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I personaggi delle canzoni di Fabrizio De André

A vent’anni dalla scomparsa del cantautore genovese, abbiamo raccolto i personaggi delle sue canzoni per rendere omaggio alla musica di Fabrizio De André. Da Marinella a Dolcenera, un viaggio che parte dagli esordi negli anni Sessanta e arriva fino ai Novanta di Anime Salve. Perdetevi con noi tra le parole, gli immaginari, e le canzoni di Faber.  Con un sentito grazie all’autore.

Marinella (da La canzone di Marinella)

Sola e senza il ricordo di un dolore / Vivevi senza il sogno d’un amore / Ma un re senza corona e senza scorta / Bussò tre volte un giorno alla tua porta

Tutto inizia con Marinella. Se Mina non avesse interpretato La canzone di Marinella, scritta da De André nel 1962 e incisa sul singolo del 1964, forse il nostro amato cantautore avrebbe avuto un destino diverso. Gli introiti dei diritti d’autore e la celebrità improvvisa danno infatti a Faber lo slancio economico per mollare l’invisa facoltà di Giurisprudenza e dedicarsi a tempo pieno alle canzoni e alla musica. È una canzone di passaggio, una specie di ponte o di trampolino. Ma chi è Marinella? Si tratta di una donna della quale De André ha voluto riscrivere la storia, cambiandole nome e identità. L’input per la canzone arriva da una notizia di cronaca: una prostituta viene trovata morta nel fiume e i quotidiani ricostruiscono la scena e la dinamica dei fatti. De André resta colpito: si attiva in lui un processo creativo e ne vengono fuori parole scintillanti e precise. Con la scrittura De André muta la storia di una violenza carnale in quella di un amore spezzato, dandoci un assaggio dei ritratti che avrebbe tracciato con la penna e pizzicando la chitarra. (Marina Bisogno)


Piero (da La guerra di Piero)

Cadesti a terra senza un lamento/ e ti accorgesti in un solo momento/ che la tua vita finiva quel giorno / e non ci sarebbe stato ritorno

Celeberrima canzone del cantautore genovese, La guerra di Piero si presenta come una sorta di ballata a due voci, quella del narratore esterno e quella che riporta in prima persona il pensiero del soldato. Piero è il protagonista di un atto di eroismo dai connotati profondamente umani: la sua esitazione nel colpire il nemico è, infatti, il gesto temerario e coraggioso di un uomo che non dà retta agli appelli della voce narrante, anteponendo il non voler “vedere gli occhi di un uomo che muore” alla propria stessa vita. (Matteo Dalla Pietra)


Michè (da La ballata del Michè)

Stanotte Miché / s’è impiccato a un chiodo perché / non voleva restare vent’anni in prigione / lontano da te

La prima canzone scritta da solo gli salvò la vita – così dichiarò De Andrè durante un’intervista del 1993. Una canzone che lo portò all’inizio di una carriera senza la quale saremmo ora tutti più poveri. E per ironia la sua vita trova una svolta nello stesso momento in cui, su testo, un’altra finisce. Michè viene infatti ritrovato impiccato nella sua cella e sulle note morbide della ballata ce ne viene raccontata la storia: Michè ha ucciso colui che voleva portargli via la sua Marì, venendo poi condannato a vent’anni da scontare in prigione. Troppi, per vivere lontano da lei; così tanti da spingerlo alla morte. De Andrè ha però per lui la pietà che non gli riservò la chiesa: sempre dalla parte degli ultimi. (Martina Neglia)


Carlo Martello (da Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers)

È mai possibile, porco d’un cane, / che le avventure in codesto reame / debban risolversi tutte con grandi puttane.

In una stanza i due secchioni tra i fratelli, Mauro De André e Piero Villaggio, a studiare. Nell’altra Fabrizio e Paolo a sghignazzare e scrivere canzoni. È il 1963 quando esce il 45 giri Karim KN177, che confluirà successivamente in Nuvole Barocche. I due, che si ritenevano non più che dei cialtroni, ci regalano così Il fannullone e Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers. Faber suona «una specie di inno da corno inglese» e a Villaggio appare il vincitore dei mori a cavallo, di ritorno dalla guerra, piegato più che dalle ferite, “dalle bramosie d’amor”. L’incontro con una pulzella, “mirabile visione”, si conclude con l’estorsione di una tenzone amorosa, in grado di placarne il mostruoso desiderio e mostrarcelo in tutta la sua misera cialtroneria. (Simona Ciniglio)


Il fannullone (da Il fannullone)

