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George Harrison, il Bangladesh e le “prime volte” dei Beatles

Beatles è una delle parole magiche del Novecento. Perfino lo storico francese Jacques Le Goff, annovera i Beatles tra gli “eventi” più influenti del secolo passato. Il solo nominarli evoca rivoluzioni musicali, di costume, culturali, discografiche. Sarebbe interessante prima o poi fare un elenco dettagliato di tutto ciò che in campo artistico e musicale è stato fatto da loro per la prima volta, come per esempio un videoclip (Rain), la stampa dei testi a corredo del vinile (Sgt. Pepper), un concerto rock in uno stadio (1966 New York, Shea Stadium), un brano suonato in diretta in mondovisione (All You Need is Love) e molto, molto altro. I Beatles erano anche una macchina da soldi. Anzi, lo sono tuttora. La storia che raccontiamo ora ha a che fare proprio con i soldi (oltre che con un altro primato), quelli che si raccolgono per la prima volta con la musica per una causa benefica. Chi se non un Beatle poteva mettere in moto questo ingranaggio?

Il Live Aid negli anni Ottanta, messo in piedi da Bob Geldof, fu senz’altro il più grosso evento benefico a livello mondiale, giovandosi anche della diretta televisiva intercontinentale. Tuttavia, il precursore fu il Concerto per il Bangladesh, organizzato da George Harrison, in un doppio spettacolo al Madison Square Garden di New York, il primo giorno di Agosto del 1971. La band di Liverpool è ormai agli sgoccioli della propria storia collettiva e stanno per essere ultimate le uscite discografiche accomunate da quel nome ormai leggendario. Le vicende di quell’ultimo periodo li hanno visti addirittura schierati su banchi opposti in tribunale, con Paul da una parte e Ringo, George e John dall’altra, per storie di manager, produzioni e diritti sulle canzoni.

Arriviamo all’epoca in cui George Harrison oltre a collaborare a Imagine, il secondo album solista di Lennon che, ormai, si è stabilito con Yoko Ono al Dakota Building nei pressi di Central Park nel cuore di New York, lancia anche il suo disco All Things Must Pass che, in tema di prime volte, resta il primo album triplo in studio pubblicato da un artista solista, oltre a essere il primo album di un beatle da solo a raggiungere la vetta delle classifiche inglesi e americane, un capolavoro, quello di Harrison, ancora oggi poco indagato fino in fondo. George coltiva anche la sua amicizia artistica e umana con il musicista indiano Ravi Shankar, inizialmente suo insegnante di sitar. È proprio Shankar a chiedere aiuto a Harrison per una popolazione che ormai è allo stremo, in una crisi umanitaria senza precedenti e che necessita di tutto e tutti.

Nel 1970 la popolazione del Bangladesh si trova a fronteggiare una feroce guerra col Pakistan per ottenere l’indipendenza, normale conseguenza dell’esito elettorale, e poter diventare finalmente Bangladesh e non più Pakistan dell’Est. I numeri di quella mattanza sono impressionanti: si conta quasi un milione di morti. A questo si aggiunge un tremendo ciclone. Vento e acqua distruggono intere zone del paese lasciando tantissime persone senza più nulla, neanche la casa. La carestia, la miseria e la diffusione di epidemie, soprattutto di colera, spinge in India quasi dieci milioni di profughi. Un disastro umanitario che ha bisogno di tutti per essere quanto meno alleviato. In quegli anni Harrison sa bene che la sua fama di Beatle può essere decisiva per organizzare anche in poco tempo un grande evento di solidarietà; così senza indugiare troppo, raccoglie l’invito di Shankar a “fare qualcosa”, e in poco tempo prova a mettere su un concerto, che possa anche diventare un film, oltre che un disco, che consentano di ricavare più proventi possibili da devolvere in aiuti.

I primi a cui si rivolge George sono i suoi amici di sempre. Ringo Starr accetta immediatamente, Paul si fa frenare dai loro problemi interni di quel periodo e rinuncia; per John la situazione è più ingarbugliata e la verità è probabilmente a metà strada tra impegni già presi e la richiesta di avere sul palco, accanto a sé, anche Yoko Ono, cosa pare non gradita a George, e quindi neanche Lennon è della serata. Vanno assolutamente risolte altre due situazioni che darebbero lustro e visibilità all’evento, missioni che saranno portate a termine. Tornerà a calcare un palco americano Bob Dylan, grande assente dagli States dal 1966 e, dopo faticose trattative, soprattutto legate alla poca lucidità e affidabilità di quel momento, anche Eric Clapton, che lasciò le mura in cui si era rinchiuso nella sua casa in Inghilterra per volare a New York. A completare il cast dei partecipanti all’evento nomi di tutto rispetto come Leon Russell e Billy Preston, Badfinger, Jim Horn, Klaus Voormann, Alla Rakha, Jim Keltner, Jesse Ed Davis e Claudia Linnear, oltre naturalmente a Ravi Shankar che riporta uno degli aneddoti più divertenti dell’intera serata raccontato poco tempo dopo:

