Cinema

Storie di cruda provincia, da Claudio Caligari a Cosimo Argentina

Cesare e Leone sono due provinciali. Il primo vive a Ostia, mentre il secondo tra Ginosa e Taranto. Le loro storie non si incontrano e non si incontreranno mai, eppure sembra che qualcosa in comune tra loro ci sia realmente. Le loro esistenze conducono la curiosità lungo un sentiero fatto di ciottoli appuntiti come lo sono quelli delle scogliere sbiancate dal sole. Il mare, agente di collegamento tra loro, bagna le spiagge sabbiose frequentate solo in estate. Per il resto non c’è scampo; si viene inghiottiti dalla solitudine delle case e dei bar affollati solo per tre messi all’anno.

A dire il vero, Cesare è il protagonista di Non essere cattivo (2015) di Claudio Caligari, personaggio interpretato da Luca Marinelli. Poco più che ventenne, con il suo amico Vittorio, diverrà il fanalino di coda di una realtà, quella di Ostia, in cui si intrecciano amore e criminalità, tenute insieme a loro volta da un filo conduttore qual è quello della necessità di sopravvivere al nulla che avanza. Il vuoto, che assume le vesti di una provincia quasi dimenticata, è l’unico vero ostacolo alla riuscita dei progetti dei due amici – tant’è vero che Vittorio opterà per un nuovo lavoro, cercando di mantenersi estraneo al piccolo spaccio.

Leone, invece, è il protagonista del romanzo Per sempre carnivori (Minimum Fax, 2013) di Cosimo Argentina. Giovane professore venticinquenne, con i suoi due colleghi Mako e il dentuso, mette in scena una vera battaglia contro il vuoto esistenziale che non smette di assalirli, lo stesso che combattono Cesare e Vittorio – più il secondo che il primo.

La provincia tarantina si incontra con quella romana dando vita ad una comunicazione fatta di sentimenti che vanno dal disagio fino alla voglia di riscattarsi, anche quando ormai è troppo tardi. Nel caso di Cesare assistiamo alla distruzione attuata dalla folle ricerca del denaro, mentre nel caso di Leone è il sesso a mettere tutto sottosopra. Da una parte c’è il bisogno di allargare gli orizzonti che consentano di vedere un futuro diverso, più stabile e senza grossi sfaceli, mentre dall’altro c’è una perdita delle proprie capacità cognitive relative ad una ricerca spietata di sé stessi.

È la vita condotta nella provincia che si disperde in queste tonalità di colore. Cesare e Leone non sono altro che la rappresentazione fedele del clima respirato e tracciato da Pasolini nei suoi scritti e nei suoi film – Accattone (1961) su tutti. Una provincia che divora tutto ciò che incontra davanti a sé, dando vita ad una follia che si contrappone all’immobilità più abissale che possa venir fuori. I due protagonisti hanno un vissuto alle loro spalle che non lascia scampo a quello che vivono sui loro corpi nel presente degli anni ’90. Il carnivorismo inneggiato nel titolo del romanzo di Argentina è il metodo attraverso cui riuscire a sopravvivere nella giungla di luoghi dimenticati. Devi incontrare la carne – il sesso, nelle pagine del romanzo, vuol dire proprio questo – per venire fuori dalla melma in cui sei inconsapevolmente finito. Nascere in un pezzo di terra dimenticato vuol dire questo, ovvero correre su una spiaggia, contro il vento e l’attrito messo in campo dalla sabbia.

Pur così lontane, le due esistenze – quelle di Cesare e Leone – si confrontano sui temi più cari a questo modo di vivere la realtà. Caligari mette in scena un personaggio che nella sua disperazione resta umanamente altruista, al contrario di quanto avviene con il protagonista dello scrittore pugliese. Leone realizza i suoi principi, un edonismo che si sostituisce al fare i conti con la morte di sua madre e l’alcolismo di suo padre. Tra queste due derive ci sono le sbornie e le scopate per la campagna che si alternano a vicenda lungo tutta la narrazione. Una vita fatta di espedienti, di sotterfugi e di un’assetata voglia di vendetta, la stessa, quest’ultima, che darà vita all’epilogo delle ultime pagine di Per sempre carnivori.