Ma non si sdegni la brava gente / se nella vita non riesco a far niente

Il fannullone è il fratello sovversivo del ragionier Fantozzi, che ancora non ha visto la luce. Fantozzi si piega al sistema, vende il suo tempo al Megadirettore costringendosi all’inferno impiegatizio; il fannullone dorme 14 ore al giorno, il suo mondo è la strada e il racconto, la sua vita gli appartiene. Quando anche prova a lavorare, “il sol risultato dell’esperimento è della fame un tragico aumento”. Torna ad ammirare la luna, sfida “il buonumore delle sue scarpe rotte” e ama la sua donna “come un giorno di vacanza”; lei lo lascia, poi “tornerà in una notte d’estate”. Il fannullone è il poeta Villaggio nella voce di Faber. (Simona Ciniglio)


La puttana (da Via del Campo)

E ti sembra di andar lontano / Lei ti guarda con un sorriso / Non credevi che il paradiso / Fosse solo lì al primo piano

Siamo sulla Via del Campo di Genova, una collezione di personaggi entra in scena, ma quella che resta fissa nella memoria è la puttana – colei che sempre torna nel canzoniere faberiano (come dimenticare il vecchio professore de La città vecchia che va a trovarla di nascosto?). Via del Campo è indissolubilmente legata a quella parola, che arriva diritta a colpire con il vezzo provocatorio tipico di De André. E così la puttana sarà sempre lì, su quella via che ormai è meta di pellegrini e fantasie. Andate a trovarla, di tanto in tanto. (Giovanna Taverni)


Bocca di Rosa (da Bocca di Rosa)

C’è chi l’amore lo fa per noia / chi se lo sceglie per professione / Bocca di Rosa né l’uno né l’altro / lei lo faceva per passione

Portata dal vento caldo del desiderio nel paesino di Sant’Ilario, Bocca di Rosa ben presto si ritrova addosso “l’ira funesta delle cagnette a cui aveva sottratto l’osso”. La libertà di amare mal si concilia con un’Italia bigotta e con il suo più sacro e ipocrita vincolo: il matrimonio. Le comari del paesino, esaurite le invettive, mandano i carabinieri da Bocca di Rosa. Ma mentre l’amore è già rimpianto: “Alla stazione c’erano tutti dal commissario al sagrestano, con gli occhi rossi e il cappello in mano”, la stazione successiva già aspetta Bocca di Rosa. (Simona Ciniglio)


Tito (da Il testamento di Tito)

Ma io, senza legge, rubai in nome mio / quegli altri, nel nome di dio

Si dice che La Buona Novella sia il disco più “rivoluzionario” di De André – e in effetti cosa c’è di più rivoluzionario nell’Italia dei primi Settanta che narrare la storia apocrifa dei Vangeli? Il testamento di Tito è uno dei lasciti più belli di Faber: sembra sussurrarci che il cristianesimo si sia addormentato per troppo tempo sulle placide spalle del cattolicesimo, e che il messaggio autentico cristiano sia andato perduto. E allora che male ha fatto un ladrone, e perché urlare per la sua crocefissione in pubblico, quando la vera rivoluzione è il perdono? La compassione ci salverà. (Giovanna Taverni)


Perché non hanno fatto
delle grandi pattumiere
per i giorni già usati
per queste ed altre sere.

– Il Cantico Dei Drogati


Un ottico (da Un ottico)

Non più ottico ma spacciatore di lenti / per improvvisare occhi contenti / perché le pupille abituate a copiare / inventino i mondi sui quali guardare

Ispirato ad alcune poesie tratte dall’Antologia di Spoon River di Edgar Leee Masters, Non al denaro non all’amore nè al cielo è una raccolta di personaggi strappati dalla piccola borghesia della piccola America di inizio ‘900 e portati nell’Italia degli anni ’70. Un ottico è la storia di Dippold, un ottico che vuole aiutare i suoi clienti a scoprire il mondo con lenti speciali. Con questo ritratto De André invita a guardare la realtà con occhi diversi non necessariamente facendo uso dell’LSD, ma ricorrendo alla fantasia. (Ilaria Del Boca)


Un chimico (da Un chimico)

Ma gli uomini mai mi riuscì di capire / perché si combinassero attraverso l’amore / affidando ad un gioco la gioia e il dolore

Nel suo concept album composto dalla personale rielaborazione e attualizzazione delle poesie dell’Antologia di Spoon River, De Andrè trova spazio anche per la scienza. Un chimico è Trainor, il farmacista della cittadina, che rifugge dai sentimenti per trovare conforto nell’unica cosa che è in grado di comprendere e dominare con sicurezza: gli elementi. Eppure, dopo una vita trascorsa ad allontanarsi timidamente da primavere e donne da ricordare, nell’azzardo di fondere due elementi incompatibili muore anche lui “proprio come gli idioti che muoion d’amore“. (Martina Neglia)


Un giudice (da Un giudice)

