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Il controverso Sessantotto di Pier Paolo Pasolini

Chissà come mai quando si parla del Sessantotto viene sempre fuori il nome di Pasolini, che col Movimento non semba aver avuto molti legami. A parte, certo, quella famosa polemica in versi che viene sempre citata, pubblicata il 16 giugno su L’Espresso, in cui il poeta/scrittore/regista/saggista ne prendeva le distanze, difendendo piuttosto i poliziotti, in riferimento agli scontri accaduti in Valle Giulia a Roma in uno degli episodi più violenti del Sessantotto italiano. Le righe che tutti ricordano sono le seguenti:

 

Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte

coi poliziotti,

io simpatizzavo coi poliziotti.

 

Il PCI ai Giovani!!, titolo del poema, in realtà sottopone una riflessione molto più complessa e sfaccettata di quanto molti ricordano, così come le posizioni successive sostenute da Pasolini negli scritti pubblicati sui giornali e raccolti in Scritti corsari (1975) e Lettere luterane (1976), in cui aveva polemicamente difeso perfino l’aborto, schierandosi contro molte delle dichiarazioni che il Partito Comunista rendeva pubbliche nelle piazze, nelle fabbriche, nelle università, addirittura arrivando a sostenere il Partito Radicale e Marco Pannella. Se riprendiamo la celebre poesia, e andiamo oltre le tre righe passate alle cronache e rimbalzate sulle bocche di tutti, strumentalizzate negli anni da destra e sinistra, riprese in occasione degli episodi successivi che hanno visto contrapposti studenti e poliziotti, non ultimo l’assassinio di Carlo Giuliani durante nei giorni del G8 di Genova, che nel 2001 ha battezzato il millennio delle post-verità e delle post-ideologie, c’è molto, molto di più su cui riflettere.

Partiamo per esempio dalla veloce anagrafe familiare del poliziotto mandato in piazza a Santa Giulia, che invita gli stessi giovani a riflettere sull’identità delle persone contro cui si erano schierati, spesso loro coetanei, e sul fatto che le contrapposizioni nette celano sempre verità più complesse di quanto appaiano in superficie:

 

Perché i poliziotti sono figli di poveri.

Vengono da subtopie, contadine o urbane che siano.

Quanto a me, conosco assai bene

il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,

le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,

a causa della miseria, che non dà autorità.

 

Non è certo una difesa della reazione della polizia, dunque, che Pasolini suggeriva, come molti hanno letto, né è presente un’avversione contro i giovani in piazza, che cercavano di prendere in mano le redini del proprio destino. Quei giovani, per Pasolini, erano da sempre oggetto di amore, come ha sottolineato Michel Foucault, filosofo legato profondamente al Sessantotto francese, in una recensione al documentario Comizi d’amore (1963) pubblicata da Le monde nel 1977, perlaltro pure questo anno bollente per i movimenti. Foucalt aveva riassunto, in quella recensione, l’intera produzione dell’autore sotto un unico titolo molto pertinente: la grande saga dei giovani. Se tra Pasolini e Foucault sono state riscontrate numerose analogie – vedi gli studi recenti di Raoul Kirchmay e Marco Antonio Bazzocchi, ma anche un post pubblicato da Wu Ming 1 sul loro blog molto precedente, del 2011 – la natura del discorso portato avanti da Pasolini è molto diversa da quella su cui si basa il pensiero di Foucault, e considera i giovani non da soli, ma nei legami con i propri genitori. Infatti, prima di ricostruire le famiglie dei poliziotti, Pasolini aveva già formulato la sua critica ai giovani nei termini di un’eredità di chi li aveva preceduti:

 

Avete facce di figli di papà.

Vi odio come odio i vostri papà.

Buona razza non mente.

In realtà, Pasolini, rivolgendosi a quei ragazzi in piazza, sembrava piuttosto rivolgersi ai loro genitori, come lascia dedurre ancora prima, già in apertura della poesia, quando accusa gli studenti di anacronismo:

 

Mi dispiace. La polemica contro

il Pci andava fatta nella prima metà

del decennio passato. Siete in ritardo, cari.

Non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati:

peggio per voi.