Quali sono le sfumature che danno il colore alla provincia italiana. L’approssimazione? La sedentarietà? Oppure l’istintualità dell’occhio per occhio, dente per dente? Osservando il contorno di Non essere cattivo e quello di Per sempre carnivori, quello che emerge è un sanguinolento bisogno di nutrire la propria sete di vendetta. La banda di ragazzi che ammazza Mako e rende Leone paralitico è alimentata dallo stesso odio che si respira sul lungomare di Ostia, dove tutto ciò che si incontra è in competizione perenne con il tipo dall’altro lato della strada. Questa è la particolarità di un agglomerato composto da anime dannate, le ultime, che cercano in tutti i modi di arrivare alla fine della giornata. La difficoltà che aleggia sopra queste due narrazioni è la via fondamentale attraverso cui tutto questo prende forma e percorre le strade di paesi da poco più di cinque mila abitanti e di borgate stracolme di rassegnazione.

Questa mia voglia di tracciare i lineamenti di una provincia, è una idea alquanto malsana. Ognuna di esse ha i suoi fattori che la rendono distinguibile tra tante altre. Concentrandomi su quella pugliese, sono emerse alcune differenze nelle cinque che la compongono. La storia di Leone, il mondo in cui essa si realizza, non mostra poi così tante differenze da quello ritratto in LaCapaGira (Alessandro Piva, 1999). Quest’ultimo immortala uno scorcio barese molto simile a quello di Non essere cattivo, dove al centro di tutto dominano la droga e i suoi effetti collaterali, come ad esempio gli scontri tra spacciatori. Pur geograficamente distanti, le province sembrano assomigliarsi tra loro. Le dinamiche che consentono l’avanzamento di una possono essere le stesse che consentono l’avanzamento dell’altra, e così via.

In questo caso, la distanza riesce a tessere una ragnatela fatta di esistenze che navigano calme nel loro stesso disagio. I progetti che escogita Cesare quando si trasferisce con Viviana nella casa diroccata in campagna, trascinano le loro vite verso qualcosa di diverso da tutto il resto che ha scandito i ritmi del loro passato, fino a condizionare in meglio la loro relazione. Quanto a Leone invece, la scopata con Dio (cognome di una sua alunna, ndr.) ha aperto le porte verso la probabile fine della sua instabile vita – e quasi ci riesce.

A porre fine al gioco di Cesare c’è voluta sì una morte per dissanguamento, ma quello che in realtà ha stroncato il suo cuore sono stati i cinque milioni di lire che Viviana lascia cadere sopra di lui. Il denaro, che ha innestato la fine del personaggio, ha portato con sé quell’odiata capacità di prendersi gioco del proprio nemico, fino a renderlo, come in questo caso, un corpo privo del liquido linfatico. A Leone e soci spetta invece la vendetta. Aver gustato il sapore della carne di Dio, e la tresca di Mako con la moglie di uno di quella banda di scellerati, ha messo in pratica lo sforzo di un regolamento di conti come avviene tra le organizzazioni criminali – occhio gonfi, schiene spezzate e decapitazioni.

La provincia si è mostrata in tutte le sfaccettature negative, le stesse che, ad una attenta riflessione, consentono la sopraelevazione di qualcosa di buono da annoverare tra le tante pregiudiziali. Quello del baccano folkloristico è solo un modo attraverso cui arginare l’energia che salta fuori dalla solitudine recondita delle case sulla spiaggia – e che a molti spaventa. Cosimo Argentina e Claudio Caligari hanno direzionato le loro lenti di ingrandimento verso tutto quello che è rimasto – e che rimane tutt’ora – dietro le quinte dello spettacolo a cui assistiamo giorno dopo giorno. Cesare e Leone sono spettri che vagano incontrastati lì dove tutto sembra essere stato rimosso dall’inutilità del senso di pudore, un sentimento che porta a dimenticare quello a cui non si riesce a porre rimedio. Un disagio sottovalutato che rimane fermo al suo posto a fare un po’ quello che gli pare.