e così nei suoni di un morbido sax o delle tastiere, ci lasciamo incantare dal sussurro di una regina vagabonda matrona della scena e del sentimento artistico. Un disco che è un panorama intero, coi suoi plurimi strati, e le sue placide montagne che nascondono vulcani sul punto di esplodere.


billy woods – Aethiopes

Aprile, Backwoodz Studioz

Tra le strade perdute d’America si nascondono le parole di billy woods. Madre insegnante di letteratura inglese, padre marxista e rivoluzionario dello Zimbabwe, la figura di Billy emerge dal ventre della terra come quella di un eroe sbiadito e sommerso, con il suo rap di benedizione per i figli più dannati della terra. Basta schiacciare play su un pezzo assolutamente luminoso come Sauvage, per lasciarsi sedurre dal mondo inquieto di Billy Woods. Aethiopes riesce a farci toccare terre e sponde distanti con la visionarietà dei testi, sospesi tra autobiografismo e radici lontane.


Gábor Lázár – Boundary Object

Febbraio, Planet Mu

Con Boundary Object l’ungherese Gábor Lázár decostruisce l’elettronica, come praticando una vecchia tecnica di scomposizione di oggetti o di luoghi alla Georges Perec. Destrutturare senza perdere unità e simmetria, far pulsare i suoni, insinuarsi tra i limiti della materia, connettere visioni: sembra questa l’ambizione di Lázár e dei suoi otto pezzi strumentali, che sono stati registrati in tempo reale negli ultimi due anni. Un viaggio al termine della notte spezzata dai primi chiari bagliori. Lázár ci consegna la sua musica di getto, ed è là dentro che sta nascosta la sua unità.


Kathryn Joseph – for you who are the wronged

Aprile, Rock Action

Che piacevole bordata questo disco di Kathryn Joseph. Un disco che stende, assolve, solleva i piedi dal suolo e ti fa vagare sospeso per l’aria come una pittura del primo Novecento. for you who are the wronged scorre e insieme culla, si insinua nelle interiora con la sua minimale mistura di voce e suoni, affonda come coltelli di luce nella notte. Breve e letale, come un caffè da sorseggiare a un banco solitario.


Angel Olsen – Big Time

Maggio, Jagjaguwar

Il nuovo album di Angel Olsen ha fatto molto parlare di sé per una dimensione personale del disco: il coming out di Angel, la morte dei genitori, il dolore. C’è qualcosa come un vecchio canto di Bob Dylan e Joan Baez che colpisce già al primo ascolto del primo frammento di Big Time. In un attimo sembra di essere tornati alla vecchia epopea del folk americano più autentico. Angel Olsen è bravissima a ricreare quell’atmosfera, scava e fa uscire fuori la sua storia, canta musica raffinata con mezzi antichi, e ci avvolge dentro l’ovatta calda della sua voce. Big Time è il disco della consacrazione della cantautrice americana. Per tanto tempo Angel ha cercato sé stessa, adesso sembra essersi trovata.


Porridge Radio – Waterslide, Diving Board, Ladder To The Sky

Maggio, Secretly Canadian

Un paio di anni fa i Porridge Radio ci avevano colpito per quell’attitudine slacker e primitiva che emergeva maliarda in Every Bad. Forse Waterslide, Diving Board, Ladder To The Sky è un disco meno immediato, ma suona lo stesso urgente, e non risparmia le chitarre, graffi, grida e inni di confusione. Un album che si aggrappa ancora alla bella voce di Dana Margolin come fonte di salvezza, disperazione e rabbia. La band di Brighton è sacrosantemente riemersa dai garage.


Harry Styles – Harry’s House

Maggio, Columbia Records

Mentre i popolari Drake e Beyoncé sono alle prese con attacchi di nostalgia danzereccia d’epoca pre-streaming, Harry Styles si volta al pop futurista. Idolo delle teenagers che affollano i suoi concerti, animale da palco acclamato da Mick Jagger e Mitski, con il suo disco pop Harry Styles pare essere arrivato a una platea più universale di ascoltatori. Non parliamo affatto di una metamorfosi, quanto del segno di un tempo che ha forse bisogno dei suoi volti giovani per raccontarsi al futuro.


Riad Awwad, Hanan Awwad, Mahmoud Darwish – The Intifada 1987

Majazz Project, 2022

The Intifada 1987 ha trovato la luce del digitale lo scorso dicembre, è stato poi pubblicato in versione fisica negli ultimi mesi. La storia è quella di certe cassette perdute, registrazioni di musica palestinese ritrovate dall’attore e collezionista Mo’min Swaitat. Durante l’Intifada del 1987 l’ingegnere Riad Awwad registra canzoni di rivolta e protesta con l’aiuto delle parole di due poeti, la sorella Hanan e il celebre Mahmoud Darwish. Molte delle circa tremila cassette vengono sequestrate dall’esercito israeliano, Awwad viene arrestato solo per aver fatto musica. Di quelle registrazioni si perderanno le tracce fino al ritrovamento di Swaitat nella sua collezione. Storie piccole e perdute come questa restituiscono la bellezza delle scoperte per caso della musica, sono riemersioni che dilatano il tempo all’infinito.