 

Pasolini sottolinea l’incapacità dei giovani della generazione che li aveva preceduti di ribellarsi quando era il momento giusto per farlo: nella prima metà degli anni Cinquanta, appunto. Quello era il momento in cui il paese aveva accettato l’indottrinamento che aveva accompagnato l’arrivo dei capitali dagli Stati Uniti, con cui l’Italia aveva avviato il processo di ricostruzione post-bellica che aveva creato i presupposti del “boom” economico, come previsto dal programma del piano Marshall. I padri degli studenti sessantottini si erano lasciati cogliere impreparati, conquistati dall’ideologia del consumo importata dagli Stati Uniti, secondo quanto Pasolini avrebbe sostenuto negli anni successivi, sempre negli Scritti corsari, per esempio in Acculturazione e acculturazione, dove scrive che «nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi»; o in La prima, vera rivoluzione di destra.

 

I riferimenti di Pasolini sono molteplici, ma ci sono episodi precisi che possiamo prendere come riferimento: per esempio, nel 1956 a Roma apriva il primo supermercato; proprio nello stesso anno in cui Nikita Cruschev inviava i carri armati sovietici contro ragazzi della stessà di quelli romani, e dei loro padri dodici anni prima di loro, colpevoli di aver invaso la piazza di Budapest per protesta contro il regime opposto a quello americano, quello comunista. Ma se gli Scritti corsari e le Lettere luterane raccoglievano scritti pubblicati sui quotidiani negli anni 1973-1975, quando l’ondata di protesta studentesca era stata riassorbita nel riflusso e la sua aggressività riversata nel terrorismo, la riflessione di Pasolini aveva avuto avvio nel Sessantotto, dalla visione di quei ragazzi in piazza che si scagliavano contro il potere e dalla delusione che aveva generato nello scrittore.

Proprio nel Sessantotto infatti è avvenuto il cambiamento più profondo nella posizione di Pasolini nei confronti dei giovani, come emerge dalle opere prodotte in quegli anni e che riscontriamo contrapponendo lo scritto più amaro degli Scritti corsari, Il «discorso» dei capelli, a uno scritto rimasto inedito e poi pubblicato postumo nelle Lettere luterane, I giovani infelici. In questo passaggio, Pasolini documenta la delusione per la scelta dei capelli lunghi, che era stata portatrice di un messaggio rivoluzionario e silenzioso rivolto alla generazione dei padri, nella prima fase dei Sixties, negli Stati Uniti come in Cecoslovacchia, e che già nel Sessantotto era divenuto una moda, un attributo che accompagnava i messaggi di qualsiasi tipo di gioventù, che fosse schierata a destra, a sinistra, o senza provvedere schieramento alcuno: «La loro libertà di portare i capelli come vogliono, non è più difendibile, perché non è più libertà», scrive Pasolini, bensì simbolo «di questa loro ansia colpevole di attenersi all’ordine degradante dell’orda».

 

Ne I giovani infelici, il percorso dei giovani nel pensiero di Pasolini è compiuto dal passaggio dell’autore direttamente alla fazione sostenuta dai padri, un rovesciamento completo delle sue posizioni:

 

Sarebbe troppo facile e, in senso storico e politico, immorale, che i figli fossero giustificati – in ciò che c’è in loro di brutto, repellente, disumano – dal fatto che i padri hanno sbagliato. L’eredità paterna negativa li può giustificare per una metà, ma dell’altra metà sono responsabili loro stessi. Non ci sono figli innocenti.

 

La colpa che accomuna padri e figli Pasolini l’aveva già individuata nel Sessantotto della famosa poesia in apertura, ma ha continuato a rielaborare il suo pensiero a riguardo fino al momento della sua morte, nel 1975. Questa colpa che aveva accomunato i giovani ai loro padri da giovani è quella di non aver creduto nelle possibilità che potesse esistere una storia alternativa a quella che stavano vivendo, alla «storia borghese»:

 

Dunque fascisti e antifascisti, padroni e rivoluzionari, hanno una colpa in comune. Tutti quanti noi, infatti, fino a oggi, con inconscio razzismo, quando abbiamo parlato specificamente di padri e di figli, abbiamo sempre inteso parlare di padri e di figli borghesi.

La storia era la loro storia.