“I nostri strumenti sono molto delicati, e il caldo dei riflettori e della sala ci costrinse ad accordarli per mezzo minuto. Quando finimmo di accordarli e ci stavamo preparando a iniziare il brano, scoppiò un enorme applauso. Suppongo che molti fra gli spettatori, non conoscendo il nostro repertorio, abbiano pensato che avessimo suonato il primo brano. Spontaneamente dissi al microfono: «Se vi è piaciuta così tanto la nostra accordatura, spero che la nostra esecuzione vi piaccia molto di più…» “.

L’assenza dai palchi dei Beatles dal 1966 regala dei momenti inediti, infatti, molti dei brani presenti sui dischi successivi allo stop dei tour, non avevano mai avuto esecuzioni live. Se con una macchina del tempo fosse possibile andare sotto quel palco, si ascolterebbero per la prima volta canzoni di George come Something, Here comes the Sun e While My Guitar Gently Weeps. Quest’ultima, tra l’altro, si distingue per una curiosità importante nell’incisione, dove un assolo di Eric Clapton rappresenta il primo vero intervento di un musicista “esterno” su un brano dei Beatles.

Alla vigilia dell’appuntamento Harrison fa di più, pubblica anche una sua canzone inedita, un singolo dal titolo Bangla Desh, per rafforzare maggiormente la possibilità di raccogliere soldi in beneficenza. Anche questa una prima assoluta.

Il concerto ebbe luogo davanti a un pubblico felice sia di contribuire a una causa umanitaria, che di vedere sul palco alcune vere e proprie icone della musica di quegli anni. A livello tecnico tuttavia non fu così semplice organizzare le registrazioni. Più che un susseguirsi di rockstar, di fatto, si venne a formare una vera e propria orchestra che accompagnava di volta in volta il solista di turno. Per non parlare dei delicati suoni indiani che spesso venivano “mangiati” dalla presenza del pubblico. Il lavoro in post produzione, per la pubblicazione, fu seguito da Phil Spector, considerato da molti, in quegli anni, e per quelli a venire, il top dei produttori, grazie alla sua tecnica del “wall of sound”, che tendeva a inserire sui classici suoni rock di chitarra, basso e batteria, potenti arrangiamenti orchestrali, con archi, ottoni e percussioni. I tempi di pubblicazione del disco ebbero notevoli ritardi per questioni contrattuali da chiarire tra le etichette in campo, ma resta il fatto che si era creato un precedente importante, che sarà decisivo per gli anni a venire, come esempio, non solo per il già citato Live Aid, ma per tutta quella miriade di iniziative grandi e piccole, che sfruttando la celebrità e il seguito degli artisti, possono aiutare concretamente ad alleviare le sofferenze che in tante parti del pianeta si manifestano quotidianamente e ferocemente.

Indagare la storia dei Beatles, anche oltre l’aspetto musicale, è una miniera senza fondo. Si scoprono prime volte antiche, e talvolta importantissime, come quella di far inserire una clausula contrattuale antirazzista, secondo la quale non avrebbero mai suonato davanti a un pubblico diviso tra bianchi e neri. Ma ci sono prime volte che emergono anche a distanza di 50 anni, come l’aver di fatto realizzato il primo “reality” musicale, come ci dimostra la recente uscita del docu-film Get Back. Senza filtri.

“E Sir Paul ha ricordato che i Beatles in campo scesero davvero nel lontano 1964, quando negli Usa la segregazione, in molti stati del Sud, era una realtà fattuale, con autobus, scuole, quartieri separati. E sale concerto: la band seppe che avrebbe dovuto esibirsi a Jacksonville, in Florida, in un teatro diviso, da una parte i bianchi e dall’altra i neri. E si rifiutò di esibirsi in un contesto simile: «Pensammo fosse sbagliato» ricorda semplicemente McCartney « e imponemmo nel contratto che non sarebbe dovuto avvenire». Così i Beatles vinsero la loro battaglia, riuscendo a suonare lo stesso, ma senza alcuna divisione: «Fu il primo concerto di sempre davanti a un pubblico non segregato». Un piccolo passo, ma decisivo lungo la battaglia per i diritti civili.” Matteo Cruccu