E di affidarli al boia fu un piacere del tutto mio

Altro bersaglio della cattiveria, oltre al matto, da parte degli abitanti di Spoon River, Un giudice è un nano che riesce a salire i gradini della scala sociale fino ad ottenere la possibilità di giudicare (e condannare) coloro che in passato lo avevano deriso. Giocando per tutto il testo con la contrapposizione tra ciò che sta in alto e ciò che sta in basso, Faber è spietato nel dipingere il processo di trasformazione della frustrazione in rancore, e del rancore in vendetta. Solo un giudice di cui non si conosce la statura, ma che di certo si trova al di sopra, è in grado di interrompere questo gioco crudele. (Matteo Dalla Pietra)


Jones (da Il suonatore Jones)

Finii con i campi alle ortiche / Finii con un flauto spezzato / E un ridere rauco / E ricordi tanti / E nemmeno un rimpianto

Il suonatore Jones è il personaggio che chiude Non al denaro, non all’amore né al cielo e, a differenza di quello di Lee Masters, non suona il violino ma il flauto. Jones è morto sereno ed è l’unico che Faber chiama per nome. A lui che amava suonare è toccato deliziare amici ed amiche, come una maledizione. Con il suonatore Jones Faber ha avuto un rapporto discontinuo, l’ha detto lui stesso a quanti gliel’hanno chiesto. In Jones si è riconosciuto per la passione comune verso la musica e la vocazione alla narrazione, allo scambio conviviale, ma se ne è anche discostato: se Jones rinuncia a qualsiasi riconoscimento pur di suonare, Faber mette in gioco sé stesso per vivere di cantautorato. Jones è la pietra miliare del disco, la chiosa, colui che osserva e quindi sa. Il detentore di un segreto che possiamo solo intuire. (Marina Bisogno)


Il bombarolo (da Il bombarolo)

Di me non farà mai un cavaliere del lavoro / io son d’un’altra razza / son bombarolo

Il bombarolo è la storia di una doppia identità: l’impiegato che conta i denti ai francobolli, ma si lascia conquistare dall’alito rivoluzionario, e dall’amarezza che non ci siano poteri buoni. È così che diventa bombarolo, è così che perde tutto e finisce nell’esilio personale di una prigione distaccato dal mondo, dagli occhi dell’amata, e persino dalla sua lotta. Eppure è così bello poi fumare una sigaretta nell’ora di libertà, che tutto ciò che è andato perduto non sembra più davvero perso. A posteriori De André fu critico nei confronti di Storia di un impiegato: era la prima volta che si schierava. Noi gli siamo grati di averlo lasciato alle future generazioni. Quando verranno a chiederci del nostro amore per Faber, avremo qualcosa in più da dire. (Giovanna Taverni)


L’antieroe (da La cattiva strada)

Non vi conviene venir con me dovunque vada / Ma c’è amore un po’ per tutti / E tutti quanti hanno un amore/ Sulla cattiva strada

Il rovesciamento, l’inatteso. L’antieroe della cattiva strada, con le sue azioni apparentemente malvagie, scompagina destini ottusi. È un’anarchia moralista -libertà di pensiero e scomoda responsabilità- quella che si intraprende sulla cattiva strada. Severo, irriducibile, attraverso immagini e simboli potenti De André ci parla del pensiero critico. Nasce come incidente, stravolge e inchioda alla via crucis della coscienza. (Simona Ciniglio)


Teresa (da Rimini)

Porta una lametta al collo / è vecchia di cent’anni / Di lei ho saputo poco / ma sembra non inganni

Sospesa tra I Vitelloni di Fellini e il romanzo che verrà di Tondelli, la Rimini di De André è un luogo dell’immaginazione che fa scivolare tra la sabbia delle spiagge i sogni a occhi aperti di Teresa, figlia di pirati. Inquisizioni, rivoluzioni cubane e scoperta dell’America nella seconda strofa sono ricondotte alla realtà e svelano, dietro l’incanto dell’illusione, il dolore della figlia di droghieri, tra amori perduti e bambini abortiti sullo sfondo della miseria di una provincia che si nasconde dietro il mare e i lustrini del divertimento estivo. (Fabio Mastroserio)


Andrea (da Andrea)

Andrea s’è perso / s’è perso / e non sa tornare

Che il suo amore sia morto ucciso sui monti di Trento è una verità insostenibile. Eppure Andrea l’ha letto in una lettera, e la firma è del re. Lo sfondo è la Prima Guerra Mondiale: De André conferma la sua vocazione antimilitarista, e introduce il tema dell’omosessualità. “Occhi di bosco, contadino del regno, profilo francese”: l’amante di Andrea è un uomo. Disperato per aver perso l’amore “la perla più rara”, Andrea getta riccioli neri nel pozzo profondo e si decide per l’ultimo salto: “Mi basta che sia più profondo di me”. (Simona Ciniglio)