 

Le due unità si erano fuse proprio nel Sessantotto, in modo che quando parliamo di padri e di figli ancora oggi intendiamo «sia i figli borghesi sia i figli proletari». Mettendo in piazza insieme sia gli operai sia gli studenti, il Sessantotto aveva portato nelle piazze la protesta secondo modalità che non riuscivano a proiettarsi fuori da una dinamica contenuta nella società borghese, che riproduceva modalità ormai consolidate con cui si perpetuava il consumo, e che aveva assimilato i giovani ad un unico modello culturale: quella che Pasolini chiamava «mutazione antropologica» o «genocidio culturale», e che si riassumeva nella tendenza descritta come «omologazione culturale» di cui in Italia a oggi non siamo riusciti a liberarci.

 

Si pensi, come conseguenza più recente, al fatto che al momento del voto l’Italia si sia divisa riconoscendosi in due fazioni che sostanzialmente si rispecchiano e rispecchiano l’incapacità di ragionare sul cambiamento se non secondo modelli consolidati che oggi chiamiamo populismo: il Movimento 5 stelle di Beppe Grillo e la Lega Nord di Matteo Salvini, in cui si riconosce, mascherata secondo gli argomenti propri del discorso di ogni schieramento, la stessa dialettica che sta alla base di formazioni politiche di ideologia anche opposta, non ultima la più recente e rivoluzionaria, Potere al popolo, che sembra richiamarsi direttamente ai movimenti dei Sixties a in particolare al Sessantotto italiano, nata dal basso dei centri sociali e di vari ambiti dell’educazione, oggi fondati sul lavoro precario di una categoria di giovani che è estesa fino ai quarant’anni, se non oltre.

 

Ma in realtà, questa è solo una delle facce del rapporto di Pasolini col Sessantotto, che ne coglie l’incapacità di farsi portavoce dei valori del popolo di contro l’assimilazione a quelli borghesi, e ne richiama un’altra, messa in evidenza anche da Herbert Marcuse, altro punto di riferimento teorico del Movimento, che vede nell’operazione di erosione dell’autorità portata avanti dagli studenti la contemporanea distruzione dell’ultima forza di autentita reazione all’assimilazione alla soggezione al consumo senza freni. Perché per pensatori come Marco Belpoliti – vedi Settanta (2001) – o Romano Luperini, Pasolini in realtà criticava nei giovani Sessantottini l’incapacità di essere autentici Sessantottini: di incarnare una autentica istanza rivoluzionaria che mettesse in discussione l’ordine della società per proporne un altro totalmente nuovo.

Mappa del 1968, infografica cliccabile di Maurizio Vaccariello 

Anzi, proprio Luperini scrive che più di chiunque altro, criticando i sessantottini, in realtà Pasolini ha imbracciato la più autentica istanza del Sessantotto, sopravvissuta anche alla morte dell’autore, nelle letture che lo riattualizzano, traducendosi in quel principio di contraddizione che riesce a contemplare lo spazio in cui le contrapposizioni si tengono in equilibrio, piuttosto che la loro semplice opposizione. La possibilità che si costruisce nel punto di bilanciamento tra i contrasti  piuttosto che basandosi su una sola di due posizioni antitetiche, che Pasolini definisce «contraddizione», contempla la capacità di vedere il messaggio portato dagli studenti, ma anche quello dei poliziotti, scegliendosi la propria parte senza essere incapaci di valutare le posizioni dell’altro.

 

Che è poi quanto si propone quest’articolo: certo non sminuire il Sessantotto e le sue conquiste, ma interrogarsi sulle criticità del Movimento e su quanto ha lasciato di irrisolto, nella considerazione che a cinquant’anni di distanza del clima libertario di quel periodo magico è rimasto poco, e ci si sente piuttosto tornati all’insofferenza, all’insoddisfazione, ai rancori e agli «astratti furori», per citare Elio Vittorini, che avevano introdotto le guerre mondiali. Con un movimento all’indietro, di cinquant’anni in cinquant’anni, riscoprendo il 1968 ci ritroviamo di fronte i fantasmi del 1918, e secondo quella massima di Marx che dice che la storia si presenta sempre due volte, se in quel caso si era presentata come tragedia, ora è pronta a realizzarsi come farsa. Senza dimenticare che già all’indomani del Sessantotto, a partire dall’anno che nel romanzo incompiuto Petrolio Pasolini aveva definito «il terribile 1969», il potere si era ricostruito saldando economia e politica e dando vita ad abissi di corruzione che avevano contraddistinto l’Italia degli anni di piombo, un periodo inaugurato dalla strage a piazza Fontana a Milano quando le piazze non si erano ancora svuotate.