Sally (da Sally)

Ma il bosco era scuro l’erba già verde / lì venne Sally con un tamburello / ma il bosco era scuro l’erba già alta / dite a mia madre che non tornerò

Tra i personaggi prediletti da De André ci sono gli esclusi, una nicchia di persone che non rispettano i criteri dettati dalla società e che inevitabilmente finiscono a vivere ai margini del mondo. Sally racconta di come sia facile entrare in un girone di perdizione dopo aver trasgredito a un semplice divieto materno. Il percorso della protagonista è minato da pericoli, un’avventura che sembra all’inizio una bravata di una bambina, ma che si trasforma rapidamente in una minaccia concreta. Il bosco scuro è una metafora della vita e delle conseguenti difficoltà nel farsi accettare dagli altri. (Ilaria Del Boca)


Franziska (da Franziska)

Quanto è piccolo il suo cuore e grande la montagna / quanto taglia il suo dolore più di un coltello, coltello di Spagna

Reduce dal sequestro con la compagna Dori Ghezzi, Faber dedica L’Indiano al suo amore per la terra e il popolo sardo. In un transfert continuo con l’immaginario e la musica delle distese messicane, dietro la storia d’amore tra una donna dal cuore irrequieto e il suo uomo, marinaio di foresta, bandito senza luna senza stelle e senza fortuna si nasconde un inno al banditismo, a un modo ancora una volta ostinato e contrario – e felice – di stare al mondo. (Fabio Mastroserio)


Umbre de muri muri de mainé
dunde ne vegnì duve l’è ch’ané

Creuza de mä

 


Don Raffaé (da Don Raffaé)

Per fortuna che al braccio speciale / C’è un uomo geniale che parla co’ me

Criminale, mafioso, geniale, confidente, consigliere, benefattore, altruista, temibile. Don Raffaé è tutto questo e, forse, molto altro. Per alcuni (e per Cutolo stesso) versione romanzata di don Raffaele Cutolo, capo della Nuova Camorra Organizzata; per altri alter ego del Sindaco del Rione Sanità sceneggiato da De Filippo. Don Raffaé è il carcerato più uguale degli altri, il condannato verso cui ci si inchina, il potere cui ci si rivolge quando lo Stato non c’è e la manifestazione delle politiche punitive fallimentari. (Gianmarco Giannelli)


Nina (da Ho visto Nina volare)

Un giorno la prenderò / come fa il vento alla schiena

Mastica e sputa, su e giù, spensieratezza e pericolo, amore e violenza. In Nina convergono le dualità. Il rurale masticare e sputare la cera ci catapulta in un’atmosfera bucolica e aspra. Su e giù come fa l’altalena su cui Nina dondola in un intreccio di vecchie corde e lunghi capelli. Spensierata nel suo gioco ma testimone della violenza. Nell’esprimere il suo amore, il narratore ha mostrato il coltello, la sua parte peggiore, rischiando tutto, anche l’amore della sua famiglia. (Gianmarco Giannelli)

 


Prinçesa (da Prinçesa)

Perché Fernanda è proprio una figlia / come una figlia vuol far l’amore / ma Fernandinho resiste e vomita / e si contorce dal dolore

L’ultimo disco di Faber – insieme a Ivano Fossati – è un viaggio nel cuore del mondo musicale sudamericano. Prinçesa, dal lungomare di Bahia alla penombra di un balcone, è la storia, narrata in prima persona, di Fernanda Farias de Albuquerque, una dei tanti figli della luna, cui Fabrizio ha dedicato canzoni e pensieri fin da ragazzo. Affresco d’incredibile umanità, racconto in cui ogni sillaba costruisce un impasto sonoro tra gli esiti più alti della sua poetica, Prinçesa è il viaggio verso la libertà più assoluta: quella che permette diventare finalmente se stessi. (Fabio Mastroserio)


Dolcenera (da Dolcenera)

E l’amore ha l’amore come solo argomento / e il tumulto del cielo ha sbagliato momento

È Genova, colpita dall’alluvione negli anni settanta la protagonista di una delle canzoni più belle di Anime Salve. In un sogno, quell’amore dal mancato finale così splendido e vero da potervi ingannare, un innamorato sovrappone l’impeto dell’acqua alla passione che lo travolge per una donna, femme fatale fredda come un dolore che porta la malasorte tra i carrugi e nella sua mente obnubilata. Così mentre la pioggia batte oltre il muro dei vetri, l’amore immaginato dall’ansia di perdersi ritrova la certezza di aversi. (Fabio Mastroserio)